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Scienza e percezione del rischio: qualcosa è cambiato, nelle campagne inglesi

– Giorni fa avevamo scritto che la storia dell’appello degli scienziati del Rothamsted Research, un importante centro di ricerca pubblico a pochi chilometri da Londra, meritava di essere raccontata: un gruppo di attivisti aveva minacciato, per il 27 di maggio, la distruzione di un campo sperimentale dove si studia una varietà modificata di grano resistente agli afidi, e gli scienziati del centro avevano risposto con un appello, che aveva avuto un’ampia risonanza sui media di tutto il mondo, affinché anni di lavoro e di ricerca finanziata con i soldi dei contribuenti britannici non venissero gettati al vento. Questo è quel che avevamo raccontato la volta scorsa, ora vediamo brevemente come è andata a finire, in modo da fare alcune considerazioni finali.

Ebbene, domenica mattina la tanto attesa “azione di massa” non c’è stata. Nelle campagne a nord di Londra si sono dati appuntamento poco più di un centinaio di attivisti, hanno fatto un picnic, suonato la chitarra, qualcuno ha preso la parola, poi hanno provato ad avvicinarsi al sito, dove sono stati fermati da un cordone di polizia. Gli scienziati, presenti sul posto, si erano detti disponibili a descrivere la natura dei loro studi, ma evidentemente agli ambientalisti la cosa non interessava. Il momento clou è stato quando si sono messi a cantare nientemeno che la ballata di Ned Ludd, il leggendario ispiratore del movimento che durante la rivoluzione industriale cercava di risolvere i problemi dei lavoratori distruggendo le macchine. Però non chiamateli luddisti, potrebbero offendersi.

In realtà alcune sere prima un attivista era riuscito a danneggiare, per fortuna non significativamente, alcune delle parcelle sperimentali, ma anche in questo caso il tutto si è risolto in una nota di colore: l’uomo, fermato dalla polizia, era nientemeno che Hector Christie, lo sfaccendato cinquantenne rampollo della famiglia che da generazioni finanzia il Glyndembourg Festival Opera. Però non dite che sono dei fricchettoni figli di papà, potrebbero aversene a male. E per finire la fiera del cliché, c’è anche l’immancabile attacco hacker al sito del Rothamsted, domenica sera.

Tutto bene quel che finisce bene, quindi, anche se secondo me in questo caso è finita anche meglio. E’ finita meglio perché, come avevo accennato la volta scorsa, questo episodio potrebbe segnare lo spartiacque per un nuovo modo di comunicare la scienza di fronte a una distorta, ma diffusa, percezione del rischio. Gli scienziati ritengono, correttamente in linea di principio, che sia sufficiente dare le informazioni corrette attraverso i canali attraverso i quali la scienza comunemente si esprime, essenzialmente la pubblicazione dei loro studi su riviste qualificate, e che alla divulgazione ci debbano pensare altri, a cominciare da mezzi di informazione in grado da distinguere il grano dal loglio, la scienza dalla spazzatura.

Purtroppo questo sembra non essere sufficiente, soprattutto in assenza di mezzi di informazione che abbiano a più a cuore la credibilità della popolarità, e soprattutto di fronte a tematiche delicate come le biotecnologie, che vanno a toccare corde molto sensibili nell’opinione pubblica e che si prestano intrinsecamente ad essere distorte dalle dinamiche che formano la percezione comune del rischio: “Il pericolo è reale, ma il rischio è socialmente costruito. Così, chi controlla la definizione del rischio controlla la soluzione razionale del problema. La definizione del rischio è dunque un esercizio di potere”, ebbe a dire Paul Slovic. La cosa sembra calzare a pennello per tutte le tematiche legate all’alimentazione.

Gli attivisti inglesi hanno, la cosa non stupisce, rifiutato un dibattito pubblico, ma sono stati costretti, grazie all’intervento diretto degli scienziati del Rothamsted, a confrontare pubblicamente per settimane i loro pregiudizi con le ragioni della scienza. Il loro insuccesso di fronte all’opinione pubblica, in questo contesto, era garantito. In un epoca in cui internet permette di bypassare i mezzi di informazione di massa (l’appello è stato diffuso e ha avuto successo in rete prima di finire sui giornali), la scienza ha finalmente l’opportunità di togliere a questi fasulli Robin Hood dei consumatori, così avvezzi a formare le loro convizioni sulla base di presupposti filosofici e morali, ma a difenderle di fronte all’opinione pubblica distorcendo senza vergogna le evidenze e i dati scientifici, il monopolio dei mezzi di informazione e il potere di costruire una definizione arbitraria e distorta del rischio.

Se domenica mattina, alla vigilia dell’attacco, il Guardian (non esattamente un giornale insensibile alle istanze degli ambientalisti), titolavaQuesto esperimento deve continuare, gli attivisti non hanno ragioni per temere il grano OGM prodotto al Rothamsted“, si può davvero dire che qualcosa è cambiato, e di questo dobbiamo essere riconoscenti ai ricercatori del team del Rothamsted Research.


Autore: Giordano Masini

Agricoltore, papà e blogger, è titolare di una azienda agrituristica nell'Alto Viterbese e si interessa prevalentemente di mercato, agricoltura, scienze e sviluppo curando il blog lavalledelsiele.com. Prima di tutto ciò è nato a Roma nel 1971, ha studiato storia moderna e ha provato a fare politica qua e là, sempre con scarsa soddisfazione.

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