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Prostituzione e proibizionismo giuridico. Ripensare le leggi guardando agli effetti

L’Italia ha un rapporto complesso con le riforme penalistiche liberali: vi giunge, talvolta, in ritardo, poi smaniosa di adeguare il proprio ordinamento alle modifiche intervenute; più spesso, non vi giunge, accantonando progetti prospettici e limitandosi a interventi una tantum, nei fatti incapaci di ridisegnare le discipline normative.

Alcuni esempi storici chiariscono questa carenza strutturale (grave quanto i vecchi monopolismi a spese dello Stato, le inadeguatezze nella politica estera, l’accesso dei giovani al mondo del lavoro). Si pensi alla legge 194/1978, che, a trent’anni dall’entrata in vigore della Costituzione, finalmente abrogava, expressis verbis, la piaga dei delitti contro la sanità e l’integrità della stirpe (valore giuridico che soltanto l’impalcatura del Ventennio poteva ritenere meritevole di tutela, ben al di là delle fattispecie tipizzate); si pensi al perfezionamento codificativo e definitorio della violenza sessuale, per decenni trattata da giurisprudenza e legislazione alla stregua di fatto attinente al pudore, al buoncostume, alla sfera intimo-comportamentale, non come crimine offensivo del paventato “valore-persona”.

Un ripensamento di questo tipo, sostengo da tempo, dovrebbe riguardare anche lo statuto giuridico della prostituzione nel nostro Paese. Si ragiona sul piano concreto, non su quello storico-politologico e teorico, che pure avrebbe qualcosa da dire (si ricordino gli interventi di Turati per la tutela delle salariate dell’amore). Innanzitutto, perché, come ha recentemente notato anche Saviano, più efficace da cronista che da ideologo, la prostituzione, non gestita da mafie autoctone, diviene ottima pontiera di criminalità allogena, anche nello smercio di sostanze stupefacenti, correlate, almeno in alcuni casi, al mercimonio fisico.

L’atteggiamento proibizionista ha mano a mano eroso la soglia dello scambio volontario, ormai pratica di pochissimi e pochissime esercenti questa attività, prestando, forse, il fianco a quelle altre pratiche di sfruttamento e assoggettamento che una rinnovata e infittita cronaca giudiziaria sempre più spesso suggeriscono.

Il tema ha qualche consonanza pure sul diverso profilo del trattamento giuridico dello straniero. Come sovente ricordato nel convegno organizzato dall’AIED (Associazione Italiana per l’Educazione Demografica) e dall’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica, il 22 Maggio a Roma, le interruzioni volontarie di gravidanza sono in corso di sistematica e drastica riduzione; gli unici ambiti sociali dove essa registra crescita riguardano le donne minori, extracomunitarie, prostitute (tre categorie, si osservi, che paiono l’ambiente espansivo di pratiche disumane volte all’aborto clandestino, fenomeno di difficilissima, se non impossibile, piena censibilità).

L’esperienza comune suggerisce, poi, che vi siano anche in quest’ambito tre livelli di prestazione. Si ricordi, incidentalmente, che la circostanza in cui si è dovuto per la prima volta coniare la formula dei “tre livelli” risale alla sciagurata imperizia con cui si è affrontata la stagione delle stragi di Mafia, ad indicare una compenetrazione non sempre riuscita delle problematiche che erano in atto. Già solo questa sinistra assonanza dovrebbe indurre la massima attenzione, circa le modalità di contenimento, contrasto e comprensione di ciascun “livello”.

Lo sfruttamento da strada è stato quello maggiormente represso, seppur sempre ex post factum, cioè non sanandone mai appieno la componente antigiuridica. V’è, inoltre, a un livello di minore pervasività sulla persona – ma francamente non auspicabile neanche questo – il settore delle “prestazioni da appartamento”, che sovente si travestono da “volontarie”, ma nel concreto lo sono in percentuali assai ridotte –anche questo dato ben poco censibile. E, ancor più su, persino nella rappresentazione tariffaria, i network delle agenzie, dei clubs. Il caso Ruby e la vicenda giudiziaria dell’ex-Presidente del Consiglio hanno rischiato di fornirci una dimensione troppo glitter del fenomeno.

Chi scrive è tra quanti non hanno mai preteso una qualche certificazione morale ad hoc per gli amministratori pubblici: codici etici, comportamentali, ecc., spesso, lasciano il tempo che trovano. La libertà delle scelte individuali è anche libertà di scelte morali, che non necessariamente inficia il ruolo ricoperto; tuttavia, la rappresentazione giornalistica (tanto dei forcaioli quanto degli ultimi giapponesi del berlusconismo) sapeva di commedia tardi anni Settanta, di scollacciamento senza approfondimento.
Assodato che un problema esiste, invece, anziché seguire le strade più clamorose e scandalistiche, il mite ripensamento dei dispositivi normativi dovrebbe il più possibile esser messo in atto.


Autore: Domenico Bilotti

Nato a Cosenza nel 1985, vive e lavora principalmente a Catanzaro (raro caso di mobilità professionale verso Sud). Dottorando di ricerca in Teoria del Diritto e Ordine Giuridico Europeo, si occupa di diritto ecclesiastico, relazioni tra Stati e Chiese, laicità e bioetica. Suoi saggi, tra gli altri, sono pubblicati su riviste e web-zine come: Euprogress, Diritto & Diritti, LiberalCafé, politicamentecorretto, Stato,Chiese e pluralismo confessionale.

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