Eni-Snam, il decreto attuativo spreca l’occasione per fare un buon ‘unbundling’

– Il decreto liberalizzazioni ha fatto registrare un passo in avanti, sul fronte della concorrenza e della competitività del settore del gas, con la separazione proprietaria imposta ad ENI, il maggior operatore nel mercato dell’approvvigionamento del gas, e SNAM, il gestore della rete di trasporto a cui tutti gli operatori, l’incumbent così come i suoi concorrenti, devono poter accedere per poter immettere i propri volumi di gas nel mercato a condizioni non discriminatorie.

La settimana scorsa è stato emanato il decreto attuativo dell’ unbundling, che stabilisce le modalità con cui SNAM verrà scorporata da ENI. Sorpresa delle sorprese; in tempi di crisi del debito sovrano, la soluzione per la quale il Governo ha optato è una tra le più onerose per il bilancio pubblico e si concreta in una mezza nazionalizzazione del settore.

Il provvedimento, infatti, prevede che l’operazione sia condotta dalla Cassa Depositi e Prestiti, società i cui azionisti sono il Tesoro (70%) e le fondazioni bancarie e che gestisce il risparmio postale, oltre ad erogare prestiti agli enti locali. La società, già titolare di altre partecipazioni in società per azioni, acquisirebbe dall’Eni una quota di controllo (il 30%) di Snam . Un altro 22% sarà ceduto al mercato.

Si tratta di un evidente passo indietro sul piano dell’apertura del mercato dei capitali agli investitori privati. Una mezza nazionalizzazione, insomma. Tanto che l’operazione costerà alla società controllata dal Tesoro circa 3,5 miliardi di euro. Soldi pubblici che verranno utilizzati per aumentare il controllo dello stato su un’impresa quotata in borsa e che potrebbe attirare anche capitali privati.

Anche oggi Snam è nell’orbita del controllo pubblico, ma in un modo che impegna meno capitali pubblici perché il controllo è indiretto: Tesoro e Cassa Depositi e Prestiti controllano già Eni, detenendo una quota di circa il 30%, che controlla SNAM con una partecipazione del 52%. Il controllo diretto della Cassa Depositi e Prestiti esige necessariamente un apporto di capitale pubblico.

Una soluzione alternativa che poteva piacere a noi liberisti con la clava sarebbe stata il semplice obbligo per Eni di cedere al mercato le azioni SNAM. Oppure, dato che le reti sono gli asset più strategici e quelli che più giustificano l’intervento pubblico, uno scambio di azioni per cui la Cassa Depositi e Prestiti comprava le azioni di SNAM dall’ENI e nel contempo, assieme al Tesoro, cedeva le proprie partecipazioni in ENI, per una quota pari almeno alle partecipazioni acquisite in SNAM. Dopotutto, il controllo pubblico in ENI trova minore giustificazione oggi che non gestisce più la rete nazionale di trasporto del gas. Certo, la cessione di una partecipazione ENI poteva sembrare una misura troppo punitiva per un’impresa su cui già si interviene d’imperio per scorporare parte delle sue attività.

Una soluzione di compromesso era stata prospettata alcune settimane fa e prevedeva il coinvolgimento di Terna, un’altra società a partecipazione pubblica, di cui la Cassa Depositi e Prestiti si sarebbe potuta “servire” per ripetere il modello di controllo indiretto, che avrebbe impegnato meno capitale pubblico. La Cassa Depositi e Prestiti avrebbe così mantenuto il controllo di Terna e, attraverso questa, di SNAM. Inoltre si sarebbe realizzata una grande società delle reti che avrebbe potuto tradurre in benefici per il sistema e la sicurezza energetica le sinergie e le economie di scala realizzabili attraverso la gestione unitaria delle infrastrutture di trasporto di energia elettrica e di gas.

Invece, si è optata per l’operazione che coinvolge più pesantemente un soggetto pubblico. Ed anche sotto il profilo dei vantaggi che l’unbundling può offrire in termini di concorrenza e apertura al mercato, il fatto che la Cassa Depositi e Prestiti detenga quote di partecipazione sia in ENI che in SNAM desta più d’una perplessità. Per evitare che con la doppia partecipazione si ridetermini un conflitto di interessi tra la mission di SNAM, ossia lo sviluppare la rete infrastrutturale e renderla disponibile a tutti gli operatori che lo richiedono, e l’interesse di ENI a limitare la concorrenza, sono state adottate alcune disposizioni volte a ripartire distintamente i poteri esercitati dalla CdP nella governance di SNAM e quelli esercitati dal Tesoro nella gestione societaria di ENI. Che poi tra il Tesoro e la “sua” Cassa Depositi e Prestiti si elevi davvero un chinese wall è tutto da dimostrare.

Insomma, il passo compiuto dal decreto liberalizzazioni nella direzione di una maggior concorrenza e liberalizzazione del settore del gas poteva essere epocale; rischia, invece, di rivelarsi un passo falso, contraddetto da un ritorno dell’intervento diretto nell’economia di cui non si sentiva davvero l’esigenza. Le modalità attuative del decreto liberalizzazioni si pongono per altro in aperto contrasto con le disposizioni varate l’anno scorso che prevedevano la stesura di un piano di privatizzazioni delle partecipazioni pubbliche. Nel settore del gas, invece, sembrano in fase di espansione.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

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  1. […] da ormai sette anni e avviato nel settore del gas con il decreto legge liberalizzazioni. L’operazione Snam, anziché richiedere nuovi capitali pubblici, dovrebbe essere colta come l’occasione per poter […]