di CARMELO PALMA – Ieri Beppe Grillo dal suo sito-partito ha affidato il commento e la risposta politica al terremoto in Emilia a Giampaolo Giuliani, che – così ci viene presentato – “è in grado di anticipare di 6-24 ore il manifestarsi di un terremoto” e con la “sua ricerca sui precursori sismici ha salvato la vita a quanti, nel 2009 in Abruzzo e in questi giorni in Emilia Romagna, hanno dato ascolto ai suoi allarmi”.

Che i colleghi di Giuliani non riconoscano dignità scientifica ai suoi lavori sui precursori sismici e ritengano al contrario non dimostrata (allo stato delle conoscenze) l’asserita prevedibilità dei terremoti, non ha privato l’ex tecnico dell’Istituto di Fisica dello Spazio interplanetario di una fama controversa, meritata dopo il terribile terremoto dell’Aquila nel 2009. Che pare lui abbia predetto, ma anche no ( “lo sciame sismico andrà scemando con la fine di marzo” – e il 6 aprile ci fu il disastro) ma di certo ha usato per la sua polemica contro la scienza ufficiale. Intanto gli italiani, anche grazie a lui, si sono abituati ad intendere la sismologia – quanto l’economia, o la medicina… – come una scienza à la carte, in grado di dire tutto quello che le si chiede (e che si vorrebbe che dicesse) e in primo luogo di soddisfare il risentimento che la disgrazia suscita nelle vittime, fornendo loro un “colpevole”.

Che Grillo usi Giuliani (e viceversa) non deve sorprendere. Giuliani sta ai terremoti come Grillo sta alla politica. Rispondono entrambi al desiderio di riparazione, di giustizia e di contropartita per i torti ingiustamente subiti che il peso implacabile della rovina esige da chi è costretto a sopportarne le conseguenze più dolorose. Sono entrambi l’umano, troppo umano, risarcimento ad un senso oppressivo di impotenza e di abbandono.

“Una via di uscita dalla catastrofe deve esistere, se esiste una giustizia, no?”, sembra essere la domanda. E Grillo ne contrabbanda la risposta pescando in modo eclettico da un anti-sviluppismo new age ampiamente sbufalato e nondimeno popolarissimo e adattando l’angoscia catastrofista ad un paradigma “colpevolista” – le cose vanno male perché qualcuno vuole così. Giuliani sembra fare qualcosa di simile – i terremoti uccidono, perché qualcuno vuole così, visto che in teoria si potrebbero prevedere. Il pessimismo leopardiano sulla natura matrigna è così riscattato da una sorta di frustrazione moralistica, che predica un rimedio facile all’insufficienza “colpevole” del sapere scientifico.

Non sapremmo dire di Giuliani per il suo campo e la sua “scienza”. Ma per Grillo, che risponde alla domanda profonda di sicurezza con un’offerta superficiale di rassicurazione, è fin troppo chiaro quale sia il gioco. Se la gente vuole un “colpevole”, basta fornirgliene uno anonimo, impersonale e oscuro. Così anche le responsabilità vere scompaiono a vantaggio di quelle verosimili e inverosimili, ma comunque “esemplari”, che la disperazione suggerisce ai disperati.

Le conseguenze della crisi economica, come quelle del terremoto sono anche un prodotto dell’incuria, della negligenza e dell’improvvisazione, in senso lato, “politica”. Se un Paese arriva alla soglia del default dopo avere scavato per quasi tre decenni la buca finanziaria in cui rischia di finire seppellito, deve presentare giustamente il conto agli “scavatori” che si sono via via succeduti (e quindi anche a se stesso). Se un terremoto di magnitudo non catastrofica si abbatte su di un territorio ricco e civile con un’intensità catastrofica – e crollano case e capannoni che altrove sarebbero rimasti in piedi – esiste un evidente difetto nelle politiche di prevenzione. Non si è fatto quanto si sarebbe potuto.

La risposta moralmente azzardata a tutto questo è che, se non si è fatto il possibile, si deve fare allora l’impossibile. Scendere in corsa – come Grillo pretende – dalla giostra della speculazione e uscire dalla bolla del mercato reale per accomodarsi in una realtà economicamente ideale. E ovviamente non limitarsi a prevenire gli effetti dei terremoti, ma prevenire direttamente il sisma, perché così sarebbe più giusto. Come quando Berlusconi nel 2010 prometteva una sorta di piano triennale per sconfiggere il cancro entro la fine della legislatura.

Di fronte alla calamità, alle crisi e ai rovesci della fortuna, un paese torna a stringere solidarietà naturali e spontanee e a slatentizzare sindromi profonde. La diffidenza per la ragione e l’eccessiva e irreligiosa confidenza col “miracolo” è una di queste. E’ logico – verrebbe da dire “giusto” – che ora ad usarne e abusarne, come altri prima di lui, sia il pifferaio a cinque stelle. Come abbiamo già scritto, Grillo è la “cura di Bella” applicata alla politica. Ha lo stesso successo, ma avrà gli stessi esiti.

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