– Il principale difetto della riforma delle pensioni del ministro Elsa Fornero si colloca in senso simmetricamente opposto ai principali difetti comunemente rimproverati alle altre riforme succedutesi nel corso degli ultimi vent’anni.

Mentre queste misure sono state molto generose per quanto riguarda il periodo di transizione, la riforma Monti-Fornero se ne è curata troppo poco, al punto di doversi porre il problema di quanti e quali lavoratori “salvaguardare” rispetto a regole che rischiano di lasciare senza pensione e senza altri sostegni di carattere economico decine di migliaia di persone, ormai prossime alla quiescenza secondo le previgenti normative, ma che si sono viste spostare inopinatamente in avanti la soglia d’accesso con il decreto Salva Italia (e i correttivi del decreto Milleproroghe).

Sono state quindi individuate alcune categorie di lavoratori (c.d.esodati, in mobilità, in prosecuzione volontaria, inseriti nei fondi di solidarietà e quant’altro) a cui, in presenza di talune condizioni, vengono preservati i vecchi requisiti. Su tali situazioni è scoppiata la solita guerra dei numeri e quindi delle coperture finanziarie. Fino a quando il Governo, senza far cessare le polemiche, ha enucleato, nel numero di 65mila, i casi che già ora hanno esaurito le forme di tutela pubbliche e private e raggiunto i previgenti limiti di quiescenza, riuscendo, così, a far quadrare il cerchio delle coperture finanziarie, almeno nell’immediato.

I media – chissà mai perché ?- si sono appassionati al caso dei cosiddetti esodati, tanto che questa definizione viene comunemente usata per indicare tutte le fattispecie di salvaguardati. Chi sono gli esodati? Si tratta di lavoratori che hanno accettato la proposta di dimissioni volontarie o di risoluzione consensuale del rapporto di lavoro, formulata dalla loro azienda (quasi sempre di grandi dimensioni), in cambio di un’extraliquidazione solitamente ragguagliata al tempo mancante all’accesso alla pensione.

Poiché la riforma Fornero ha spostato in avanti i requisiti dell’età pensionabile, queste persone (insieme alla altre tipologie espressamente indicate nella legge) rischiano di avere un periodo, spesso di alcuni anni, non coperto dall’ammontare pattuito. La loro legittima preoccupazione – lo ripetiamo – deriva dal fatto che le misure di salvaguardia (riguardanti la possibilità di andare in quiescenza con le previgenti regole) sono finanziate, per questo come per gli altri casi, soltanto per un biennio (per una platea di 65mila persone). E dopo? Si chiedono in tanti.

A chi scrive è capitato di imbattersi in un caso che meriterebbe di essere raccontato in tv. Si tratta di un ex dirigente di una grande impresa di telefonia che, oltre al tfr spettante, ha incassato un’extraliquidazione lorda di 400mila euro e che rischia di doverseli far durare per due anni in più rispetto a quelli previsti al momento dell’uscita dal lavoro. Che questo signore abbia un problema è assolutamente evidente; che lo stesso voglia cercare di risolverlo è comprensibile. Ma possiamo considerare tale caso come se richiedesse un’assoluta priorità, senza fare alcuna distinzione con chi, magari, ha perso il lavoro in solitudine, senza ricevere un euro in più del TFR?

Non dimentichiamo che i dipendenti in mobilità dello stabilimento di Termini Imerese sono fuori dalle deroghe per una questione di decorrenza di alcuni giorni. Eppure, tutto viene messo su di uno stesso piano e chi ha più voce per protestare viene ascoltato in modo acritico. Si replicherà certamente che quello da me citato è un caso isolato. Proviamo, allora, a calarci nella nostra discutibile normalità.

“Poste Italiane” – al pari di altre società pubbliche o private – è un caposaldo della politica degli esodi, nel senso che, nel triennio 2009-2011, ha concordato circa 16.500 uscite incentivate, erogando un’extraliquidazione pro capite di circa 39mila euro lordi (41mila per i quadri e 38,5mila per gli impiegati) per un ammontare complessivo di oltre 64 milioni di euro. Con tale operazione (in sostanza, una forma di prepensionamento a carico dell’azienda) si tendeva a coprire mediamente circa 20 mesi rispetto alla possibilità di avere accesso alla pensione.

A seguito della riforma delle pensioni del ministro Fornero risultano esservi 2,7mila esodati incappati negli effetti dell’incremento dell’età pensionabile. Ognuno di loro aveva percepito un incentivo medio lordo intorno ai 56mila euro allo scopo di coprire una distanza media dalla liquidazione del trattamento pensionistico di circa 38 mesi. In conseguenza della nuova normativa si è assistito ad un raddoppio del periodo che li separa dalla pensione: fino a 78 mesi se non interviene una soluzione.

Il caso di “Poste Italiane” è emblematico di un certo andazzo. Un’azienda interamente a capitale pubblico si avvale di procedure soft (e onerose) per ridurre il personale in esubero (in taluni casi l’esodo del padre ha comportato l’assunzione part time del figlio). Così migliaia di persone vengono, in pratica, retribuite per anni per non lavorare, fino a quando non varcheranno la soglia della pensione. Per 2,7mila persone la copertura è stata calcolata per 38 mesi sulla base delle previgenti regole pensionistiche.

Ma tale impianto è stato rimesso in discussione dallo scivolone in avanti – e di parecchio – dell’agognato approdo pensionistico. Così, per risolvere il loro problema, questi nostri concittadini dovrebbero trovare il modo di sbarcare il lunario, complessivamente per 78 mesi. E’ politicamente corretto intravedere in tutto quanto abbiamo sommariamente descritto un massiccio spreco di risorse umane e materiali, da “Paese della cuccagna” che da un certo momento in poi non riesce più ad esserlo, ma non si rassegna? Capisco benissimo che le mie considerazioni non saranno popolari; ma è proprio tanto sbagliato risolvere questo problema alle diverse scadenze in cui si presenterà?

Ci sarà pure, al fondo di tutto, anche un po’ di responsabilità personale. Oppure continueremo sempre a caricare sullo Stato le conseguenze di scelte anche nostre?