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Il Caucaso è all’alba di un nuovo conflitto

– Nelle giornate del 4, 5 e 6 giugno numerosi scontri si sono verificati lungo la linea di contatto che separa la regione armena del Tavush da quella azera del Qazak. I morti appurati sarebbero almeno 4 soldati armeni e 5 azeri ma, considerando la tendenza di entrambe le parti a diminuire il numero delle perdite, è possibile che il totale debba essere elevato di diverse unità. Le ripetute e reciproche accuse di sconfinamento e violazione del cessate il fuoco in vigore tra i due paesi fin dal 17 maggio 1994 non sono certo una novità. Dal solo inizio dell’anno almeno 6000 sarebbero state le violazioni di varia natura condotte dall’Azerbaijan e non minori quelle armene. Ciononostante, una ripresa così massiccia delle ostilità non è causale, coincidendo con la visita del Segretario di Stato statunitense nella regione. Dal 4 al 7 di giugno, la signora Clinton sarà infatti impegnata in un tour de force diplomatico che, iniziato a Yerevan, si concluderà a Istanbul durante il forum internazionale sull’anti-terrorismo.

L’oggetto del contendere tra Armenia e Azerbaijan è fondamentalmente lo status del Nagorno-Karabakh (Artsakh in armeno) regione montagnosa storicamente ed etnicamente armena, ma attribuita tra il 1921 e il 1923 dai sovietici alla turcofona RSS Azera nel tentativo di migliorare le relazioni con la Turchia e sfruttare le inevitabili tensioni tra i due satelliti caucasici per rafforzare il controllo di Mosca sulla regione. Questa ri-edizione in salsa rossa del divide et impera – altrimenti nota come “Politica delle nazionalità” – è indirettamente la causa del conflitto che tra il gennaio 1992 e il maggio 1994 ha visto Armenia e Azerbaijan contendersi il possesso di un territorio autoproclamatosi nel frattanto repubblica indipendente. Sebbene non riconosciuto da alcuno stato, l’indipendenza risulterebbe legittima alla luce di una legge sovietica del 1990. Alla luce di questo testo, se all’interno di una repubblica che intendeva staccarsi dall’URSS era presente una regione autonoma – un oblast’ quale il Nagorno – questa aveva la libertà di autodeterminare il proprio futuro. Autodeterminazione che, puntualmente, avvenne tramite referendum e decisione del Soviet locale in seguito alla scelta azera di lasciare l’URSS. La stessa Corte Costituzionale sovietica confermò indirettamente la decisione ma, nel vuoto di potere che si andava a creare in quegli anni, la strada per il conflitto – che risulterà disastroso per l’Azerbaijan – era aperta.

Dal 1994 la situazione è in una fase di perenne stallo e a poco è servita l’opera di mediazione dell’OSCE condotta tramite i mediatori internazionali del cosiddetto “Gruppo di Minsk” di cui la stessa Italia fa parte. Ad esclusione delle polemiche sulla composizione del Gruppo – l’Azerbaijan vorrebbe la Turchia al posto di una Francia vista succube della diaspora armena – il vero nodo del contendere è lo scontro tra due principi praticamente inconciliabili: principio di integrità territoriale (difeso dagli azeri) e principio di autodeterminazione (sostenuto dagli armeni). Nemmeno il “processo di Praga” che, iniziato nel 2004, era riuscito a far sede le parti a un tavolo comune o i “Principi di Madrid” del 2007 sono riusciti a sbloccare la situazione.

La soluzione più logica sarebbe il ritiro dell’Armenia dal 20% di territorio azero occupato durante la guerra – ad esclusione del Corridoio di Lachin che collega le due entità armene – e il definitivo riconoscimento da parte di Baku dell’indipendenza di fatto dell’Artsakh. Ovviamente, la soluzione più logica è anche probabilmente la più lontana dall’essere raggiunta. Forte della contrarietà internazionale – Europa e Consiglio d’Europa inclusi – alla statualità dell’Artsakh, l’Azerbaijan non rinuncerà mai a pretese dal suo punto di vista più che legittime. Soprattutto, considerando la disparità economica tra i due paesi e le difficoltà crescenti che l’Armenia sta incontrando nel guadagnare alleati alla propria causa.

