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Ray Bradbury, pioniere della lotta contro l’idiocrazia

– A pensarci a distanza di sessant’anni nessuno crederebbe che il primo Fahrenheit 451 venne pubblicato in tre parti su Playboy. Eppure quel racconto, che molti giudicarono come l’ennesima manifestazione della più blasonata fantascienza commerciale, segnò profondamente la letteratura del Novecento.

A rileggere oggi il capolavoro di Ray Bradbury, quell’anziano signore spentosi ieri alla veneranda età di novantuno anni nella sua bella residenza californiana, si possono apprezzare al meglio le intuizioni di un uomo che più di ogni altro nella letteratura dello scorso secolo ha saputo immaginare il futuro.

Al pari di 1984 di George Orwell e La rivolta di Atlante di Ayn Rand, Fahrenheit 451 può essere annoverato a buon diritto tra le pietre miliari della letteratura libertaria. In molti a sinistra nell’America della Guerra Fredda provarono a liquidarlo come fenomeno di propaganda maccartista, non riuscendo a scorgerne uno slancio antitotalitario che sembra andare oltre l’essenza delle dittature del Novecento e prefigurare una certa mancanza di libertà negli odierni regimi democratici.

Più di Orwell, Bradbury comprese che con gli anni il controllo statale sulla vita dei cittadini avrebbe assunto caratteri sempre più subdoli e non per questo meno repressivi. Nella società di Guy Montag, pompiere protagonista di Fahrenheit il cui compito è appiccare incendi anziché sedarli, non serve più spiare gli individui con l’occhio onnipresente del Grande Fratello o indottrinarli con i celebri due minuti d’odio contro il nemico oggettivo: il controllo psicologico sulla popolazione passa attraverso una tv-spazzatura che inebetisce e impone il modello culturale della mediocrità, con trasmissioni che somigliano in modo imbarazzante agli odierni reality show della nostra società dello spettacolo e del circo mediatico, ove la linea che demarca il confine tra la sfera privata dei cittadini e quella pubblica si fa sempre più sottile.

L’aspetto più libertario di Fahrenheit, tuttavia, rimane l’invettiva più che mai attuale contro la cultura di Stato, che non si pone come fine la conservazione del patrimonio sociale ma viene anzi adoperata come instrumentum regni e finisce per censurare – direttamente o indirettamente – tutto ciò che non è funzionale alla sua propaganda. Gli uomini-libro che vivono lungo il fiume, fuggiti dall’oppressione totalitaria, imparano a memoria e tramandano alle nuove generazioni il patrimonio letterario dell’Umanità, come monito contro i rischi di una società che dimentica di essere depositaria di una conoscenza diffusa e acconsente ad accentrarla nelle mani di un’élite politica.

La capacità di Bradbury di guardare ben oltre i totalitarismi del suo tempo si mostra nella geniale intuizione che vi possano essere anche regimi liberticidi privi di un’ideologia unica e pervasiva nel senso classico del termine, un’ideologia che cerchi di spiegare la storia e si ponga come unica verità. In Fahrenheit, al contrario, la collocazione ideologica del regime, più che essere irrilevante, è del tutto inesistente: il potere è fine a se stesso, alla conservazione di un’élite a capo della società e con questa finalità si spiega la repressione della memoria storica. I libri non vengono più messi al rogo perché d’intralcio all’ideologia dominante, ma perché nemici di un potere che con la cultura si mostrerebbe in tutta la sua nudità.

Quella di Fahrenheit non è la società dell’uguaglianza sostanziale né della purezza razziale; è una società che non necessita nemmeno più un fine ultimo se non quello di perpetrare il dominio dei pochi sui molti e per questo, probabilmente, risulta più masochista e autodistruttiva di qualsiasi forma di totalitarismo mai conosciuta.

Ray Bradbury, prima di essere annoverato tra i grandi della fantascienza al pari di Isaac Azimov e Philip K. Dick, merita di essere ricordato negli anni a venire come oppositore ante litteram del regime verso cui la nostra società è sempre più pericolosamente indirizzata: quello dell’idiocrazia.

Rendiamo omaggio a un grande libertario!


Autore: Daniele Venanzi

Romano, studente di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Sapienza. Contributor di Libertiamo, Linkiesta, l'Occidentale e The Front Page; autore del blog Mercato & Libertà. È redattore di Disarming the Greens, blog che si occupa di questioni ambientali e green economy da una prospettiva di mercato. Nel 2011 ha tradotto l'appendice all'Autobiografia di Friedrich Von Hayek, edita da Rubbettino. È vincitore della Scuola di Liberalismo 2013 di Roma organizzata dalla Fondazione Einaudi, con tesina sulla public choice e la crisi del welfare state.

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