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Siria, intervenire non è facile come sembra

– Uno scambio “equo”: il regime di Bashar al Assad ha ammesso in territorio siriano l’apertura di 17 nuove sedi per la missione di osservazione dell’Onu (anche in zone calde quali Deraa, Deir Ezzor, Homs e Idlib). Nello stesso giorno, ha dichiarato persone non grate 17 diplomatici occidentali. Ha espulso l’intero personale dell’ambasciata della Turchia e le rappresentanze di Belgio, Bulgaria, Germania, Canada, Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Svizzera, Spagna. E Italia. Nel caso di Francia e Usa si è trattato di una mossa ormai solo simbolica: i loro ambasciatori, coraggiosamente impegnati sul fronte dei diritti umani, erano già stati richiamati in patria per motivi di sicurezza dallo scorso ottobre. Dell’ambasciatore-missionario Robert Ford (Usa) avevamo già avuto modo di parlare. In marzo anche il personale britannico era stato evacuato, sempre per motivi di sicurezza, perché esposto alle rappresaglie di regime contro il Regno Unito.


L’intento del regime siriano è evidente: vuole espellere ogni fonte di “interferenza” delle democrazie occidentali, ma ammettere (sulla carta) solo il piano di pace promosso da Kofi Annan, a nome delle Nazioni Unite. Un piano che si è già rivelato illusorio, data l’impossibilità di controllare il territorio ed impedire nuove violenze.

L’espulsione degli ambasciatori occidentali era ampiamente prevedibile. E’ la rappresaglia di Assad all’espulsione dei suoi ambasciatori da quegli stessi Paesi. A sua volta, l’espulsione degli ambasciatori di Assad era la risposta occidentale al massacro di Hula (più di 100 vittime, la metà delle quali bambini) di cui si sono resi responsabile l’esercito e le milizie fedeli al regime di Damasco.
Proprio il massacro di Hula è indicato dalla stampa araba (praticamente all’unisono) come un “punto di non ritorno” della repressione in Siria. La Lega Araba, che ha già ostracizzato Assad, non ha formalizzato la richiesta di un intervento militare, ma fa capire in tutti i modi che lo gradirebbe. I quotidiani governativi di Qatar, Giordania e quelli indipendenti, pan-arabi, basati a Londra (Al Sharq al Awsat e Al Quds al Arabi) chiedono all’Onu l’applicazione del Capitolo VII: protezione dei civili. Anche a costo di usare la forza delle armi.

E’ altrettanto chiara, ma di segno opposto, la posizione delle due potenze orientali con potere di veto al Consiglio di Sicurezza: Russia e Cina. Nel vertice di Pechino, Vladimir Putin e Hu Jintao hanno ribadito il loro rifiuto tassativo di qualsiasi intervento straniero in Siria.

Adesso la parola spetta ancora all’Occidente. Oggi è il giorno dell’incontro degli “Amici del popolo siriano” a Istanbul. Saranno presenti i ministri degli Esteri dell’Ue (fra cui l’italiano Giulio Terzi), il segretario di Stato Usa Hillary Clinton e il ministro degli esteri turco Ahmet Davutoglu. Cosa decideranno?
Un intervento è finora considerato come un’ipotesi puramente teorica. Ma ci sono vari modi di intervenire. Non c’è solo l’invasione militare (Iraq 2003) o la campagna aerea (Kosovo 1999, Libia 2011), ma si può concepire anche la creazione di una No Fly Zone (Iraq 1991), o la creazione di enclavi protette (Bosnia 1993-1995). Il filosofo e giornalista liberale francese Bernard Henry Levy considera tutte queste ipotesi nella sua lettera aperta al presidente François Hollande:

