Facebook si quota in borsa, ma le manca la “big idea”

– Una premessa: non sono fra coloro che disprezzano Facebook.
Per quanto abbia alle volte la tentazione di disiscrivermi, continuo a considerarlo un mezzo utile e anche economico per tenersi in contatto con gli amici – e qui, per “amici”, intendo soprattutto quelli stretti.

Ho sempre nutrito dubbi, però, sul fatto che un business del genere fosse economicamente sostenibile, convinto come sono che il contenitore non sostituisca il contenuto: se il secondo manca o è di scarsa qualità, il primo non ha colpe, ma ci si può legittimamente domandare se serva e a che cosa.
Quando scoppiò il fenomeno Angry Birds, Facebook stava dando una risposta estremamente positiva e interessante alla domanda sulla sua utilità: stava, infatti, dimostrando una fenomenale capacità di attrarre outsider di qualità, garantendo loro l’accesso a una platea di decine di milioni di consumatori/utenti sparsi per il mondo.

In questo senso, Facebook avrebbe potuto diventare una “incubatrice” di nuovi contenuti, garantendo ai newcomers un’imperdibile occasione di diventare ricchi, in cambio di una percentuale sugli utili. A questi ricavi, avrebbe aggiunto la possibilità di sfruttare i dati (volontariamente) ceduti dagli utenti, per cucire loro addosso delle pubblicità personalizzate.

Peccato che, ancora oggi, l’82% dei ricavi di “Big F” dipenda proprio dalla pubblicità online, ossia dalla principale spina nel fianco di tutte le grandi compagnie editoriali del mondo. L’editorialista del Guardian e fondatore di Newser Michael Wolff sintetizza così su Technology Review:

“Al cuore del business su Internet c’è uno dei più grandi errori del business del nostro tempo: quello che la Rete, con tutte le sue capacità di targeting, possa essere un mezzo pubblicitario più efficiente, e dunque più profittevole, dei media tradizionali”.

Nulla di più sbagliato, invece: le pubblicità online sono potenzialmente efficienti perché permettono un alto grado di personalizzazione dell’offerta, ma sono praticamente inefficienti quando si tratta di passare all’atto pratico di acquistare ciò che viene promosso. Il successo delle estensioni per browser che permettono di bloccare le pubblicità fa, anzi, pensare che il più delle volte queste vengano percepite come fastidiose.

C’è un altro problema che Wolff fa notare:

“come Google, [Facebook] vuole diventare un catalizzatore, l’inevitabile canale al centro del commercio mondiale. Facebook ha la stazza, la piattaforma e il marchio per essere il nuovo Google. Gli manca solo l’idea di fondo. Al momento, non sa come integrare la sua utilità nel commercio mondiale (o addirittura, forse, non sa quale sia la sua utilità)”.

Delle sette ragioni addotte da Rich Karlgaard su Forbes sul perché l’IPO di Facebook sia stata un fallimento, la più convincente è la sesta:

“La questione principale riguardo le compagnie tecnologiche non riguarda il rapporto prezzo-utili, ma la loro necessità. Mi piacciono Google, Intel, Cisco, IBM, Oracle, EMC e SAP perché l’economia mondiale dipende da loro. Certo possiamo vivere senza di loro, ma subiremmo enormi sconvolgimenti. I costi di transizione sarebbero estremamente alti. […] Facebook non è integrata nell’economia globale e il suo marchio di tendenza sta rapidamente sbiadendo”.

Questa incertezza sulla sua reale utilità (per le imprese che ci fanno pubblicità, innanzitutto) inizia a pesare: General Motors ha deciso, poco prima della quotazione in borsa di Facebook, di tagliare completamente le spese per gli spazi pubblicitari a pagamento sul social network (circa 10 milioni di dollari dei 40 finora investiti). Senza contare che tutti i principali fondi di investimento e azionisti pre-IPO hanno deciso di liquidare grosse fette delle loro partecipazioni azionarie, anche fino al 50% del proprio pacchetto.

Torniamo così al punto iniziale: è il contenuto, e non il contenitore, a fornire il “valore aggiunto” che attrae la pubblicità. L’unico “valore aggiunto” di Facebook (che resta un contenitore e basta) è la sua attuale posizione dominante sul mercato, dovuta in parte all’essere diventato uno strumento utile (come dicevo all’inizio) per comunicare a costo zero. Troppo poco per vederci un business stabile, troppo poco per pensare che quella posizione dominante – in assenza di una big idea – possa essere tenuta a lungo.


Autore: Luca Martinelli

Nato nel 1985 a Benevento, laureato triennale a Roma Tre e magistrale alla LUISS in Scienze Politiche, scrive da quando ha 16 anni e mezzo. Dopo anni passati a far gavetta e studiare, è diventato un giornalista pubblicista freelance. Siccome non ama starsene con le mani in mano, nel suo tempo libero è anche utente di Wikipedia in italiano da più di sette anni.

2 Responses to “Facebook si quota in borsa, ma le manca la “big idea””

  1. Francesco scrive:

    Finalmete uno che ha la giusta capacità di analisi…sono d’accordo su tutta la linea bravo Luca!

    Aggiungo pure che sempre più spesso mi trovo a dover chiudere l’accesso a FB presso le sedi dei nostri clienti questo perché la gran parte degli utenti ne fa un utilizzo di mero”c44z3ggio” ,ergo comprare spazi pubblicitari non rende, provato di persona…. toccando punte di oltre 25.000 visualizzazioni in un solo giorno e nemmeno un click. sull’arco di un mese.

    La risultante è, si può veivere senza FB?? secondo me sì.

    P.S.
    non sono iscritto a FB

  2. vittorio scrive:

    Facebook e’ inutile esattamente quanto e’ inutile l’uso del telefono cellulare con una rubrica a volte anche di qualche migliaio di numeri. La big idea sarebbe prendere i soldi in base al traffico generato su internet esattamente come si usa oggi x il telefono. Cmq per me che lavoro nel it e’ qualcosa di pazzesco, una piattaforma da 900 milioni di utenti,e’ un patrimonio di tecnologia impensabile!!

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