Tra tecnici e comici, ‘a Berluscò’, facce ride

di MARIANNA MASCIOLETTI – Ci ricordiamo tutti (anche chi, come chi scrive, all’epoca non era in età da voto) la “discesa in campo” di Silvio Berlusconi, nel fatidico A.D.* 1994.

Ci ricordiamo tutti quel partito che sembrava quasi uno scherzo, con un nome da tifoseria, pubblicizzato in televisione come un nuovo supermercato, e quell’inno che pareva finto, e invece era verissimo, come tutto il resto. Ci ricordiamo quella vittoria inaspettata contro la “gioiosa macchina da guerra” dell’altra parte, illusa che il Paese dopo Tangentopoli fosse suo; ci ricordiamo l’idea di un partito liberale di massa, Antonio Martino, Marco Pannella e tutti gli altri.
Ci ricordiamo, insomma, quello che tante volte è stato definito “lo spirito del ’94”, quel balzo in avanti che a molti sembrò audace e incomprensibile, ma che alla fine ha fatto vincere il Berlusconi dell’epoca, forte del coraggio di proporlo e di farlo.
Ad essere soprattutto premiata è stata la scelta consapevole di superare i paludamenti e le acrobazie linguistiche della vecchia politica, di parlare al Paese e non del Paese, di inneggiare apertamente e senza paura al cambiamento.

Iniziò allora una Seconda Repubblica piena di belle speranze, destinate però ad essere affossate lungo il percorso, fino a morire neanche vent’anni dopo, soffocate senza pietà sotto il macigno di quelle riforme e quei cambiamenti proposti e riproposti, promessi e ripromessi, ma mai attuati.

Il Berlusconi che ieri abbiamo visto in conferenza stampa al Senato, mentre spiegava le virtù taumaturgiche del presidenzialismo alla francese (dritto dritto da Lourdes, evidentemente) e si faceva chiamare “Presidente Repubblica” da Alfano, incarna lo “spirito del ’94” solo nel senso che sembra ormai il fantasma di quel che era, o almeno rappresentava, all’epoca. Un assessore regionale del PCI degli anni ’70 sembrava essersi impadronito di lui, mentre annunciava con voce atona “Il Popolo della Libertà è saldo, è compatto, non si scioglie, non si divide, io resterò in campo”.

Il Berlusconi che nel ’94 parlava di un Paese “liberale in politica e liberista in economia” e di un “nuovo miracolo italiano” oggi, dopo “meno male che Silvio c’è”, cerca di spacciare come una “grande novità politica” il semipresidenzialismo associato al Porcellum, con un discorso che non mobiliterebbe neanche la militanza più agguerrita. A parte il fatto che non si vede perché, visti gli innumerevoli vantaggi che a dire di Alfano questo sistema porterebbe, né lui né Berlusconi né nessun altro abbiano mai tentato di realizzarlo nei lunghi anni in cui sono stati al governo, è proprio la modalità della comunicazione che fa capire la siderale distanza fra oggi e allora.

Nessuna rottura, nessuno scatto in avanti, nemmeno, toh, un predellino piccino piccino, niente. Il grande innovatore torna indietro, torna addirittura a prima della sua discesa in campo, e, dopo aver passato un ventennio a cercare di convincerci che non era un politico come gli altri, comincia a comportarsi come se lo fosse.

A fare quello che per tanto tempo è riuscito a fare solo lui, parlare alla tanto citata “pancia” del Paese, è arrivato Beppe Grillo. Che il comico lo fa di mestiere, quindi è difficile che incappi in una barzelletta che non fa ridere, è difficile che commissioni a qualcuno una “meno male che Grillo c’è”: sa bene che un autogol del genere avrebbe una portata disastrosa.

In questo periodo agitato, in questi mesi in cui non possiamo fare altro che vivere alla giornata, con sobrietà e rigore che ci vengono addosso da tutte le parti, è più facile del solito indulgere nel ricordo e soprattutto nel rimpianto: ah, se avesse mantenuto anche solo la metà delle promesse elettorali. Ah, se avesse preso le misure per la crescita (del PIL!) quando potevano essere prese. Ah, se “liberalismo” per lui fosse stato qualcosa di più che un piffero magico con cui incantarci. Ah, in mancanza di meglio, ah, se almeno avesse continuato a farci divertire.

Ecco, tra tecnici intenti a cercar di svuotare il mare del debito pubblico con un secchiello, comici intenti a proporsi come salvatori della patria tasse sempre più alte, Europa in costante rischio di collassare, non ci resta molto da fare. A noi italiani, pubblico pagante (e quanto…) che l’ha applaudito per vent’anni, fino ad arrivare a questo punto, non resta che un’invocazione, e poi taceremo per sempre: ‘a Berlusco’, il numero della persona seria non c’è piaciuto. Facce ride. Facce ride di nuovo.

*A.D. : “Anno Domini”. Perché noi, delle Radici Cristiane dell’Europa™, ce ne ricordiamo, che vi credete.


Autore: Marianna Mascioletti

Nata a L'Aquila nel 1983. E’ stata dirigente politica dell’Associazione Luca Coscioni e tra gli ideatori del giornale e web magazine Generazione Elle. Fa cose, vede gente, cura il sito.

2 Responses to “Tra tecnici e comici, ‘a Berluscò’, facce ride”

  1. Leonardo scrive:

    Mi piace! Bellissimo articolo! :-)

    Complimenti :3

Trackbacks/Pingbacks

  1. […] ed unica – del Berlusconi politico consisteva di due obiettivi: a) renderci un paese libero e b) intrattenerci con un po’ di cabaret. Ci ha fatto ridere, per un po’, ma di liberarci dalle patologie di una democrazia fattasi Stato, […]