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La partita del nucleare iraniano

– La buona notizia è che dopo 18 mesi di stallo l’Iran e la comunità internazionale abbiano ripreso un dialogo. La cattiva notizia è che la partita potrebbe giocarsi secondo un copione già visto, con l’Occidente che tenta invano di trovare la collaborazione dell’Iran su Afghanistan, Iraq e Siria pur chiedendo la rinuncia al programma nucleare, e con Teheran che rivendica la propria sovranità ed il proprio diritto a produrre energia nucleare con obiettivi pacifici. Interessi incompatibili e contrapposti con la grande incognita dell’impatto delle sanzioni sulla dinamica del negoziato e con la spada di Damocle dell’intervento militare che potrebbe far precipitare una situazione verso il baratro.

I negoziati di Istanbul e Baghdad lasciano qualche speranza per il prossimo incontro del 18 e 19 giugno a Mosca. I contenuti dell’incontro non sono stati resi pubblici, ma quello che è trapelato fa pensare al contributo positivo come mediatore della Baronessa Ashton ed a spiragli di aperture verificatesi da entrambe le parti. Almeno in linea di principio, l’Iran è parso disponibile ad autorizzare nuove ispezioni, mentre gli Stati Uniti sembrano intenzionati a riconoscere un certo dirittto di sviluppare energia nucleare.

Questo clima di cauto ottimismo è stato però interrotto poco dopo la fine del negoziato, quando il direttore dell’Agenzia nucleare iraniana, Fereydoon Abbasi, ha dichiarato che nessuno può impedire all’Iran di dotarsi di tecnologia nucleare ed ha annunciato la costruzione di due nuovi impianti nucleari previsti per il 2013. Al contempo, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica ha rivelato di aver rinvenuto uranio arricchito al 27%, ben oltre la soglia di guardia del 20%, che conferma ulteriormente i dubbi sul reale stato di avanzamento del programma di riarmo.

Questi gesti potrebbero ambire a guadagnare tempo e potere negoziale di fatto creando ostacoli al dialogo con i 5+1 per poi chiedere concessioni in cambio della loro rimozione. L’obiettivo principale di Teheran appare quello di sospendere le sanzioni in cambio di piccoli gesti simbolici verso la comunità internazionale. D’altro canto, l’Iran sa benissimo che le sanzioni, in vigore dal 1 luglio per quanto riguarda i paesi europei, sarebbero molto dure da digerire e difficili da aggirare, ma è anche consapevole che le sanzioni comporteranno un costo per i paesi che dovranno metterle in pratica. Facendo leva su questo interesse comune, l’Iran spera di convincere almeno qualche paese seduto al tavolo a rompere il fronte comune creato dall’occidente verso il regime fondato dal leader spirituale Khomeini. Se si considerano i paesi fuori dal formato 5+1, allora possiamo dire che l’Iran ha già segnato alcuni punti a proprio favore visto lo scarso entusiamo con il quale paesi come Cina, India e Turchia stanno subendo pressioni statunitensi per ridurre le proprie importazioni di petrolio dall’Iran.

Sono quindi le sanzioni, le loro conseguenze e la voglia di sospenderle le variabili che determineranno l’andamento dei negoziati di Mosca. Tutto questo in un contesto dove sia i 5+1 sia l’Iran stanno giocando una partita sul filo del rasoio tra un accordo che scontenterebbe tutti ed un deragliamento che potrebbe far precipitare pericolosamente la situazione verso un confronto militare.

Se le sanzioni sono ancora una valida carta da giocare, il fallimento del negoziato di Mosca potrebbe dare forza alle aquile di Gerusalemme e Washington che stanno attendendo il momento propizio per lanciare raid militari contro gli impianti nucleari iraniani. C’è ancora tempo per un round diplomatico, dopo potrebbe essere troppo tardi.


Autore: Francesco Giumelli

32 anni, insegna Relazioni Internazionali e Studi Europei alla Metropolitan University Prague. Studia e si occupa di conflitti, politica estera e sanzioni internazionali. Autore di "Coercing, Constraining and Signalling. Explaining UN and EU Sanctions after the Cold War" con ECPR Press e curatore del blog Tucidide (tucidide.giumelli.org).

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