“Può la Francia fare per Hula e Homs, quello che ha fatto per Bengasi e Misurata?” – chiede l’intellettuale al suo presidente – Userebbe il suo notevole credito personale e quello del nostro Paese, per tornare dai nostri alleati di allora, assieme al Regno Unito, agli Stati Uniti, alla Lega Araba e alla Turchia, elaborare una strategia che vada oltre l’ ‘incondizionato sostegno al piano Annan’? Lo vede che nel gruppo di Paesi amici del popolo siriano, fra i quali, grazie al nostro galvanizzante intervento in Libia, noi godiamo di una decisiva influenza, si sta riflettendo su una o più opzioni già sul tavolo e aspettano solo una guida? La creazione un perimetro di sicurezza lungo le frontiere turche e giordane, proposta dal Qatar; l’idea avanzata dal ministro degli Esteri turco di ‘no-kill zones’, che creino un santuario, nel cuore del Paese, un rifugio per gli elementi dell’Esercito Siriano Libero equipaggiato con armi difensive; zone del cielo in cui gli elicotteri siano banditi e, sul terreno, il divieto di transito per i veicoli che trasportano truppe e materiale bellico”.

Un intervento occidentale che accontenti queste richieste turche e arabe, porterebbe inevitabilmente allo scontro con l’esercito regolare siriano. Che è proprio ciò che le democrazie occidentali, finora, hanno cercato di evitare in ogni modo. Anche in Libia l’operazione era iniziata come mera implementazione di una “no fly zone” (estesa anche ai movimenti di terra attorno a Bengasi), ma si è trasformata ben presto in un’azione di “regime change conclusa solo con la morte del dittatore Gheddafi. Affrontare un’operazione simile in Siria è molto più rischioso. Non solo perché l’esercito regolare di Damasco è molto più forte di quello libico. Ma perché i raid rischierebbero di colpire le basi russe. E le reazioni di Vladimir Putin sono molto imprevedibili.

Il timore dell’intervento, inoltre, non riguarda solo il come combattere, ma anche il chi sostenere. La scelta di campo, contrariamente alle apparenze, non è affatto facile. Protestare per un massacro è un atto di cortesia che non comporta rischi. Sostenere un governo ribelle in Siria, in cui la maggior forza politica sta diventando quella dei Fratelli Musulmani, potrebbe rivelarsi un boomerang. L’amministrazione Obama sta già considerando i Fratelli Musulmani come la forza dominante nel Consiglio Nazionale Siriano, basato a Istanbul.

Da un lato può essere un alleato utile, perché promette (anche per motive religiosi) di porre fine all’alleanza fra la Siria e l’Iran sciita. Mohammed Fauk Tayfur, leader della Fratellanza Musulmana siriana, in un’intervista rilasciata al Washington Times, all’inizio dell’anno, ha dichiarato di voler recidere ogni legame con Teheran. Come modello politico da seguire indica la Turchia di Erdogan. Come peggior modello islamico, condanna la Repubblica Islamica. Ma ricordiamoci che stava parlando a un quotidiano occidentale, ad un pubblico di occidentali, con l’intento di accattivarsi le sue simpatie. La realtà potrebbe essere molto più pericolosa.

Non a caso è Israele la potenza democratica più riluttante ad un intervento contro la dittatura di Bashar al Assad. Da un lato, una sua eventuale caduta “… sarebbe una sconfitta strategica per l’asse dei regimi radicali: una sconfitta per l’Iran – come dichiarava questa settimana il ministro della Difesa Ehud Barak – (La Siria, ndr) è l’unico avamposto dell’influenza iraniana nel mondo arabo. (La sua caduta, ndr) indebolirebbe drasticamente sia Hezbollah in Libano che Hamas e la Jihad Islamica a Gaza”. Ma al di là di questi auspici, Israele non fa nulla per contribuire alla caduta del regime. Anche perché teme che dopo Assad si venga a creare una situazione di sostanziale caos, come in Iraq e in Libia. L’intelligence ha già individuato un aumento sensibile di cellule di Al Qaeda in Iraq sul territorio siriano. Quelle cellule, dotate delle armi chimiche dell’arsenale di Assad, potrebbero costituire un pericolo incontrollabile.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

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