Lo scandalo della normalità. Le famiglie gay alla prova fallita del Family Day

di CARMELO PALMA – In questa foto i due uomini che si baciano lo fanno per finta. I baci sono così preziosi che varrebbe la pena fossero tutti veri e non se ne sprecasse nessuno. Eppure in quel bacio c’era qualcosa di vero e per gli interessati di prezioso, anche se non era un vero bacio.

Per discutere delle famiglie omosessuali e della loro esclusione dal VII Incontro mondiale delle famiglie, che si è celebrato nei giorni scorsi a Milano, parto da questa foto perché nelle “cose omosessuali” lo scandalo privato e quello pubblico sempre si tengono e si appartengono. Come – mutatis mutandis – il pregiudizio religioso antiebraico e la propaganda politica antisemita.

Quello a sinistra sono io, l’altro è il mio amico Igor. Siamo a Roma, in Piazza Farnese. E’ il 14 febbraio 2004, San Valentino. Il set è quello del Kiss2Day convocato per contendere a non ricordo più quale città (forse Santiago del Cile) il primato del bacio collettivo più affollato del mondo. L’obiettivo vero del gioco era però quello di sostenere la campagna per il riconoscimento delle unioni civili, a partire da quelle omosessuali.
Era una piazza molto gay e per la parte restante molto gay friendly. Ciascuno portava un bacio alla causa. Nella folta e assortita pattuglia di militanti radicali io e il mio amico Igor siamo andati a baciarci per quelli che non avrebbero potuto farlo. Non in Iran, in Italia. Per quanti possono “essere froci”, ma non possono “fare i froci”. O se proprio vogliono, devono farlo nel segreto reclusivo del privato, nel ghetto etico ed estetico dell’amore diverso. E rigorosamente “uno per uno” – anche quando si accoppiano – e non a “due per due”, cioè secondo una misura familiare preclusa (pare) proprio dalla speciale e manchevole condizione morale del loro amore.

Se l’omosessualità e gli omosessuali rimangono ristretti, non più nella galera della discriminazione legale, ma ai “domiciliari” dell’invisibilità civile, del riconoscimento giuridico delle unioni omosessuali non si potrà che parlare come di un “diritto di serie B” per “persone di serie B”. Se l’omosessualità non conquista lo spazio pubblico, le famiglie omosessuali non potranno accedere alla pubblicità della regolamentazione e del riconoscimento legale.
Per questo io e Igor dedicammo il san Valentino del 2004 ai martiri dell’omosessualità catacombale e segreta cui l’orgoglio esibizionistico dei Pride non restituisce (purtroppo) nulla di quanto l’anonimato civile toglie, ma almeno riconosce un desiderio frustrato di presenza e felicità pubblica. Andare a baciarsi lì – insomma – era come dire: Ich bin ein Berliner. Una prova d’amore civile, che da allora fa bella mostra di sé sul sito del Partito Radicale.

Questa foto è saltata fuori più volte nel corso degli ultimi anni. Qualcuno l’ha trovata, ma qualcun altro l’ha addirittura cercata e dossierata. E’ una foto pubblica, ma è diventata una foto “segreta”. Per anni mi ha guadagnato solo qualche discreto abbordaggio, ultimamente anche un ben più grottesco pedinamento politico.

Della vicenda mi dispiaccio, non perché me ne senta minacciato o compromesso, ma perché nel riferire del perché e del percome di quel bacio a chi me ne chiedeva conto, ho avuto come l’impressione di discolparmene. “Facevo il frocio, ragazzi, ma non sono frocio”. Come dire: tutto sotto controllo, tutto regolare. Di questo, di non trovare il modo di uscire dalla trappola della discolpa e dalla logica della colpa e di avere prontamente confessato la verità – la verità che mi salva – un po’ mi vergogno. Se ti “accusano” di essere ebreo, devi essere ebreo. Anche se in realtà non lo sei. “Sì, sono frocio e sono berlinese. E andate a cagare”, questo dovevo dire.

Un modo per dirlo – e per rimediare al mio scivolone conformistico: rispondere No a chi mi “accusava” di essere frocio – oggi è non accordare neppure una tollerante condiscendenza a chi delle famiglie omosessuali discetta – per concedere qualcosa o nulla, poco importa – negando che si tratti di “vere” famiglie. Non sono solo vere, le famiglie gay. Sono scandalosamente “normali”. Se siano o meno matrimoniali o “matrimonializzabili”, se debbano trovare spazio nell’ordine giuridico stiracchiando un istituto storicamente eterosessuale o definendone uno più flessibile e adeguato alla realtà e alle esigenze delle coppie gay – se insomma sia meglio puntare ai matrimoni gay o ai Pacs – è dal mio punto di vista del tutto secondario e relativo.

Ad essere non negoziabile, invece, è la dignità sociale di famiglie che devono quotidianamente battagliare contro un diritto avverso. Che costruiscono un pieno di doveri e di responsabilità, in un vuoto di diritti e di riconoscimento sociale. Che si ostinano a “fare famiglia” e non solo a “fare coppia”, malgrado il loro status giuridico sia quello di un precario coinquilinaggio. Che agli incontri mondiali delle famiglie non sono invitate (un vero peccato, è il caso di dirlo) ma evocate di dritto o di rovescio come una minaccia antropologica all’unità della famiglia. E che malgrado tutto macinano giornate, chilometri, rate di mutuo, incomprensioni e disgrazie con un senso sventato e bellissimo di “normalità”.

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Twitter @carmelopalma


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

4 Responses to “Lo scandalo della normalità. Le famiglie gay alla prova fallita del Family Day”

  1. GrazianoP scrive:

    Un bellissimo intervento, bravo Carmelo.

  2. Silvana Bononcini scrive:

    Bel pezzo!

  3. E. Trismagistus scrive:

    Ho 5 amici carissimi gay, 4 dei quali convivono, da parecchi anni quindi conosco quella realtà e sarei contento che in Italia vengano riconosciute come coppie, quanto alla faccenda delle adozioni non sono tuttavia d’accordo, perché penso che siano necessarie comunque 2 figure, però alla luce del fatto che in Italia le così dette Case Famiglia sono poche e fanno il più delle volte schifo, penso che possa rimanere aperto il capitolo affidamento per gli adolescenti.

  4. cornacchia scrive:

    Ma non capisco cosa c’entri la normalità con la libertà degli omosessuali? La normalità non è un qualcosa che deve essere imposto o fungere da criterio di discriminazione fra ciò che è lecito e ciò che è illecito (il quale è costituito dal solo dovere di rispettare i diritti altrui) e, dunque, non ha senso sostenere che l’omosessualità è libera perché è normale: sarebbe come presupporre che ciò che non è normale sia vietato…

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