La Coca Cola in Italia vale 3 mld e 45mila posti di lavoro

Oltre 3 miliardi di euro di valore aggiunto e 45 mila posti di lavoro: questi i numeri della presenza della Coca Cola in Italia, secondo uno studio relativo al 2010 presentato da Ethan B. Kapstein, professore di economia politica presso l’Insead di Parigi e dal dal direttore generale per gli Affari pubblici in Europa di Coca Cola, Salvatore Gabola.

In particolare, la Coca Cola immette nell’economia italiana un valore aggiunto pari a 3.163 milioni di euro, lo 0,21% del Pil: il 40% di questa cifra, oltre 1,2 miliardi, è versato sotto forma di tasse. Sul fronte dell’occupazione, i dipendenti diretti di Coca Cola sono 3.300, mentre sale a 45 mila l’impatto occupazionale totale considerando anche i lavoratori indiretti, equivalente allo 0,18% della forza lavoro totale a livello nazionale.

Il consumo totale dei prodotti a marchio Coca-Cola in Italia è pari a 3.751 milioni di cui 411 milioni rappresentano l`iva, 244 milioni il margine della Grande distribuzione e della Grande distribuzione organizzata, e 2.012 milioni il margine per i distributori del settore alberghiero e ristoranti (Horeca), e 1.084 milioni il fatturato Coca-Cola Hbc Italia.

Gabola ha sottolineato che “malgrado la crisi, i dati 2011 confermano quelli del 2010. Il mercato è duro ma siamo ottimisti sulla nostra strategia: vogliamo continuare così a investire nel Paese”.

Per Kapstein “in un paese la crescita sostenibile può essere generata solo dal settore privato. Le politiche economiche di un paese devono essere valutate non su basi ideologiche ma solo sul conto costi-benefici. Nel caso in cui Coca Cola dovesse abbandonare l’Italia come produzione – ha aggiunto – l’impatto negativo sarebbe di 331 milioni in meno tra valore aggiunto (-221 milioni) e impatto sull’indotto (-110 milioni) con la perdita di 3.500 posti di lavoro”.


Autore: Luigi Quercetti

Nato nel 1980, abruzzese, giornalista, papà, laureato a sua insaputa. È stato redattore dell’agenzia di Stampa Asca e collaboratore de Il Messaggero e Italpress.

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