Ipotizzando quindi che lo stallo non possa durare per sempre, non è azzardato immaginare che presto o tardi una delle due parti decida di risolvere unilateralmente la questione elevando la tensione ad un livello insostenibile. Malgrado le trattative continuino – in giugno è previsto un incontro tra i due Ministri degli Esteri a Parigi – i toni militaristi rimangono elevati. La parata tenuta dagli armeni a Stepanakhert – “capitale” del Nagorno-Karabakh – con tanto di moderni droni che le Autorità sostengono auto-prodotti in loco, non lascia dubbi circa la volontà di Yerevan di difendere le proprie acquisizioni con le armi. Ma, qualora il conflitto effettivamente esplodesse, quali sarebbero le forze in campo?

Nel 2011 l’Azerbaijan spendeva il 3.4% del proprio PIL per la difesa contro il 4.2% dell’Armenia il che vuol dire 1,421,000,000 di dollari contro 404,000,000. Oltre a questo sostanzioso divario che pone l’Azerbaijan al 60esimo posto per spese militari nel mondo contro l’84esimo posto dell’Armenia (Sipri, 2011) bisogna anche considerare la differente capacità dei due paesi di acquisire moderni armamenti dall’estero. Se per l’Armenia nel periodo 2010-2011 gli unici due fornitori erano Russia e Ucraina per un totale di 54 milioni di dollari (con una prevalenza di sistemi d’arma anti-aerei), per l’Azerbaijan la lista è alquanto più nutrita comprendendo oltre alle già citate Russia e Ucraina anche Israele, Sud Africa, Turchia e Stati Uniti. Il totale si aggira sui 424 milioni di dollari per lo stesso periodo considerato precedentemente. La Russia, in entrambi i casi, è la venditrice principale con una predilezione particolare per l’Azerbaijan (360 milioni contro 51 e nessuna vendita nel 2011 all’Armenia). Malgrado la retorica della fratellanza nei confronti dei “fratelli cristiani”, l’Orso continua a prediligere la cassa sonante. L’Azerbaijan pare infine saper differenziare maggiormente i propri acquisti prediligendo l’aeronautica ma non disdegnando nemmeno artiglieria, missili e mezzi corazzati.

Da questa breve panoramica è facile capire a quale delle due nazioni un conflitto non convenga per nulla. L’Armenia, tutto sommato, ha più da guadagnare da un negoziato che da un conflitto che la vedrebbe ben presto messa alle strette non solo dal punto di vista economico – è un paese che esporta principalmente prodotti agricoli e che ha risentito pesantemente della crisi europea con una contrazione del PIL del 14% nel 2009 – ma anche da quello geopolitico. Quest’ultima “cornice” comprende almeno due aspetti: energia ed equilibri d’area.

Innanzitutto, l’Azerbaijan è un paese ricco di risorse prime energetiche che lo pongono al 27esimo posto al mondo per riserve di gas naturale e al 19esimo per riserve petrolifere (CiA World Factbook – 2011). Considerata la necessità per l’Europa di differenziare i propri approvvigionamenti energetici dalla Russia, il gas azero – estratto dal giacimento di Shakh Deniz – risulta imprescindibile per qualsiasi progetto, sia che si parli del Nabucco, del Gasdotto Transanatolico (TANAP) o del Gasdotto Europeo Sud-Est (SEEP). È quindi difficilmente ipotizzabile che un qualche tipo di aiuto possa arrivare all’Armenia da un’Unione Europea perennemente in crisi ed interessata, al massimo, allo sviluppo di pacifiche aree di libero scambio come quella di cui si inizierà a parlare il 19 di giugno. Il secondo aspetto riguarda invece la cosiddetta politica della “complementarietà” portata avanti dall’Armenia nel tentativo, finora riuscito, di mantenere buone relazioni con Russia, Stati Uniti ed Iran. Per fare un esempio, ai plurimi tentativi di ottenere un supporto statunitense nella questione del Nagorno, non è mai venuta meno la collaborazione militare con la Russia che verrà ulteriormente rimarcata a settembre con un’esercitazione congiunta in Armenia della CSTO, l’alleanza militare della Comunità degli Stati indipendenti. Politica equilibrata in tempo di pace, essa può difficilmente risultare di qualche utilità se le tensioni sfoceranno in un conflitto.

