La politica è in disgrazia perchè ha fallito la sfida del merito e delle opportunità

– Roma, un bar del centro. “Mio cognato lavora alla Rai”, dice un avventore a un pubblico di quattro o cinque signori sulla cinquantina. “Non avete idea di quello che succede. Nessuno può dire niente in TV prima di aver parlato con gli avvocati, perché se no arrivano le querele. È tutto deciso prima”.

L’informazione non è libera”, fa eco il barista. “Non in televisione. Spegnetela, la TV. Soprattutto la Rai. La verità si trova su internet”.

Giusè, ma da quando hai quel computer chi ti ferma?” commenta, disincantato, uno dei clienti. Gli altri però sono attenti, hanno smesso di scorrere i loro giornali sportivi per ascoltare la conversazione. Intervengono, argomentano.

Non so come sia finito il dibattito. So però che davanti al bancone emerge il problema principe dell’Italia politica. In barba alla democrazia, larghe fasce della popolazione sono escluse dalla partecipazione attiva alla formazione delle decisioni. Si convincono che non si può credere ai giornali né alla televisione né ai partiti, che seguono un’agenda meschina nel migliore dei casi e maligna nel peggiore. Disgraziatamente, è spesso vero. Con spirito simile a quello dei pionieri del West, in sé encomiabile, questo mondo senza voce va alla ricerca di spiegazioni autentiche un po’ per tutto, dai dettagli della riforma del mercato del lavoro alle vere cause del terremoto. Le nuove tecnologie aiutano, ma mescolate con la mancanza di cultura e di senso critico producono dieci complottisti per ogni cittadino accuratamente informato. Di frequente il risultato non è quello inizialmente desiderato, ovvero la consapevolezza che consente il controllo sull’esercizio del potere. È piuttosto il fratello storpio, la presunzione d’aver capito tutto perché si attinge a un sapere esoterico fatto di segreti inconfessabili. Peccato che siano puntualmente falsi.

Facciamo un passo indietro. In Italia la mobilità sociale è minima, come risulta sistematicamente dai dati economici. La crisi aggrava il fenomeno: meno di un sesto dei nati tra il 1970 e il 1984 riesce, al primo impiego, a migliorare la propria posizione rispetto a quella dei genitori. Le torri d’avorio esistono, anche se somigliano sempre di più a baracche fatiscenti. L’infinita espansione delle rendite di posizione familiari e politiche osservate negli ultimi decenni ha trasformato il Paese in una serie di fortini inespugnabili ma praticamente vuoti, con pochissime eccezioni.

I principali partiti hanno gestito la situazione in maniera orribile. Da una parte, una sinistra intellettualmente tronfia e inefficace ha recitato collettivamente il copione del coraggioso film La bella gente, diretto da Ivano De Matteo nel 2009. Protagonista una famiglia borghese romana: padre e madre cinquantenni con impieghi da persone istruite, figlio che studia all’estero, buoni sentimenti e sensibilità verso gli esclusi. Un’estate i genitori, in vacanza in campagna, prendono a cuore la sorte di una giovane prostituta proveniente dall’Est Europeo. La tolgono dalla strada, la ospitano e s’adoperano per darle un futuro. Le cose cambiano quando lei intreccia una relazione con il figlio, tornato a casa per qualche settimana. Si accorgono che la ragazza minaccia il fidanzamento, pre-esistente e socioculturalmente corretto, del giovane; la rimandano indietro tra pianti e remore che fanno bella figura e non servono a niente. Vedendola alla stazione del treno, intenta a truccarsi in preparazione del ritorno alla vecchia vita, si ha l’assurda sensazione che moralmente abbia vinto lei.

Dall’altra, le destre hanno per lo più agito nel peggiore dei modi: lungi dall’incoraggiare le prostitute ucraine a istruirsi e conquistarsi un posto nel mondo, le hanno assunte in schiere per intrattenere sessualmente una generazione di neocafoni di governo. A chi voleva riservare la lettura dei libri solo ai figli di scrittori hanno risposto bruciando i libri; a chi guardava di traverso i piccoli imprenditori veneti perché non sanno stare a tavola hanno risposto che i veri uomini mangiano con le mani, possibilmente non lavate. Al farisaismo di certi richiami morali hanno risposto negando in blocco l’importanza dell’etica, nella gestione della cosa pubblica come in quella delle cose private. La stagione di trionfo delle camicie verdi, nere e Dolce&Gabbana con logo in bella vista fu a suo tempo spacciata da Berlusconi proprio come un esempio di sano ricambio delle élite, di mobilità sociale virtuosa. Come dire: nelle carceri ci sono più poveri che miliardari, questo è ingiusto; riscattiamo il sottoproletariato liberando i delinquenti.

Il peggior vento nuovo, per capirci quello che mette insieme disgrazie naturali, profezie dei Maya, “fracking” e cospirazioni plutocratiche, è se possibile peggio. Risolve il problema dell’immobilità della società italiana elargendo a tutti cavalcature alate, e pazienza se sono immaginarie: chiunque può pensare di contare qualcosa perché conosce le trame su cui il potere tace e scende in piazza a gridarle, con grande soddisfazione psicoeconomica del capopopolo di turno.

È largamente mancata nello scontro tra partiti politici e categorie sociali quella semplice logica liberale che conduce dritti a un mondo magari non ideale, ma almeno un po’ più sensato. È in un certo senso fisiologico che i palazzi d’epoca abbiano porte ben chiuse; in fondo, affittarli costa parecchio. Dovrebbe essere però possibile arrampicarsi almeno fino alle finestre del primo piano salendo su una scala di libri. Una volta arrivati, dovrebbe essere possibile entrare bussando garbatamente al posto che spaccando i vetri, previo accertamento che quei libri sono stati letti e compresi. Si potrebbe cominciare a pensare che, se ci si sente esclusi perché non si sa se la forchetta va a destra o a sinistra, si può guardare su Wikipedia; è anche qui la forza democratica della rete, non nelle pieghe dei siti che parlano di scie chimiche. E come si arriva a questo risultato? Con uno sforzo in parti uguali morale e materiale. Chi ha avuto l’occasione di fare passi avanti per suo talento e impegno (e per fortuna qualcuno c’è) lo racconti, sproni chi ha attorno, diffonda speranza. Si raccolga al contempo consenso politico, traducibile in effettivo peso decisionale, intorno a misure volte a rendere il mondo realmente aperto e realmente contendibile, in modo che gli esempi di vittorie meritate si moltiplichino. Si rinsaldi il legame tra cause ed effetti, per tenere i clienti di Giuseppe saldamente ancorati alla realtà. Altrimenti, guai.


Autore: Claudia Biancotti

Nata a Moncalieri nel 1978, é economista presso la Banca d'Italia. Studia i metodi statistici per le indagini campionarie, ma anche la distribuzione del reddito, l'economia della felicitá e un po' di neuroeconomia. DISCLAIMER: Le opinioni qui espresse sono strettamente personali e non impegnano l'istituzione di appartenenza.

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