Porto bloccato per ‘gravi carenze costruttive’ a Fiumicino, Emilia Romagna

– Le immagini di morte e devastazione rimbalzate da network e quotidiani dall’Emilia raggiungono ogni angolo del Paese. Istantanee amplificate dalle emozioni. Di quanti vivono in loco quel disastro, ma anche di quanti ne osservano il concitato verificarsi, da lontano. Da posti probabilmente sicuri. Colpite tante chiese e torri, ma anche basiliche e collegiate. Insieme ai capannoni, gli shoe box, come li chiamano gli americani. Arte ed industria in frantumi.

Mentre sull’intera regione, che continua ad essere con il fiato sospeso, si concentrano a ragione gli sguardi di tutto il Paese, altrove la cronaca regala una notizia che solo distrattamente può essere derubricata alla cronaca locale. Quella laziale. Il consulente tecnico d’ufficio, l’esperto incaricato dal Tribunale Civile di Civitavecchia di valutare conformità e sicurezza del cantiere di Fiumicino, dove dovrebbe realizzarsi il nuovo porto, ha bocciato il progetto.  Per “gravi carenze costruttive”. La storia dell’opera, avviata nell’autunno del 2010 e da tempo ferma, con un costo stimato di 400 milioni di euro, sembra un coacervo di interessi particolari e gravi inadempienze. Da un lato appalti “chiavi in mano” e “imprese a cascata”, dall’altro le falle rilevate nell’unico intervento finora realizzato, cioè il cosiddetto Molo di Traiano. Da studi del Dipartimento di Ingegneria Civile ed Ambientale dell’Università di Firenze emerge il rischio concreto che le onde scavalchino la barriera di 800 metri, con “ripercussioni sulla sicurezza di cose e persone”. Con un ulteriore elemento. La variante, mai comunicata da Acquatirrena a Regione e Comune di Fiumicino, né sottoposta a verifiche geotecniche, sulla “bonifica fondale”. Ovvero la base su cui poggia tutto il molo, sostituita da un telo plastico in geotessuto “che comporta una riduzione delle qualità complessive dell’intero molo in termini di durabilità”. Ma nella circostanza le inadempienze riguardano anche Regione e Comune, rei di non aver vigilato sul cantiere con apposite figure. Mai nominate o create ormai a lavori fermi.  Insomma “le carenze tecniche del progetto esecutivo sono di una gravità tale da decretarne l’inaffidabilità  e la non conformità alle normative di sicurezza”.

La verifica sul porto di Fiumicino non è conclusa. L’ingegnere ha richiesto carotaggi e indagini sismiche, secondo i documenti sinora mai effettuate. Eccolo il fil rouge che lega l’Emilia dei capannoni industriali, quelli crollati tra Mirandola e San Giacomo Roncole, di Medolla, San Felice e Cavezzo, ed il Porto di Fiumicino con un molo che potrebbe non servire allo scopo. Prefabbricati costruiti per resistere a sollecitazioni verticali ma non a quelle orizzontali di un sisma e un’infrastruttura progettata senza tener conto di un futuro sisma. Senza approntare quegli strumenti preliminari indispensabili per garantire vite umane. Il problema è quello di sempre. Quello che riemerge “dopo” ma del quale si finge di dimenticarsi “prima”. “Prima” degli straripamenti di Genova e “prima” delle alluvioni venete e marchigiane, “prima” dell’Aquila. Ed ora “prima” dell’Emilia. Ma è solo “dopo” che riemergono i dossier di Legambiente, gli studi dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia e quelli di qualche Dipartimento universitario.

