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Analisi generazionale di un Paese messo male

– L’ignoranza è dilagante.

E’ un problema del sistema scolastico, è un problema del sistema universitario, vero. Ma non solo. Come “ignoranza” non si intende solo e semplicemente il non sapere, con ignoranza non si intende solo il cosa si sa, ma soprattutto il come si sa.

La diabolica assenza di sensibilità culturale che attanaglia il nostro paese non è imputabile solo e comunque al sistema educativo. La questione è un’altra – qui, spesso, anche chi sa, sa male. Se non usciamo da questo cortocircuito culturale non riusciremo a ricostruire il contenuto civile italiano, che al momento è labile, flebile, liquefatto.

La classe dirigente che abbiamo ha manifestato e compiuto tutti i suoi vizi di impostazione. Chi più e chi meno colpevole, questa élite sta franando sotto le rovine di un’Italia che ha superato la scadenza, e che è andata a male. Molti, pochi, tanti, non so, di sicuro sono parecchi coloro che non meritano la fine ingloriosa nella quale sta scemando l’attuale classe dirigente, ma anche chi non ha colpe è inviso, è detestato … generazionalmente.

E’ un problema di confini anagrafici. I sessantenni e gli ottuagenari li si vogliono rottamare – i cinquantenni temono di non trovar più spazio, e di essere confusi con i loro fratelli maggiori. E di essere buttati nelle stesse fosse comuni del passato.

I quarantenni sgomitano. Hanno i loro circoli, fanno tv, aperitivi con pose, fondano nuovi giornali dei quali si sente bisogno come si sentirebbe bisogno di un temporale afoso durante un ingorgo. Parlano di cambiamento, di policy, ma vogliono solo e semplicemente il potere. Hanno fame di visibilità – sentono l’odore del sangue e si eccitano. Forse è arrivato il loro turno, forse potranno acchiapparsi il paese, ma speriamo di no.

Questi quarantenni sono i figli delle stesse identiche logiche del potere che hanno pervaso e prevalso nella vita dei loro padrini (in senso battesimale) ossia i sessantenni. E allora tanto vale tenersi i vecchi. I giovani allevati nelle palestre politiche degli anni ottanta saranno di sicuro più voraci dei loro maestri.

Sono tronfi del loro strapotere tecnologico, sono in 10.000 e si smessaggiano twit tutto il giorno – sono qui, sono là, siamo qui, siamo là, ma quanto sono intelligente, ma quanto sei intelligente, ma quanto lo siamo, noi e solo noi – Twitter per adesso serve a loro, alla nuova casta, autoreferenziale.
Ma questi quarantenni ce la faranno? E’ una questione generazionale. Sono incalzati da una generazione di trentenni attoniti e di ventenni persi. Ed ecco il problema.

Ecco perché bisogna investire nella cultura. Non parliamo dei trentenni – ormai sono fatti e come sono sono – ma dei ventenni – sono il fattore preoccupante. Una fetta di questa generazione è, come direbbero i quarantenni, smart e cool. Sono rapidi e stanno sul pezzo – il pezzo è la contemporaneità. Una fetta di ventenni mangia il suo tempo, si impegna, cerca di immaginarsi il futuro, il cambiamento. Vive il presente con accelerazione, protesta, urla e si incazza.

Questi ventenni ci piacciono. Sono culturalmente consapevoli ed esistenzialmente dinamici. Vogliono vivere, viaggiare, cambiare i paesi come i vestiti, sono in rete con l’umanità, sono veloci. Ma questa fetta è una fettina. Sono pochi. Non facciamoci fregare dagli slogan massmediologici che già vecchi e sclerotizzati sanno di slogan e nulla più: generazione 2.0, 3.0, e menate del genere fotografano un paese che non c’è. Un paese esiguo.

La maggior parte dei ventenni italiani è in rete solo informaticamente, ma non lo è culturalmente. Sono ancora legati a valori statici, familiari, a fissità. Terrore di non avere cose fisse e sicure fino a che Dio li accompagni, spaventati dal cambiare città o paese, timorosi dell’uscire dal mainstream dell’immaginario condiviso. Hanno paura, non è colpa loro. E poi sono superficiali. Invece di sparare a zero sull’ Università (giusto farlo, ma anche facile farlo) ogni tanto dovremmo spostare il punto di vista.

