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Tra Sudan e Sud Sudan, il ruolo chiave della Cina

– Mentre tutti gli occhi sono puntati verso i paesi del Maghreb, dove si stanno svolgendo le elezioni seguite alle rivolte dello scorso anno, poco più a sud dell’Egitto (dove proprio in questi giorni si svolgono le Presidenziali) si assiste a un conflitto tra un Paese, il Sudan, e il suo vicino, il neonato Sud Sudan, che ha ottenuto l’indipendenza lo scorso luglio dopo decenni di guerra civile. L’origine dell’attuale tensione riguarda questioni sia etniche che economiche, poiché nell’area di confine, delimitata dal Trattato di pace del 2005, vi sono aree la cui composizione etnica non è certa e in cui, soprattutto vi sono importanti infrastrutture petrolifere.

Infatti, a livello macro-etnico, il Nord è arabo-musulmano mentre la popolazione del Sud è composta da un mosaico di popoli (tra cui sono maggioritari i Dinka) che sono fondamentalmente cristiani. Nelle aree lungo il confine tra i due paesi vi è invece un insieme di etnie che si dividono un’area in cui il grosso dell’economia è legato all’allevamento del bestiame bovino. Questo tipo di economia è legata obbligatoriamente a una società di tipo tribale semi-nomade, il che ha fatto sì che si creassero delle confusioni, in particolare nel discorso inerente ai referendum per l’auto-determinazione delle popolazioni locali. Mentre, infatti tutto il Sud Sudan ha svolto regolarmente le operazioni di voto, nella regione dell’Abyei tale consultazione è stata posticipata a data da destinarsi per questioni organizzative. Infatti il governo del Sudan ha insistito affinché votassero alcune tribù leali a Khartoum (i Messiria) che in realtà utilizzano l’area coinvolta solamente per le transumanze.

A questo discorso si intreccia, peraltro con tale forza da degradare il precedente quasi alla stregua di un pretesto, quello inerente all’oro nero. Innanzitutto, la regione contesa dell’Abyei produce (o produrrebbe) un quarto dell’intera produzione petrolifera sudanese. Secondariamente, bisogna menzionare che il grosso degli scontri si è avuto attorno alla città di Heglig, nel Sud Kordofan (appartenente al Sudan) la cui caratteristica fondamentale è quella di possedere delle infrastrutture petrolifere estrattive in grado di fornire 50 mila barili al giorno.

Nello specifico, in aprile delle truppe del Sud Sudan hanno occupato Heglig per una decina di giorni, sinché le truppe di Khartoum non hanno ripreso il controllo dell’area, bombardando anche la capitale dello Unity State sud sudanese, Bentiu. L’attacco, che peraltro ogni tot di tempo si ripete, aveva un duplice significato per il Sud: da un lato serviva come fatto da mettere sul piatto della bilancia (una pietra di scambio) nell’ambito delle infinite trattative internazionali sui confini, dall’altro, un eventuale controllo di Heglig rappresenterebbe l’8% di tutta l’industria petrolifera sud sudanese, il 98% di tutta la sua economia. Per Khartoum, invece, la fetta è molto più grossa, poiché le uniche risorse petrolifere del Paese risiedono in quest’area e nel Darfur, un’altra regione dove le tensioni etniche e gli scontri non sono mancati.

Peraltro, oltre agli scontri armati, le tensioni tra i due paesi si sono manifestate sulla disputa del passaggio del petrolio, poiché, se è pur vero che la stragrande maggioranza della matteria prima sta nel Sud, è altresì vero che le uniche vie di passaggio, gli oleodotti, passano tutte per il Nord e che il passaggio costa danaro. Ma mentre il Sudan richiede circa 32 dollari per ogni barile, Juba ne offre 1, provocando quindi temporanee chiusure dei rubinetti e, evidentemente, un aumento delle tensioni a causa delle ricadute sulle rispettive economie.

Sullo sfondo di tutto ciò ci sono ovviamente i paesi che di questo petrolio sono i maggiori acquirenti, ovvero i paesi asiatici e, soprattutto, la Cina. Pechino è il più grande compratore di oro nero dell’area, dal momento che sino all’indipendenza del Sud acquistava il 60% di tutto il petrolio del vecchio Stato unificato. Di questo, il 90% veniva proprio dai giacimenti del Sud. E difatti la Cina ora assume un ruolo di primo piano nella vicenda, poiché in un periodo in cui la pressione internazionale è tutta su uno dei maggiori produttori mondiali di petrolio, cioè l’Iran (che da alla Cina il 15% del suo fabbisogno, costantemente in crescita), un impasse nelle vicende sudanesi potrebbe causare un blocco permanente della produzione.

Fino ad ora Pechino sta cercando di tenere una posizione equidistante sulla vicenda, ma qualche elemento potrebbe far pendere la bilancia delle sue preferenze verso il Sud. Quello fondamentale è dato dai due progetti di oleodotto che dovrebbero tagliare il Sudan settentrionale: la pipeline che, passando per l’Etiopia, sfocerebbe nei porti kenioti direttamente nell’Oceano Indiano e un’altra che invece raggiungerebbe, sempre passando dall’Etiopia, i porti di Gibuti. Questa condizione di potenziale superiorità è nota al Governo di Juba, e infatti lo scorso mese, il presidente del Sud Sudan Salva Kiir si è recato in Cina, pochi giorni dopo che le truppe di Khartoum avevano ripreso il possesso di Heglig, proprio per discutere del conflitto.

Pechino potrebbe divenire in qualunque momento l’attore fondamentale e risultare decisivo nella crisi tra i due Stati. Se dovesse decidere di voler favorire a tutti i costi una soluzione pacifica, e quindi al mantenimento dello status quo del 2005 (come è presumibile che sia), potrà incidere sulla disputa al confine e su quella inerente agli oneri di passaggio negli oleodotti, prendendo tempo per attendere la costruzione delle nuove infrastrutture che bypasseranno il nord. Se deciderà, invece, di agire anche solo diplomaticamente per il Sud (militarmente molto più debole rispetto a Khartoum) a quel punto il quadro potrebbe variare totalmente.


Autore: Antonio Mastino

Classe 1983, viene dalla ridente isola di Sardegna. Laureato in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali, ha formato la propria esperienza nell'analisi internazionale al Ce.S.I. - Centro Studi Internazionali, curando in particolar modo gli scenari geopolitici dell'Africa Sub-Sahariana e dell'Estremo Oriente.

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