Disattendere regole esistenti, con l’arroganza di chi ritiene che si tratti di inutili e dispendiosi precetti. Il punto è che non si possono prevedere i terremoti. Ma che sia necessario fare quanto possibile perché il loro verificarsi non provochi un disastro. Seguendo pedissequamente le norme dei regolamenti edilizi. Documentando il pregresso. Se nella realtà, invece di un auspicio, si trattasse di una consuetudine si saprebbe, ad esempio, che proprio tra Modena e Reggio Emilia, nel 91 a.C. si verificò un terribile terremoto. Lo affermano sia Plinio il Vecchio (nat. II, 2, 119) che Giulio Ossequente (Prod. Liber 54). Lo riporta nei cataloghi di terremoti antichi Guidoboni in I terremoti prima del Mille in Italia e nell’area mediterranea. Storia archeologia sismologia (Bologna 1989). Ma così non accade. Queste informazioni rimangono lettera morta, confinante, si pensa, all’erudizione senza ratio. Sarebbe invece possibile prevenire tutta quella serie di eventi naturali, come straripamenti, alluvioni e frane, che hanno una relazione immediata di causa-effetto con il cd. controllo del territorio. Che nella gran parte non c’é. Come ha evidenziato con grande chiarezza l’ultimo rapporto annuale dell’Istat. “Impatto ambientale negativo in termini di irreversibilità della compromissione delle caratteristiche  originarie dei suoli, dissesto idrogeologico e modifiche del microclima”, nelle parole dell’Istat. Nel soil sealing, nell’impermeabilizzazione delle superfici naturali, non abbiamo quasi rivali in Europa. Abbiamo praticamente bruciato il 7,3% del territorio nazionale. Peggio di noi ci sono solo il Lussemburgo con il 7,4%, il Belgio con il 9,8% e i Paesi Bassi con un poco invidiabile 13,2%.  Ma non ci accontentiamo. Cerchiamo, ciecamente, di andare oltre. Proseguendo verso il baratro. Come scriveva Calvino ne La speculazione edilizia o La giornata di uno scrutatore, libri traboccanti di riflessioni non lette oppure dimenticate. Come scrive Alessandra Sarchi, nel suo recente Violazione (Einaudi Stile libero, pagg. 272, euro 18,00), intrecciando le vicende di tre famiglie, tra speculazione edilizia e cedimenti morali. Protagonisti di quella storia moderna, anzi attualissima, Primo Draghi, imprenditore edile senza scrupoli, uomo dei mille abusi, corruttore naturale che non si fa nessun problema a edificare su terreni franosi a rischio crollo e Alberto Donelli, che si occupa di tutela ambientale. Protagonisti ma anche paradigmi dell’Italia degli opposti. Di chi lotta per i territori, per il loro rispetto. E di chi vive di abusi. Senza scrupoli.

Solo una buona urbanistica può assicurare dai disastri della natura. Una visione generale che non sia solo la somma degli infiniti particolari, di città e territori. Pensati nell’ottica del Bene Comune, nel rispetto della legalità. Cercando ausilio proprio in quella natura, a lungo considerata il “nemico” dell’urbanesimo. Un antidoto efficace contro i disastri naturali. Come ha proposto un architetto cileno, Alejandro Aravena, in un progetto che porterà alla prossima Biennale di Architettura di Venezia. La ricostruzione di Constituctiòn dopo il terremoto del 2010. Ridisegnando l’intera pianta urbana per prepararla agli tsunami del futuro, impiantando anche una barriera forestale. Contro le minacce geologiche ci vogliono risposte geografiche.

Il Presidente del consiglio scientifico del Louvre, il “nostro” Salvatore Settis, nel suo libro, Paesaggio Costituzione cemento ha profetizzato che “vedremo boschi, prati e campagne arretrare ogni giorno davanti all’invasione di mesti condomini, vedremo coste luminose e verdissime colline divorate da case incongrue e palazzi senz’anima, vedremo gru levarsi minacciose per ogni dove. Vedremo quello che fu il Bel Paese sommerso da inesorabili colate di cemento”. E ricordando la storia recente, capannoni crollare, edifici sbriciolarsi, fiumi straripare, montagne franare. E persone morire. Non sarà, non è, l’apocalisse biblica, ma l’incapacità di rispondere alle minacce della natura con strumenti efficaci. Che continuano ad esistere, senza essere utilizzati.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

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