Etiopia, landgrabbing o globalizzazione?

– Con un reddito pro capite di centosessanta dollari, l’Etiopia è una delle nazioni più povere del mondo. E la carestia degli anni Ottanta ha enormente accresciuto i suoi tanti problemi.

Angosciose le condizioni della gente che abita in capanne di fango e sterco seccato, giorno e notte flagellate dagli Chellama, “i venti delle tenebre”. Una guerra inutile contro il Fronte popolare per la liberazione dell’Eritrea ha solo contribuito a produrre tante morti. Una vita difficile quella di questa popolazione, contrassegnata da povertà e guerra. In maniera non dissimile da quella di altri “ultimi degli ultimi”, in Guatemala, Pakistan, Afghanistan e Messico, come recentemente ha raccontato Giovanni Porzio nel libro Un dollaro al giorno (Marco Tropea, pp. 240, euro 14,50).

Offrendo visibilità ad un’umanità dimenticata dai mezzi d’informazione. Un’umanità che quando finisce sotto i riflettori appare quasi senza speranza, anche se arricchita di utili strumenti che dovrebbero aiutarla ad affrancarsi da un presente più che incerto. Come accade, ad esempio, nel film del 2008 Teza, del regista Haile Gerima.

Ma a distinguere per certi versi l’Etiopia dagli altri “Paesi delle tenebre” sono altri dati. Oggi il Paese del Corno d’Africa è di oltre dieci volte più popoloso rispetto al 5 maggio 1936, il giorno in cui il generale Pietro Badoglio marciò su Addis Abeba alla testa di 1700 soldati italiani. Ora in Etiopia vivono almeno 84 milioni di persone, delle quali circa la metà ha meno di quindici anni. Si stima che nel 2050 l’Etiopia sarà una superpotenza demografica di 150 milioni di abitanti. Intanto però è un Paese in grande, grandissimo, affanno, nel quale l’emegenza non è uno status transitorio.

La siciità del 2011 ha affamato sei milioni di persone nelle campagne. Ma, ed ecco il paradosso, l’Etiopia che si segnala per la forza demografica, è una superpotenza globale per l’esportazione di mais, riso, sesamo, caffè e lenticchie. Mentre tanti etiopi muiono ancora di fame i prodotti della sua terra finiscono sulle tavole di tutto il mondo.

Gli attivisti definiscono questo fenomeno “landgrabbing”, requisizione della terra dei Paesi poveri da parte dei grandi investitori esteri ai fini di export. Gli investitori esteri preferiscono concentrarsi sull’estremo opposto rispetto ai terreni nell’Oromia, a sud di Addis, dove la superficie media è di soli 0,6 ettari. Lì, le compagnie indiane controllano 1,8 milioni di ettari. Dei quali circa 300 mila nella regione di Gambela da parte dell’azienda Karuturi Global Ltd. Quelle cinesi 1,4, mentre a quelle saudite spettano 400 mila ettari. Enormi, sterminati, latifondi, gestiti da capitali in continenti lontani.

L’operazione nel suo complesso fa entrare nelle esangui casse del governo di Addis Abeba oltre 40 milioni di dollari l’anno. Tuttavia la politica scelta dal presidente-dittatore Meles Zenawi, obbligare le imprese straniere a vendere nel Paese parte del loro raccolto, si è rilevata più che inefficace. Quell’obbligo, infatti, è stato facilmente superato con un escamotage. Coltivare prodotti, come il riso, che sul mercato locale non hanno grande fortuna. In questo modo la gran parte di essi può finire all’estero.

Ma molto più di queste inefficaci determinazioni, a suscitare interrogativi è l’appropriazione da parte degli stranieri di terreni etiopi. Insomma, si tratta di un “furto”, per certi versi mascherato? Oppure si tratta di un problema mal posto? Di una visione falsata da una prospettiva errata? A ben guardare la seconda opzione è, forse, qualcosa di più di una possibilità. Perché quei terreni, senza l’intervento degli “spregiudicati” latifondisti, senza il loro ricorso a tecnologie irraggiungibili senza capitali, continuerebbero a rimanere incolti. Come lo sono stati, a lungo, prima che tali tecnologie arrivassero.

Senza contare che soltanto in virtù di quegli investimenti si è creato lavoro e uno sviluppo delle risorse. Ma è pur vero che gli investitori non si fanno scrupoli. Di nessun tipo. Come si evince, ad esempio, nel contratto firmato dagli indiani della Karuturi con il governo etiopico. In esso si legge che l’azienda indiana prende in concessione i primi 100mila ettari per 50 anni all’equivalente di 60 dollari per ettaro, e pagherà un “affitto” annuale di 1,18 dollari per ettaro. Con questo acquisisce il “diritto” a disporre di quella terra, a scavare pozzi, costruire dighe se lo ritiene necessario. Sarà esente da tasse e dogane ogni bene che l’azienda importerà e che esporterà e anche il rimpatrio dei capitali. Il contratto non fa però menzione alcuna di norme di protezione del lavoro, salari e trattamento dei lavoratori agricoli. Senza contare che il governo etiope si impegna a consegnare la terra pattuita “libera da impedimenti”. Quindi sfratterà gli abitanti locali, se saranno di ostacolo al progetto, se necessario con la forza. Conta il business. Il resto non conta. O quasi.

Il neocolonialismo che interessa l’Etiopia appare più che altro uno dei portati, forse estremi, della globalizzazione. Più che landgrabbing si tratta davvero della declinazione del fenomeno di crescita progressiva delle relazioni e degli scambi a livello mondiale in diversi ambiti. Forse senza tanti scrupoli. Non soltanto in Etiopia. Perchè il fenomeno dell’accaparramento di terre è globale.

Da un lato ricchi investitori, multinazionali dell’agrobusiness di Paesi ricchi. Dall’altro governi di Paesi rurali e poveri. Dopo l’Europa, gli Stati Uniti, Corea del Sud, più di recente Cina, India e da ultimo il Bangladesh. Del caso indiano, uno dei più rilevanti, parla in modo approfondito uno studio ripreso da Grain, rete internazionale di ricerca sull’agricoltura (Rick Rowden, India’s role in the new global farmland grab, 2011). Conta 80 aziende indiane che hanno già investito 2,4 miliardi di dollari nell’acquisto o leasing di piantagioni nella sola Africa orientale. Etiopia in primis, ma anche Kenya, Madagascar, Mozambico e Senegal.

Resoom Haile, uno degli intellettuali eritrei più famosi al mondo, in una delle poesie di una raccolta vincitrice del premio Raimok nel 1998, afferma “Dalla nascita è necessario, una porta in testa per vivere. Madre, padre, maestro, predicatore, sorella, fratello, parenti, amici o gli altri della tua specie possono avere la chiave o può essere persa. Ma hanno ancora altri modi. Per aprire la serratura …”. Probabilmente, l’Etiopia non ha ancora trovato quella chiave. Per aprirsi all’esterno senza rimanerne (in parte) schiava.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

Comments are closed.