– In una intervista rilasciata al Corriere in questi giorni il “politico” del momento Beppe Grillo, tra le tante cose, ha affermato che nel suo partito c’è posto solo per italiani “doc” – per iscriversi serve la cittadinanza italiana, bisogna risiedere in Italia e pagare le tasse nel nostro paese.
Per un movimento politico che nasce sul web, cioè su un terreno che si astrae profondamente dalla dimensione nazionale e territoriale, l’affermazione del comico genovese suona abbastanza strana, ma in realtà è coerente con il retroterra fondamentalmente autarchico della sua visione politica.
Insomma per Grillo per fare militanza politica in Italia bisogna essere “cittadini” ed è bene stare attenti all’infiltrazione di agenti del nemico.

Ma com’è possibile che la cittadinanza debba essere un requisito così indispensabile per avere un qualche diritto di parola in un paese?  La sensazione è che essa rappresenti un concetto tutto sommato sovrastimato nella sua valenza e non solo nelle parole di Grillo, ma anche a livello più generale.
Ad esempio è significativo che attorno al concetto di cittadinanza ruoti parte importante del dibattito sull’immigrazione. Se a destra, per la maggior parte, si ritiene strategicamente utile contenere il numero di nuovi “italiani”, molti tra coloro che si pongono in posizioni più friendly nei confronti degli immigrati tendono ad enfatizzare l’importanza della concessione della cittadinanza come strumento per rendere possibile un’effettiva integrazione.
Per certi versi sembra che il dibattito si articoli tra chi è interessato a salvaguardare una sostanziale identità tra cittadinanza e “etnia” e chi invece è sostenitore di un’apertura nell’accesso alla cittadinanza a beneficio di chi nasca sul suolo italiano o viva da noi per qualche anno.

E’ interessante notare come, per gli uni come per gli altri, la nazionalità sul passaporto finisca per rappresentare il discrimine fondamentale per l’appartenenza a pieno titolo alla società – e questo probabilmente rappresenta un riflesso di una cultura giuspositivista che considera che l’uomo si realizzi innanzitutto nel suo rapporto con lo Stato, nei suoi diritti e doveri di cittadino/suddito, nel fatto di votare, di pagare le tasse, di sventolare la bandierina giusta.

In realtà, l’individuo esprime la propria personalità sotto forma di un gran numero di interazioni che non riguardano o meglio non dovrebbero riguardare lo Stato e che è restrittivo racchiudere all’interno del rigido recinto dell’appartenenza nazionale.
Viviamo, a dispetto di qualcuno, in una società sempre più globalizzata ed interallacciata, fatta per esempio di immigrati che vengono a lavorare in Italia, di aziende straniere che investono nel nostro paese, di imprenditori italiani che cercano all’estero nuove possibilità, di “italians in fuga” che studiano a Londra e trovano un impiego a New York.
Ed anche quando ci si trasferisce in un altro paese, mica è detto che ci si debba restare in modo permanente, fino alla completa “assimilazione”. Magari si può tornare a casa oppure – che c’è di male? – spostarsi dopo un po’ in un paese diverso.

L’istituto della cittadinanza ha senz’altro un senso nella misura in cui può rappresentare un disincentivo ad un’immigrazione motivata primariamente dall’accesso a privilegi welfaristi, ma è chiaro che da un punto di vista liberale essa deve diventare un concetto sempre meno rilevante – di pari passo con la riaffermazione del primato della sfera economico-sociale rispetto a quella politico-statale.
In quest’ottica è evidente che i non cittadini prendono parte attivamente – con il proprio lavoro ed i propri investimenti – al tessuto economico e sociale di un paese, contribuiscono alla sua cultura e si muovono legittimamente anche nella dimensione pubblica, che non si riduce certo al solo processo elettorale, ma che si esprime in una pluralità di forme di partecipazione, dibattito e militanza.

Prefigurare, come fa Grillo, regole discriminatorie nei confronti dei non italiani o degli italiani “disertori” (quelli che pagano le tasse all’estero), al punto di escluderli da un’associazione o da un partito, è dunque una scelta ingiusta e di retroguardia.
Piuttosto, contro ogni rigurgito nazionalista, è opportuno cominciare a concepire la valenza di appartenenze più sfumate che non prevedano arruolamenti ed affiliazioni esclusive.
In questo senso è utile impegnarci a garantire agli stranieri che vogliano lavorare o investire in Italia la possibilità di farlo in condizioni eque e non discriminatorie ed allo stesso tempo è importante guardare con assoluto rispetto ai nostri concittadini che scelgono di andare a lavorare o di investire fuori dai nostri confini. Gli uni come gli altri possono rivelarsi risorse preziose per lo sviluppo complessivo della nostra comunità.