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La grande riforma ‘alla francese’? Non garantisce il ricambio, nè la qualità dell’offerta politica

– La questione della Grande Riforma costituzionale è senza dubbio un evergreen della politica italiana. I partiti ne discutono continuamente, quasi sempre con finalità di corto respiro, come la famosa conferenza stampa del duo Alfano e Berlusconi, che ha fatto capire che anche questa volta nulla cambierà.

Vi sono invece studiosi seri e appassionati che legittimamente, e spesso con ottime argomentazioni, auspicano l’adozione di un dato sistema, ritenendolo più vantaggioso o giusto, e pertanto non perdono occasione per riproporre le loro tesi, soprattutto quando la situazione sembra loro propizia, come nel recente caso del sistema semipresidenziale alla francese, che dopo le ultime presidenziali è tornato di gran moda nelle principali forze politiche, almeno a parole.

Appunto la scorsa settimana, Libertiamo ha pubblicato un bellissimo articolo di un’autorevole studiosa, dove sostanzialmente si sostiene che l’attuale fase di sfaldamento politico potrebbe essere arrestata soltanto da “una riforma che tenga insieme in modo coerente nuova forma di governo e nuovo sistema elettorale”, indicando, sulla scorta del passaggio dalla Quarta alla Quinta Repubblica, il sistema semipresidenziale quale soluzione istituzionale.

Al riguardo, devo confessare che le argomentazioni non mi hanno persuaso principalmente per due ragioni.

La prima è di ordine metodologico. Il tentativo ripete, infatti, il vizio di riproporre una concezione eroica della revisione costituzionale, cioè “l’idea, cioè, che le riforme della costituzione debbano essere palingenetiche, secondo il principio: o grande riforma o niente” (D’Atena).

E non è difficile immaginare in questo caso quale sarà la sorte di questa proposta e ciò, almeno in questo caso, non è affatto un male, anzi. Infatti, piaccia o no, è assolutamente incontestabile che l’attuale composizione del Parlamento italiano non sia più rappresentativa del corpo elettorale, non soltanto in termini di rappresentazione dei singoli gruppi parlamentari, ma più in generale del complesso delle forze politiche ivi rappresentate, che forse nel breve periodo di tempo sono destinate a subire profonde azioni di restyling.

Sembra pertanto singolare che si proponga la ricostruzione dell’architettura dell’ordinamento costituzionale in un tempo ridottissimo e da parte di una classe politica largamente delegittimata. Il successo di un patto costituzionale non è dato soltanto dal grado di perfezione tecnica con cui è redatto il testo, ma anche, o soprattutto, dalla vitalità delle forze sociali e politiche che lo stipulano. D’altronde, se è vero che la transizione francese è avvenuta in un momento di forte crisi, è altrettanto vero che essa fu realizzata da un De Gaulle di certo non sul viale del tramonto, come dimostrano i suoi due successivi mandati presidenziali, tacendo del suo passato che, forse, gli conferiva un grado di legittimità agli occhi del popolo francese che nessuno in Italia oggi può vantare.

Noi, invece, dovremmo riscrivere il patto costituzionale con delle forze politiche moribonde o in stato comatoso e magari pretendere che questo patto regga alla loro disgregazione o, addirittura, che le mantenga artificiosamente in vita.

La seconda ragione attiene al merito della proposta. In particolare, l’idea che l’adozione di un sistema elettorale a doppio turno, combinato con l’elezione diretta del presidente, costituisca di per sé un viatico per l’emenda dei tanti vizi del nostro sistema politico è un atto di fede, tutto da dimostrare.

Chi garantisce che il doppio turno non continuerebbe a dare vita a coalizioni eterogenee, come abbiamo avuto modo di sperimentare in tutti questi anni? Forse, che tra primo e secondo turno non sono possibili trattative tra le forze politiche per negoziare il proprio consenso? Perché l’elezione diretta del presidente dovrebbe dare risultati analoghi all’esperienza francese e non invece a quella egiziana, nel senso di esaltare candidati “estremi”? Abbiamo, forse, un sistema di partiti dalla consolidata tradizione culturale e politica e con comprovati meccanismi di selezione della classe dirigente idoneo ad arginare derive populiste? Forse che le amministrative dell’ultimo anno non ci hanno già evidenziato che l’elezione diretta a doppio turno nell’ambito di un sistema partitico allo sfascio può fornire risultati straordinariamente singolari?

La risposta ai precedente interrogativi rimanda alla vera questione che i fautori del semipresidenzialismo, o di qualsiasi altro modello istituzionale, spesso volutamente omettono di considerare, cioè la qualità dell’offerta politica.
La verità è che partiti scarsamente rappresentativi e con una classe dirigente scadente comunque otterranno risultati gestionali pessimi, qualunque sia la forma di stato e di governo.