Mussolini è stato capo del governo dal 1895 al 1945” me lo ha detto una laureanda ad un esame.
Freud negli anni sessanta ha scritto vari libri” me lo ha detto una studentessa al terzo anno, diplomata in psicopedagogia.
Kant è un sociologo che, tra l’altro, si è occupato di moda” l’ho trovato scritto in una bozza di tesi di una laureanda.

Il problema è l’università che non boccia abbastanza? No, il problema è che questi ragazzi sono superficiali. Studiano ma senza interesse reale, buttano giù ma non metabolizzano, prendono gli esami e le materie come puri accidenti burocratici da risolvere al più presto possibile ma senza alcuna passione. Dimenticano. Una buona parte di loro non legge i quotidiani, l’80% degli studenti a cui l’ho chiesto va al cinema al massimo una volta al mese (e non ditemi che è la crisi e il costo del biglietto, le loro scarpe, gli smartphone e gli accessori vari … anche … costano).

Romanzi e saggi, quasi manco a parlarne. Il teatro per loro è un cimitero frequentato e calcato da spettri. L’arte è una foto sul libro, e quella contemporanea è una cosa fica solo se all’estero, perché fa fico. E la passione politica? La politica per un ampio spettro di ventenni italiani è un oggetto oscuro, lesso, passato, vago, tutt’ al più da prendere a calci perché oggi così si usa così. Il dato imbarazzante (da analisi) è che una buona parte di loro vota per il partito del padre, per genetica, senza coscienza.

La cosa più evidente è che questi ragazzi spesso non si guardano dentro, non pescano nelle proprie motivazioni, non le ascoltano, ma semplicemente le eseguono. Fanno, ma non sanno perché. Hanno scarsissima attitudine a mettere in relazione i segni e le cose, sono timidi, a lezione non intervengono (è da molti anni che non vedo un’aula con mani alzate), anche se interrogati e stimolati sono restii ad esprimersi. E poi molti di loro vogliono fare i giornalisti, o lavorare nei media – sono quindi la perfetta metafora dell’informazione e della medialità italiana contemporanea, ossia, una serie di forme, una infinità di forme e di prodotti, ma senza contenuto. La situazione nelle università è disperata e disperante non solo a causa dell’arretratezza endemica e colpevole del sistema Italia e della ricerca in Italia, ma anche per il pessimo materiale umano che passa per le mani dei docenti.

Questo articolo non serve a parlar male dei ventenni. Ma di chi e cosa li ha formattati. L’obnubilamento della sensibilità culturale di questa generazione, l’omogeneizzazione delle loro modalità ricettive ed espressive, l’autorimozione della loro pulsionalità, l’azzeramento della protensione nei confronti dell’attività e dell’emancipazione culturale è stato il grande (a tratti addirittura inconsapevole e incidentale) progetto culturale del berlusconismo. Ideologia di superficie, superficializzante, veicolata da superficializzazioni mediatiche, per determinare una levigata superficiale ipertecnologica generazione democraticamente non libera, ma assuefatta, di consumo, con la voglia di far soldi e politicamente consensuale. Inconsapevolezza, incidentalità e progetto messi insieme determinano un paradosso, lo so, ma psicologia e cultura di per se stesse vertono, spesso, su logiche del paradosso.

Dobbiamo salvare questa generazione. Svegliarli. Farli pensare. Se si incazzano è un bene, se poi rimettono in modo la loro sensibilità culturale … è meglio (e le due cose possono pure andare a braccetto).
Quindi: investire sulla cultura, investire sull’immaginario, sulla sua ricchezza – investire sulla produzione di circuiti culturali, sulla stimolazione, sugli stimoli.
Dare ossigeno ai ventenni, ai futuri ventenni, agli italiani della prossima ora.


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

One Response to “Analisi generazionale di un Paese messo male”

  1. visto che sei docente universitario, potresti impiegare metà del tuo stipendio per assumerne (altri?) due di questi ventenni.

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