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Ragazzi della Nazionale, almeno voi, fateci tornare a sognare

– L’uomo in grado di cambiare le sorti (emotive) del paese, l’eroe delle grandi speranze italiane, il tecnico che deve saper dettare la propria agenda in ambito internazionale non è Mario Monti. Ma lui: Prandelli. Nomen omen.

È, infatti, Cesare il condottiero del paese senza orgoglio, alla agitata ricerca di un motivo per riprenderselo, per appendere di nuovo fuori dalla finestra un tricolore sgualcito e sozzo, riposto in qualche sperduto cassetto dopo le celebrazioni dell’anno scorso. La politica, infatti, passa in secondo piano quando c’è il calcio. Perché quegli ometti in calzoncini possono più di un professore occhialuto che stringe la mano al Presidente degli Stati Uniti.

Il motivo è semplice: il calcio è divertente, ci rappresenta tutti, tutti i campanili e tutti insieme. La politica, invece, no. Non riesce più a farlo. Soprattutto ora, mentre nel dibattito pubblico non ci sono temi in grado di appassionare, il vocabolario pullula di termini depressivi, un monocolore grigio-casta invade il campo cromatico parlamentare. Adesso, allora, al condottiero calcistico, all’allenatore, tocca un compito in più. Appassionare non solo i tifosi, magari esperti di moduli e abituati alla lettura attenta dei quotidiani del lunedì, ma pure le donne, i vecchietti, le anziane signore. Tutti. Gli italiani. Ai quali è rimasta, come motivo di vanto, Federica Pellegrini e qualche giovane ancor poco nota tennista.

Insomma: l’europeo dovrebbe servire, stavolta, a dimostrare, intanto, che questa benedetta Europa c’è (non ci fa) e non è solo banche, banchieri, capi di governo messi in fila come in una brutta foto delle elementari. Dovrebbe essere utile a far “sentire” che la Germania non può vincere sempre, che la Grecia qualche speranzuccia strapazzata ancora ce l’ha, che l’Italia oltre ai due super Mario ha ancora qualche moto di cuore, un po’ di sangue nelle vene, e, soprattutto, la voglia di vincere qualcosa, qualunque cosa.

Chiedere al calcio (o a qualunque altro sport) di rimpiazzare nell’immaginario collettivo il ruolo di un buon leader, capace di offrire un racconto comune ai cittadini nel quale riconoscersi, non è un’operazione di retroguardia o di rinuncia. Un paese, infatti, è fatto anche dei sentimenti che dominano un’epoca, una comunità si riconosce come tale nelle esperienze cariche di emozione che le persone vivono insieme. E la vittoria della propria squadra lo è: un momento in cui abbracciarsi e chiamarsi italiani. Pizza, mandolino, core a core; per una volta va bene. Non solo. Il gioco del pallone è una metafora perfetta del percorso di un popolo: le azioni in campo, l’obiettivo finale, la sanzione della sconfitta, il merito del goal, il tifo, la strategia del ct. L’Italia ha bisogno di uno choc emotivo positivo, di una ubriacatura allegra, di un po’ di leggerezza e di partecipazione.

In fondo sono tutte merci (l’emozione, la rabbia, l’orgoglio) offerte, sul piano politico, da Grillo e dai vari tentativi degli under quaranta di prendersi questo benedetto spazio in politica. Il calcio renderebbe la rivincita dell’Italia una conquista popolare sul piano simbolico e non solo limitata ai seguaci di un movimento o a una categoria di persone.
Insomma: Prandelli, facci il favore. Regalaci qualche emozionuccia pop. Dimostraci che persino un tecnico può far ridere di gioia e d’orgoglio l’Italia.


Autore: Federica Colonna

Nata a Viterbo nel 1979, dopo la maturità classica si laurea in Scienze della Comunicazione e lavora come consulente politico per Running, gruppo Reti. Da libera professionista realizza più di dieci campagne elettorali, tra cui quella per l’attuale sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni. Collabora con "La Lettura" del Corriere della Sera, ha un blog su Il Fatto Quotidiano e uno sull'Unità.

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