Lavoro e studio non sono un diritto

di SIMONA BONFANTE – C’è chi vuole – anzi pretende – che l’occupazione la crei lo Stato, e chi pretende – anzi vaneggia – che il sapere, ovvero il potere, debba darlo lo Stato pure quello, darlo a tutti, darlo gratis, a prescindere.  Che poi non è il sapere che vogliono, ma il titolo. Quel gratis e quel a prescindere però costano. Università per tutti, cioè istruzione competitiva per nessuno, è un modo settario, improduttivo e socialmente penalizzante di fare ‘im-mobilità’; è, cioè, il modo migliore – il più ambiguo – per cristallizzare il paese nella sua minorità – culturale, prima ancora che economica.

Domani il ministro Profumo presenterà in CdM un piano per meritocratizzare scuola e università. Sgravi fiscali per chi arruola i laureati migliori e penalizzazioni economiche per gli atenei che intruppano gli insegnanti peggiori. E poi iniziative simboliche come lo studente dell’anno’ che, per un sistema educativo che ai bravi non dice bravo, ma semmai impegnati meno ché se no fai sfigurare i colleghi, ecco sarà pure una cosa simbolica ma ha un che di saggiamente rivoluzionario.
E per il reclutamento dei docenti – prevede il piano – al concorso si farà precedere un test tarato sulla capacità didattica. Banale, sacrosanto, eppure la valutazionegiammai strillano quelli che ‘la Costituzione italiana è la più bella del mondo’. Ipocriti e velleitari: la Costituzione italiana non è affatto la più bella ma semmai la più inattuata, perché la più pateticamente redatta per essere appunto non attuabile.

All’articolo 34, la Carta recita: “(…) I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.”
“Capaci e meritevoli” non significa tutti. Significa, appunto, quelli che hanno le capacità di dar valore allo studio meritando il sacrificio che la fiscalità generale (quindi anche chi non beneficia direttamente dell’investimento) si accolla per sostenerne gli sforzi, nella convinzione che quegli sforzi non siano solo moralmente premianti ma, soprattutto, evolutivamente vantaggiosi.

Lo studio non è un diritto come non lo è il lavoro: l’uno e l’altro sono leve di auto-affermazione soggettivamente azionabili, e lo sono anche grazie alle opportunità offerte da politiche pubbliche non socio-inibenti. Checché ne reciti quell’aleatorio, filosoficamente inconsistente, materialmente abiurato fondamento della nostra Carta Costituzionale, il lavoro – come il sapere, d’altronde – non si crea per legge.

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Twitter @kuliscioff


Autore: Simona Bonfante

Siciliana, giornalista free-lance e blogger, si è fatta le ossa di analista politico nei circoli neolaburisti durante gli anni di Tony Blair. Dopo un periodo in Francia alla scoperta della rupture sarkozienne, rientra in Italia, prima a Milano poi a Roma dove, oltre a scrivere per varie testate online, si occupa di comunicazione politica e lobbying 2.0.

7 Responses to “Lavoro e studio non sono un diritto”

  1. gisberto scrive:

    Domanda: la sua è una provocazione, o ci crede realmente in quello che scrive? Si riferiva soltanto all’università oppure anche alla scuola dell’obbligo? Capisco cosa vuole dire ma ho la sensazione che sia andata oltre ……
    L’affermazione: “il sapere, ovvero il potere” mi risuona veramente vuota e rivela il suo malessere interiore.

  2. Silvio scrive:

    Bellissimo articolo, condivido al 100%
    Purtroppo certe veritá scomode, soprattutto quando mettono in discussione gli schemi culturali di fondo di un popolo, sono troppo spesso taciute.

  3. step scrive:

    Bellissimo articolo. Simona Bonfante si conferma quella più “politicamente scorretta” di Libertiamo, senza ovviamente sconfinare nel becero e nel reazionario. A parte le questioni particolari del lavoro e dello studio, occorrerebbe ripensare molte cose a livello culturale, andando oltre l’ipocrisia e il moralismo (peraltro la stessa Costituzione non deve essere ossequiata come un dogma, ma va quanto meno problematizzata, visto che è passato più di mezzo secolo). Un vero libertario non dovrebbe essere un “amante” dell’egualitarismo, è invece il realismo che dovrebbe costituire la sua stella polare. Purtroppo in Italia, paese impregnato di buonismo peloso fascio-catto-comunista, la maggior parte delle persone si ostina a non fare i conti con la realtà, realtà che non è per niente bella e che invece andrebbe riconosciuta per come è veramente, proprio per evitare ulteriori delusioni e storture. Non riconoscere che esistono “migliori” in certi campi induce paradossalmente a promuovere persone che dispongono di altre “armi”, armi meno convenzionali ma più subdole (appoggi, raccomandazioni, ecc.). L’oggetto del desiderio, che non è accessibile a tutti anche per motivi quantitativi, viene comunque conquistato da qualcuno, una sorta di selezione si verifica in ogni caso. L’idealismo progressista pertanto porta a conseguenze ben peggiori di un sano e duro realismo. D’altronde c’è anche il detto: “delle buone intenzioni sono lastricate le vie dell’inferno”…

  4. Sono d’accordo. La logica ci dovrebbe quindi portare a liberarci finalmente di questo inutile fardello che chiamiamo Stato. Non è in grado guidare una politica economica, perché lo fanno i mercati, non può garantire lavoro, sapere o potere… Per l’ordinaria amministrazione basta un bravo commercialista…. E che cominci la libera guerra per l’autoaffermazione.

  5. Paolo scrive:

    Incisiva e controcorrente come al solito.

    Unico neo: perché lo Stato dovrebbe premiare l’imprenditore che assume il migliore?

    L’agevolazione fiscale ha senso se è una contropartita all’assunzione di soggetti altrimenti svantaggiati dal mercato del lavoro (es. un disabile), mentre in questo caso l’imprenditore che assume il “migliore” non fa nient’altro che il suo legittimo interesse.

    Andreottianamente, “penso male” e sospetto che lo sgravio sarà un bel meccanismo compensativo per consentire l’assunzione del “migliore di Stato” e non del migliore per l’azienda…

    …salvando così la capra (la meritocrazia annunciata) e il cavolo (la futura agenzia nazionale di valutazione citata dal sondaggio governativo sul valore legale dei titoli di studio, che dovrà fare la classifica, pardon il rating degli atenei).

    Insomma, anche per Monti è lo Stato che deve avere l’ultima parola sul “merito”!?

  6. Paolo scrive:

    …risuona così vuota tanto da essere comunemente adottata come estrema sintesi del notoriamente vacuo pensiero di Sir Francis Bacon.
    “Bacone, chi era costui?” ;-)

  7. gisberto scrive:

    Più so, più so di non sapere. …
    Altrettanto vacuo era il pensiero di un meno noto Socrate.
    Personalmente ritengo che Eistein era un uomo di sapere e Hitler un uomo do potere.

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