È chiaro, infatti, come la Russia sia quasi solo interessata a mantenere il Caucaso in una condizione di perenne instabilità in cui potersi inserire di volta in volta come mediatore, venditore, alleato. Malgrado controlli i confini terrestri dell’Armenia è difficile immaginare Putin a cavallo di un carro armato mentre guida plotoni moscoviti verso Baku. Il vero nodo gordiano per la Russia è, al massimo, la Georgia di cui attualmente occupa il 20% del territorio – comprendendo in questa percentuale anche la presenza militare in Abkhazia e Ossezia del Sud -. E questa occupazione – oltre alla necessità dell’alleanza azera in caso di conflitto con l’iran – è anche il motivo per cui difficilmente USA e NATO sosterrebbero in un conflitto aperto un’Armenia troppo vicina ai persiani e che fa del principio di autodeterminazione il proprio cavallo di battaglia. Nell’ottica di contenere le mire russe in Caucaso è infatti necessario che alla Georgia venga riconosciuta la piena sovranità sul proprio territorio, ivi comprese le regioni separatiste. Nessuna sorpresa, quindi, che al recente Summit NATO di Chicago, l’unico principio nominato per il Caucaso sia stato quello dell’integrità internazionale in piena contrapposizione con quanto fatto ai tempi che furono in Kosovo.

Insomma, i destini della regione sono appesi alla possibilità che il negoziato proceda e che la parte azera non decida di approfittare del vantaggio che possiede rispetto al proprio nemico per risolvere unilateralmente la questione. Incidentalmente, la speranza è che la situazione in Iran rimanga sotto controllo. In caso contrario, un attacco a Teheran potrebbe accelerare le dinamiche dell’area gettando la regione in una spirale capace di far rimpiangere il conflitto russo-georgiano del 2008.


Autore: Federico Mozzi

22 anni, pavese. Fresco di laurea in Studi Internazionali presso l’Università di Bologna, si trasferisce prima in Belgio dove lavora come Project Assistant presso il “Security & Defence Agenda” e in seguito in Armenia, dove sta svolgendo un tirocinio per il Ministero degli Affari Esteri.

3 Responses to “Il Caucaso è all’alba di un nuovo conflitto”

  1. Mago scrive:

    Putin non marcerà su Baku, ma se l’Azerbaijan invadesse l’Armenia la russia (che mi pare abbia basi militarli nel paese) la difenderebbe sicuramente. E gli azeri non sono in posizione di poter “discutere” con Mosca.

  2. Federico Mozzi scrive:

    La Russia ha diverse basi nel paese e attualmente controlla i confini terrestri dell’Armenia con la Turchia e l’Iran (oltre a un controllo congiunto dell’aeroporto internazionale di Yerevan).
    Certamente, se Baku attaccasse il territorio armeno, la Russia interverrebbe come minimo per “dividere” le parti ma e’ dubbio che farebbe lo stesso se l’Azerbaijan concentrasse la propria azione unicamente sul Nagorno-Karabakh o sui territori che l’Armenia attualmente occupa. In quel caso l’Armenia – appartenendo formalmente quei territori a Baku – non sarebbe “invasa”.

    Su questa ambiguita’ la Russia potrebbe giocare molto.

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  1. […] di rinfocolare come non mai le tensioni della regione di cui si è già avuto modo di parlare da questo webmagazine. In quella data si terranno, infatti, le quinte elezioni presidenziali dell’auto-proclamatasi […]