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Dai cappi alle scope. Quanto ci è costato un ventennio di Lega Nord

– L’unica cosa che manca a “Dai cappi alle scope. Vent’anni di Lega”, edito da Aliberti, è la clemenza. Su tutto il resto l’autore, Andrea Giuricin, non è stato parco né di argomenti né di dettagli. La mescola tra la ricostruzione dei fatti e personaggi di quasi un ventennio di Lega Nord e la fredda teoria di numeri e statistiche, è efficace quanto impietosa. Il risultato è la verità politica su di un partito non recuperabile dal fallimento. E non solo e non proprio per gli scandali familistici che lo hanno travolto negli ultimi mesi, quanto per la sua dannosità manifesta.

Innanzitutto agli interessi del Nord, materialmente impoverito dal sistema di potere leghista e dalla sua propaganda auto celebrativa. Chi l’avrebbe detto, agli inizi della parabola bossiana, che il Veneto, nell’annus domini Bossi 2009, avrebbe avuto un pil pro capite (28.100 euro) inferiore a quello della rossa Emilia Romagna (29.900 euro) e finanche del Lazio (28.400 euro)?

O che quel “popolo di stupratori che sono i rumeni” (credits to sen. Piergiorgio Stiffoni, Lega Nord, 2009) si sarebbero distinti nella difficile arte del governo a casa loro meglio degli ariani padani? A parità di potere d’acquisto, nel 2009 il reddito pro capite della provincia di Bucarest era arrivato a 26.100 euro, solo 2000 euro in meno della regione cardine del nord-est italiano. Destino, ahinoi, comune alla patria del forzaleghismo, quella Lombardia che dal 1995 al 2010 è stata capace di bruciare 30 dei 50 punti percentuali di vantaggio che il suo pil pro capite aveva rispetto alla media europea.

Per reggere all’urto della propria inconcludenza, la Lega Nord ha trascorso gli anni facendosi burocrazia. Dannosa per lo sviluppo economico quanto famelica di caselle da occupare, sopra il Rubicone come sotto di esso. Segnatevi le cifre, che alla fine daranno il costo complessivo del biglietto di 20 anni di teatrino leghista.

La strenua difesa delle province ci è costata 2 miliardi l’anno, che si sommano ai 400 milioni del prestito ponte che la Lega, nel pacchetto di controllo del governo Berlusconi, accordò alla decotta Alitalia perché non finisse in mano dei francesi di Air France nel 2008. Non subito, per lo meno, visto che due anni dopo nessuno batté ciglio quando gli stessi francesi rientrarono con il  25% nel capitale di Cai, ma senza debiti, ché quelli le camicie verdi li avevano accollati al contribuente italiano. In mezzo, storiacce di referendum boicottati, come quello elettorale del 2009, che la Lega volle svolgere lontano dalle elezioni europee per tenere l’abrogazione del Porcellum altrettanto lontana dal quorum. Una bazzecola che ha gravato le tasche degli italiani per altri 373 milioni di euro. E di altri, invece, come quello sull’affidamento a gara dei servizi pubblici locali, maramaldescamente supportati, per conservare agli amministratori leghisti il terreno di caccia delle molte società partecipate in cui comodamente siedono politici e trombati sotto il Sole delle Alpi. Che a “Roma ladrona” trovavano tempo, nonostante doppie e triple cariche, di occupare seggiole in prestigiosi organi direttivi di primari campioni industriali nazionali: dalla Rai, di cui l’attuale capo netturbino, Roberto Maroni, rivendicava perfino la presidenza,a Finmeccanica, dove il plurimo incaricato Dario Galli, senatore della Repubblica e presidente della provincia di Varese, occupa un posto in cda, passando ovviamente per l’Eni, dove la Lega Nord esprimeva un consigliere di amministrazione, Paolo Marchioni, anche amministratore provinciale in Verbanio Cusio Ossola, da 135 mila euro l’anno. Chi si stupisce, dunque, che Belsito fosse vicepresidente di Fincantieri?

Ma il tradimento maggiore il partito di Bossi lo consuma sull’istanza genetica del leghismo, quel federalismo fiscale che da driver di efficienza nella dinamica dei rapporti tra Stato e cittadini viene invece confezionato per garantire più spazio di manovra all’apparato leghista. Una promessa che ci ha messo anni, esattamente una decina, prima di tradursi in un accrocchio legislativo centralista che avrebbe duplicato i centri di spesa e di entrata, invece di razionalizzarli, mentre in un mese, esattamente tra giugno e luglio del 2011, la Lega Nord riusciva nell’impresa di aprire due sedi ministeriali a Monza.

Il fallimento federalista della Lega Nord è magna pars del debunking di Giuricin, ed è su di esso che la Lega transita direttamente da una possibile maturità politica ad una vecchiaia sciatta e atroce, icasticamente effigiata nel corpo stanco del suo leader, Umberto Bossi.

Spazzato via, con la scopa, da Roberto Maroni, probabilmente insieme all’intera Lega Nord. A che prezzo, ce lo dice l’autore nelle conclusioni, e io non lo svelo, per darvi una ragione in più a leggere “Dai cappi alle scope. Vent’anni di Lega”.

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Twitter: @Antigrazioso


Autore: Lucio Scudiero

Classe 1986, è laureato in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli. Quando non scrive nè edita bozze altrui studia a un master di diritto europeo, in attesa di potersi dedicare alla storia moderna, alla musica e ai classici della letteratura. E' incidentalmente caporedattore di Libertiamo.it.

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