– Con l’ingresso della Cassa Depositi e Prestiti in Metroweb (la società proprietaria di reti in fibra ottica partecipata da F2i, Fastweb e Vodafone), s’inaugura una fase nuova del mercato italiano delle telecomunicazioni: la dinamica concorrenziale arriva anche sulle reti fisse, con Telecom Italia che trova ora sulla propria strada un attore importante, tecnologicamente e patrimonialmente ben dotato, con il quale dover ora interfacciarsi, interagire, competere e cooperare.

Si può discutere a lungo sulla bontà della scelta dello Stato – attraverso un il suo braccio armato,la CdP– di “stimolare” la concorrenza con soldi pubblici. Il settore delle telecomunicazioni sconta un peccato originale, la privatizzazione sbilenca di Telecon negli anni Novanta, che non separò la rete dal gestore, eventualmente lasciando la prima allo Stato (sul modello di Terna nell’energia elettrica, per intenderci). Pensare oggi all’unbundling della rete Telecom sarebbe una scelta coraggiosa, che inficerebbe poco o tanto il diritto di proprietà degli azionisti privati della società sulla base dello schema utilizzato (separazione organizzativa, societaria o proprietaria), ma che appare complicata e difficilmente percorribile. Non mancherebbero, anche in quel caso, delle obiezioni sensate: quanto lo schema “amministratore di condominio” – vale a dire, una sola società della rete che offra i suoi servizi in condizioni di parità a tutti gli operatori, coprendo anche territori difficilmente raggiungibili in condizioni di mercato – favorisce l’innovazione tecnologica rispetto ad una pluralità di reti in concorrenza e sinergia tra loro?

La questione, insomma, è complessa e risente inevitabilmente delle scelte del passato, a causa delle quali ci troviamo oggi di fronte ad una sorta di “ribaltamento” delle posizioni in campo: chi è più “Stato” tra Telecom Italia e Cassa Depositi e Prestiti? Una vicenda recente, la parziale liberalizzazione dei servizi di manutenzione dell’ultimo miglio, ha confermato quanto influente riesca ad essere Telecom Italia in ambienti istituzionali e presso l’Agcom. Soldi privati ormai, ma “status” pubblico, nel bene e soprattutto nel male.

In questo quadro, lascia alquanto perplessi l’intervista rilasciata ieri da Franco Bernabè al Corriere della Sera, nella quale il presidente di Telecom critica l’interventismo della CdP e si appella al governo perché Telecom “non diventi un bersaglio”.

Dice Bernabè: “Mi chiedo se per lo Stato sia opportuno fare concorrenza all’operatore privato nelle aree dove è facile (le aree metropolitane, nda), disinteressandosi delle aree difficili, o se invece non sia meglio unire le risorse di Telecom e della Cdp per garantire a tutti un’infrastruttura essenziale”. E’ sbagliato – se una critica è permessa – il piano su cui il presidente di Telecom pone il dibattito: la concorrenza è sempre un fattore positivo, Telecom non può rivendicare un “diritto” al suo monopolio commerciale o al suo standard tecnologico; anche l’antieconomicità di alcuni investimenti in quelle che Bernabè chiama “aree difficili” risentirà positivamente dello sviluppo tecnologico e della diffusione delle nuove modalità di comunicazione.

Se Bernabè concorda, e non potrebbe fare altrimenti, circa la improcrastinabilità del rilancio delle reti in fibra ottica, non dovrebbe aver paura della concorrenza, ma accettare la sfida: più che la tutela della quota di mercato, l’interesse che accomuna tutti gli operatori e il paese dovrebbe essere l’aumento delle dimensioni complessiva della “torta”, cioè il peso e il ruolo della rete nella società e nell’economia italiana, con i suoi effetti positivi sul fatturato di tutte le telco.