Paghiamo le tasse per decrescere, ergo fallire

di SIMONA BONFANTE – “Perché continuiamo ad usare i denari dei contribuenti per colmare i buchi bancari e curare le entità sistemiche?” Già, perché? Il governatore della Bce, Mario Draghi, si fa la domanda e si dà la risposta. La sua risposta è che le responsabilità delle banche devono ricadere sulle banche, non sui contribuenti. Problema etico? Anche. Ma il problema, in realtà, è ontologico. La irresponsabilità produce irrazionalità. Quanti soldi hanno messo gli inglesi, gli irlandesi, gli spagnoli, i greci e quindi noi, per salvare le loro banche? E con quale risultato? L’indebitamento che ha ingenerato il – razionale, prevedibile ma, così continuando, difficilmente sanabile – tracollo di fiducia altrimenti chiamato crisi viene da lì: dalla socializzazione delle colpe.

Vi siete chiesti che senso abbia parlare ad esempio di ‘garanzia di Stato’ sui depositi bancari? Lo Stato è un entità giuridico-economico-istituzionale fallibile. Il nostro Stato, poi, oltre che fallibile è meschino: lo è quando unilateralmente delibera di sottrarsi ai vincoli cui lo obbliga il Diritto. Disonora gli impegni contratti con i propri più diretti creditori ma intanto tassa, sanziona, confisca i suoi stessi creditori. E ti dice pure che lo fa per il loro bene. Non è così. E a dirlo è lo Stato stesso. A dirlo è il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco: qui, ieri, le sue considerazioni finali.

Le tasse non fanno affatto il nostro bene: non sanano il debito perché, semplicemente, impediscono la messa in esercizio di quello strumento – l’unico – che permetterebbe al debito di contrarsi davvero; quello strumento si chiama tagli alla spesa; tagli ai costi auto-generati dallo Stato per tenere in vita sé stesso. Le tasse – sempre più ‘tante’ e sempre più ‘troppe’ – rendono insensato produrre, irragionevole investire, irrazionale consumare. Le accise sulla benzina, che assurdità! È aumentando i costi di produzione che immaginiamo di pompare la competitività? Gli oneri sul lavoro, quale ignominia! È imponendo vincoli, rigidità, dunque costi, che immaginiamo di stimolare l’occupazione, qualificarla, tonificarne il valore?

Lo Stato che tassa non merita fiducia. E qui non si parla di ‘gradimento popolare’: qui si parla di valutazione razionale di chi, quello Stato, ha il diritto pieno di giudicarlo, e cioé i suoi creditori. Lo Stato che spreme i contribuenti fino a lasciarli rinsecchire nella loro buccia spolpata è destinato a decrescere, quindi a fallire. Ecco, sostanzialmente è per accelerare quel processo che in questi giorni corriamo dal commercialista a farci compilare quel – oltretutto inintelligibile – passaporto verso il suicidio.

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Twitter @kuliscioff


Autore: Simona Bonfante

Siciliana, giornalista free-lance e blogger, si è fatta le ossa di analista politico nei circoli neolaburisti durante gli anni di Tony Blair. Dopo un periodo in Francia alla scoperta della rupture sarkozienne, rientra in Italia, prima a Milano poi a Roma dove, oltre a scrivere per varie testate online, si occupa di comunicazione politica e lobbying 2.0.

4 Responses to “Paghiamo le tasse per decrescere, ergo fallire”

  1. Alessia Z. scrive:

    Simona, ti adoro!!!

  2. Piccolapatria scrive:

    Finito l’innamoramento per i super salvatori? Quegl’illustri saputi che dimostrano di non saper nè leggere nè scrivere e ci hanno inesorabilmente buttati nel fondo del buco nero del non ritorno. In molti – tantissimi – avete applaudito fino a spellarvi le mani il vegliardo stantio monarca che li aveva nominati con grande strombazzamento mediatico; alcuni – pochi – avevano capito e previsto che era tutto un imbroglio tragico; ora a sconquasso conclamato e attuato non c’è rimedio. Questo infelice paese non si salva più. Economicamente è morto e chi sta in trincea ne ha la tremenda consapevolezza.

  3. marcello scrive:

    Lo stato non deve aiutare le banche. Non ci sono i soldi per chi è indigente e per far funzionare meglio i servizi essenziali e si danno i soldi alle banche che poi li prestano a dei tassi altissimi e non interrompono i mutui a chi non si trova in sufficiente (per alcuni teorici della guerra fra ceti poveri) difficoltà.
    Serve un fondo europeo che faccia gli investimenti e aiuti direttamente chi si trova in difficoltà, aumentando la domanda, cosa essenziale per una ripresa dell’economia, e che riduca il debito pubblico degli stati che ce l’hanno più alto, perché se fallisce l’euro il quadro è apocalittico.
    E la Bce deve poter stampare moneta, come avviene negli Usa, o almeno abbassare ancora di più i tassi d’interesse.

  4. Pietro M. scrive:

    E’ un secolo che per proteggere le banche le si salva da perdite e fallimenti. Naturalmente ciò produce uno ‘stato sociale per i ricchi’, visto che le lobby sono sempre contente quando la disciplina del mercato viene eliminata.

    Ma produce un trade-off tra crescita e stabilità, perché o le banche sono libere, e allora fanno disastri, oppure sono iper-regolamentate, e allora i mercati finanziari rimangono primitivi.

    Se la burocratizzazione è considerata un’alternativa al mercato, è solo perché siamo folli.

    Non capisco perché Draghi predichi bene e razzoli male. Ah, è vero, se razzolasse anche bene non starebbe lì dov’è.

    PS Il Canada non ha quasi mai avuto fallimenti bancari senza assicurazioni sui depositi e senza banca centrale. Idem per Australia e Scozia. Tutte queste cose economicamente non servono. Ma una volta che le banche hanno assunto rischi, la paura di una crisi permette ogni forma di idiotismo d’emergenza.

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