Quel che insegna (non solo alla Chiesa) il caso Vatileaks

di CARMELO PALMA – Ci saranno sempre “segreti di Stato”, ma non potrà più esserci uno “Stato segreto”, un potere politico circonfuso e protetto dall’aura del sacro e quindi risparmiato dalle attenzioni sacrileghe e pettegole del secolo. La costituzione monarchica della Santa Sede rende i sacri palazzi più esposti, non più resistenti al peso delle verità negate e perfino di quelle inventate. Questa è la morale che occorre trarre dalla vicenda Vatileaks.

Gli scontri dentro la Chiesa non sono diversi o peggiori di quelli che animano e dividono le stanze in cui ci si contende e smezza i vantaggi del potere laico e profano. Appaiono però peggiori, proprio perché si pretende che scompaiano e che la fenomenologia del potere vaticano si conformi all’immagine posticcia dell’ideale apostolico.  Che la Santa Sede sulle questioni sensibili del denaro e del potere che attorno al denaro si raggruma – ovunque, non solo oltre Tevere – pensasse di adempiere formalmente agli obblighi di trasparenza, blindando però le stanze in cui si discute dei quattrini e della loro regola, dimostra quanto indietro sia e quanto lontana voglia ottusamente rimanere rispetto alla realtà della società mediatica.

Il fatto stesso che – proprio sui dossier più delicati, a partire dal caso Boffo per giungere a quello dello Ior, passando per quello dell’ex segretario del Governatorato Viganò, promosso e rimosso dopo uno scontro con Bertone – le indiscrezioni e i “pizzini” abbiano preso ad uscire dalle segrete stanze per rimbalzare sui media profani e regolare così alcuni dei conti aperti nel sancta sanctorum del potere vaticano, dimostra che non c’è nessun attacco alla Chiesa. C’è un uso interno, “sottosviluppato” e parassitario dei media, che la stampa corrisponde adeguandosi al tono scandalistico delle rivelazioni. Qualunque notizia sembra così nascondere un doppio fondo e finisce per alimentare la spy story.

C’è un effetto Babele – questo sì – per usare le parole di Benedetto XVI, ma nel senso linguistico e non morale del termine. Sia chi la usa, sia chi se ne difende da oltre Tevere non riesce ad intendere la lingua della società mediatica e si muove come se tra l’occultamento e l’avvertimento, tra il no-comment e la soffiata, non ci fosse uno spazio di civile trasparenza. Se il silenzio e la parola non possono infrangere il vincolo ufficiale del segreto, ma devono ufficiosamente spiegarne e piegarne, a seconda degli interessi, il significato, l’informazione è destinata a divenire un sottoprodotto – inattendibile, ma purtroppo significativo – del dossieraggio a cui ciascuna parte ricorre per sputtanare quella nemica.

La Chiesa non può diventare democratica, ci avverte con crescente angoscia chi del potere papale difende la sostanza petrina. Ciò non significa però che l’anacronistica città stato vaticana possa pretendere dai media secolari un’immunità – e una non collaborazione negli intrighi di corte – che nessuno è più in grado di promettere né di garantire.

Tra le tante colpe che si rimproverano al cardinale Bertone, la peggiore in termini politici (che nessuno paradossalmente gli addebita) è quella di continuare a muoversi come se là fuori ci fosse la Rai bernabeiana e per distillare le “voci di dentro” della curia vaticana bastasse usare l’alambicco di una politica corriva, che tace quel che si deve e dice quel che si può.

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Twitter @carmelopalma


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

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