E una ulteriore dimostrazione è data dal reale funzionamento del nostro ordinamento costituzionale che evidenzia un netto sbilanciamento del baricentro della produzione legislativa in favore del Governo, che poco si concilia con un sistema parlamentare, come attestano i dati dell’Osservatorio sulla legislazione della Camera dei Deputati per l’anno 2011. Cioè, il nostro è un ordinamento ormai strutturalmente imperniato sulla concorrente, perlomeno, produzione legislativa di Governo e Parlamento e quindi soltanto apparentemente può continuare a essere definito un regime parlamentare tout court.

Una riprova che la criticità italiana non sia più uno scarso o lento potere decisionale è stata fornita dalla reattività e incisivita mostrata durante il grave momento vissuto lo scorso novembre. D’altronde, una sterminata letteratura costituzionale ha in questi anni evidenziato, spesso con toni giustamente preoccupati, il debordante ruolo dell’esecutivo, soprattutto, ma non solo, in materia di decretazione d’urgenza, come testimoniano alcune importanti pronunce della Corte costituzionale volte a reprimerne gli abusi più significativi (reiterazione della decretazione, carenza dei presupposti di urgenza e necessità, mancanza di omogeneità del testo ecc.).

In definitiva, il principale limite del nostro effettivo ordinamento costituzionale non è rappresentato dalla sua obsoleta architettura istituzionale, che certamente sarebbe opportuno aggiornare nei giusti tempi che sono necessari e magari da parte di un Parlamento che goda di maggiore credito, quanto dalla scarsa propensione al ricambio del personale politico (e non solo), che inevitabilmente conduce a situazioni di sterile paralisi, tant’è che periodicamente il Paese subisce delle forti scosse telluriche in occasione dell’esaurimento per consunzione di una classe dirigente, che spesso conducono a una radicale metamorfosi del panorama partitico, senza però che ne siano intaccati i meccanismi di rigidità selettivi.

La vera differenza tra noi e la Francia è che ai tempi della “mitica” discesa in campo gli ultimi contendenti alle presidenziali francesi erano politicamente ancora in “fasce”, mentre oggi noi discutiamo ancora le pazze idee di chi ha avuto a disposizione, almeno, diciassette anni per realizzare i suoi progetti politici. E questa è una differenza che nessun sistema elettorale o forma di stato o governo può cancellare.


Autore: Giacomo Canale

Consigliere della Corte costituzionale e dottorando in diritto pubblico presso l'Università degli Studi di Roma Tor Vergata, dove collabora con la cattedra di diritto costituzionale. Ha frequentato il 173° corso varie Armi dell'Accademia Militare di Modena e prestato servizio in qualità di addetto di sezione presso il Reparto Affari Giuridici ed Economici del personale dello Stato Maggiore dell'Esercito. Le opinioni qui espresse sono strettamente personali e non impegnano l'istituzione di appartenenza

3 Responses to “La grande riforma ‘alla francese’? Non garantisce il ricambio, nè la qualità dell’offerta politica”

  1. Sofia Ventura scrive:

    Due sole osservazioni: 1) l’alternativa alla grande riforma, nelle condizioni attuali, a me pare il caos; forse non vale la pena tentare? 2) se è vero che l’attuale offerta politica è deficitaria, è anche vero che come ci insegnano i costituenti americani e tanta scienza politica, nuove regole producono nuovi comportamenti (questo accadde anche in Francia. E una precisazione: la natura parlamentare di un sistema è data dal rapporto di fiducia esistente tra governo e parlamento, non dal fatto che l’iniziativa legislativa risieda principlamente in quest’ultimo. In tutte le democrazie parlamentari l’iniziativa legislativa (e lo stesso vale per il tasso di successo) è principalmente prerogativa dell’esecutivo.

  2. Giacomo Canale scrive:

    Gentile Prof.ssa Ventura, Lei ha perfettamente ragione. Naturalmente, non intendevo sostenere che il nostro non è un sistema parlamentare, ma soltanto dire che, a mio giudizio, al di là della definizione teorica della nostra forma di governo, il suo reale funzionamento ha finito con il superare alcuni limiti propri di questi sistemi (scarsa rapidità decisionale, instabilità dei governi ecc.), che sono quelli che spesso ne hanno determinato la crisi e determinato l’esigenza del loro superamento.
    Evidentemente la mia formulazione è stata infelice e La ringrazio per questa doverosa precisazione, che consente di non trarre in errore nessuno dei lettori.
    Cordialmente e con sincera stima
    Giacomo Canale

  3. Giacomo canale scrive:

    “Nella stanza dei bottoni ci devono essere i bottoni”. Alfano oggi evidenzia quanto avevo sostenuto, ossia che l’adozione del semipresidenzialismo dovrebbe servire per dotare il paese di una governance efficace, in coerenza con la vulgata che la nostra forma di governo parlamentare non lo sia.

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