Il pareggio di bilancio del consumo di suolo

– Gli ultimi dati Istat sul consumo di suolo confermano un trend per certi versi inquietante.

In 10 anni, dal 2001 al 2011, l’incremento complessivo di suolo urbanizzato è stato pari a 1.639 km quadrati, con un ritmo di circa 50 ettari al giorno.Tra il 1995 e il 2010, ogni anno sono stati in media autorizzati volumi edificabili per 65,6 metri cubi per abitante. Il suolo consumato è pari al 7,3% del territorio nazionale, contro una media europea del 4,3%. Certo, la densità demografica può spiegare in parte l’elevato consumo di territorio. Tuttavia, se in Italia il rapporto tra suolo consumato e abitanti fosse in linea con la media europea, la porzione di territorio occupato si attesterebbe al 6,4%, e sarebbe dunque inferiore di un punto al dato rilevato.

Il consumo del suolo non è stato produttivo, dato che il prodotto interno lordo, in termini reali, è rimasto ai livelli del 1999. Sono state quindi consumate risorse ambientali e naturali per cose che non sono servite a dare più ricchezza al paese.

L’intervento dello stato nel contrasto al consumo di suolo è stato di valore negativo. Il dirigismo urbanistico è servito a spingere nella direzione di una crescita disordinata degli hinterland nelle grandi città, a realizzare ecomostri come l’eliporto di via Melchiorre a Milano o il centro direzionale per il turismo della Regione Puglia, 60 mila metri cubi di cemento abusivo nel Parco nazionale del Gargano. I grandi eventi internazionali che i governi riescono ad aggiudicare al paese danno il via libera a opere e investimenti che nella migliore delle ipotesi servono per qualche settimana, salvo poi lasciare un segno indelebile sul territorio.

La mano morta della proprietà pubblica tiene per sé immobili per 425 miliardi di euro che non sempre i poteri pubblici sanno o hanno i mezzi per valorizzare.
Ma oltre a dare il buon esempio, dismettendo gli immobili sottoutilizzati e usando con più lungimiranza il territorio destinato ad ospitare i grandi eventi, il pubblico, in sede di regolazione, può far qualcosa anche per eliminare le distorsioni che oggi fanno propendere il privato a invadere nuove aree, anziché valorizzare il patrimonio immobiliare esistente.

L’obiettivo dovrebbe essere quello del pareggio di bilancio del consumo di suolo, con la massima valorizzazione degli immobili esistenti e l’occupazione di suolo nuovo solo a seguito della bonifica di aree degradate e inutilizzate. Questa dovrebbe essere una regola inderogabile innanzi tutto per le amministrazioni pubbliche.

Il suolo ha un valore. Serve il coraggio di abbattere ciò che non serve più o che non è mai servito per liberare suolo o elevare edifici e infrastrutture davvero utili per la società e l’economia, nel rispetto del principio della parità di bilancio. Anche lasciando da parte le misure più dirigiste e repressive, l’obiettivo può coinvolgere utilmente ed efficacemente anche il settore privato.
L’aumento delle detrazioni dal 36 al 50% per gli investimenti di efficientamento e ristrutturazione degli immobili, fino a 96 mila euro anziché 48 mila euro, previsto nel decreto legge all’esame del Consiglio dei Ministri, va nella direzione giusta.

Guardiamo al mercato immobiliare. Oggi si pagano le stesse tasse sullo stesso cespite ad ogni trasferimento della proprietà. Una misura che contribuirebbe ad un più razionale sfruttamento del suolo e del patrimonio immobiliare esistente è la riduzione dei costi e delle imposte (catastale, di registro e ipotecaria) connessi alla compravendita degli immobili. Oneri che oggi possono far preferire la realizzazione di nuove unità, in luogo dell’acquisto di edifici esistenti.
Serve poi meno burocrazia per riqualificare le realtà abitative già in piedi, per convertire gli edifici che potrebbero avere una destinazione diversa da quella originaria.

Ultima proposta, a costo di essere impopolari. Anche alcune disposizioni che, in nome dell’accesso quasi gratuito ai servizi essenziali, rendono conveniente invadere aree vergini, disseminando lo sviluppo antropico, andrebbero oggi ripensate.
Un tempo poteva aver senso un prezzo politico, inferiore ai costi sostenuti, che consentisse a tutti i cittadini di allacciarsi alla rete elettrica, telefonica e del gas, a qualsiasi latitudine e altitudine. Ma oggi, che il patrimonio immobiliare esistente è sufficiente per le necessità della popolazione, perché non caricare chi vuole ergere nuove costruzioni in aree distanti dalle aree già antropizzate? Oggi, peraltro, i costi ricadono su tutti i cittadini attraverso le bollette e la fiscalità generale e portano con sé non solo il consumo di territorio strettamente legato alla realizzazione della nuova costruzione, ma anche quello relativo alle opere connesse.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

One Response to “Il pareggio di bilancio del consumo di suolo”

  1. Ash scrive:

    Incredibile, qualcuno che ragiona.

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