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Allo stadio, come nella vita. Il calcio è la metafora dell’Italia

– Una società è indimostrabile. E’ solo e semplicemente analizzabile. Dobbiamo individuarne gli indici, i sintomi, le estetiche. Per capire una società bisogna scrutare con attenzione i suoi fenomeni, quelli micro e quelli macro, quelli tragici e quelli fessi, quelli altissimi e quelli apparentemente bassi, periferici, low profile. Tutti i fenomeni riscontrabili in una società sono parimenti metonimie della società stessa – paradigmi e metafore del suo immaginario. Guai a quei filosofi, a quei sociologi, a quei politologi, a quegli intellettuali che vi dicono: “io di questo fenomeno non mi occupo perché è di basso profilo, è banale, vale poco”.E quindi parleremo di calcio. La calcistizzazione dell’ immaginario italiano è uno degli indici più interessanti e concreti per comprendere l’attuale stato delle cose in Italia. Calcistizzazione nel senso di perdita delle ragioni e delle dinamicità culturali, in nome di un appiattimento sugli schemi dell’apriorismo, della pretestuosità ideologica e di parte. La calcistizzazione – ossia, la negazione dell’evidenza, del dialogo e della trasformazione del pensiero in nome della sclerotizzazione delle idee e dell’appiattimento sulle proprie appartenenze e sulle proprie rendite di posizione di comodo – è la forma mentis di questo paese. Poca riflessione, e molto tifo. Tifo a priori. Gli altri hanno sempre torto tranne noi che tifiamo per la stessa squadra. E poi il fazionismo e il frazionismo. Frange di tifosi di una stessa squadra che si combattono in nome di ideali diversi di una medesima squadra. E poi la stampa di settore, che non parla, in realtà, di calcio, ma che  attraverso i titoli e gli articoli rafforza lobbysticamente le proprie alleanze con quella o con quell’altra società, con quella o con quell’altra fazione di tifosi.

Ma il calcio ci racconta anche altro. Qualche giorno fa a Roma si è giocata la finale di Coppa Italia tra Napoli e Juventus. Due società sportive e due diversi modelli di Paese. Guardate al caso Juventus. Nel momento di massima crisi della propria immagine, della propria qualità tecnica e del proprio brand, questa società investe tutto nella trasformazione dei suoi parametri valoriali di consumo. Costruisce un nuovo stadio, trasforma la crisi in scommessa di rinascita economica e sportiva. Il nuovo stadio, lo Juventus Stadium, permette la riformulazione del proprio brand. Uno stadio europeo, servizi al pubblico di alta qualità, nuove possibilità di marketing, ristrutturazione dell’immaginario societario. In poche parole si è investito sul bene più affidabile al quale una società possa far ricorso … la determinazione di un nuovo entusiasmo. Solo l’entusiasmo può salvare dalla crisi. In questo stadio il pubblico tifa in modo nuovo, diverso, attivo. Il nuovo stadio conferisce ai tifosi la certezza di aderire ad una nuova avventura, identificato in una nuova e diversa appartenenza, ma che viene da lontano. Il nuovo è il concetto dinamico per eccellenza. E’ quell’apparato dell’immaginario che rende tutto, nuovamente, possibile. Le grandi aziende, quando si stanno sclerotizzando, se vogliono salvarsi investono su di una loro diversa vita. La palingenesi in economia è tutto. Alla fine di ogni ciclo si trova una crisi, e la crisi è trasformabile in opportunità e in nascita di un nuovo ciclo solo mediante la scommessa su di una nuova crescita, diversa dalla precedente. Scommettere vuol dire rischiare. Il diverso tifo del pubblico juventino nel nuovo stadio della Juve è stata una delle ragioni del successo di questa squadra. Rinnovamento come formula energetica.

Poi, nella finale di Coppa Italia, c’è stato il Napoli. Il suo presidente è l’inverso del presidente della Juventus, (l’arrogante giovane Agnelli) ed è il paradigma di una diversa imprenditorialità. La sua è una scienza empirica, da artigiano, miliardario, del cinema. Mood da vecchio padrone, ma con idee di buon senso, che in un paese frenato come il nostro possono sembrare perfino nuove. Soldi spesi con oculatezza, tagli agli ingaggi, investimenti sui giovani, politica, apparentemente anti sistema bloccato (famose le sue sfuriate, uterine e spettacolari, versus i cartelli e i potentati all’interno della Lega Calcio) e bilancio in attivo. Napoli e Juve sono tra le poche squadre di calcio italiane che si ritrovano con i conti in ordine e sono vincenti. Due modelli diversi, antitetici e alternativi, ma entrambi virtuosi. Queste due squadre raccontano che spesso il saper trasformare da buoni frutti – che anche qui da noi .. le cose possono funzionare.

Ma poi il calcio racconta anche altro. Chi nel giorno della finale si è trovato a Roma ha avuto la sensazione di essere in Libano, negli anni caldi. Tifosi scortati come fossero missioni ONU. Celeri e blindati e motociclisti, mancavano solo i blindati Lince. Timori di agguati e guerriglie. E la gente a pensare … lì ci sono gli juventini, e lì i napoletani, ma attenzione i napoletani, da un momento all’altro, potrebbero essere attaccati, per antiche ragioni, da bande di romanisti o di laziali. Ma laziali e romanisti si coalizzeranno, o poi si scontreranno pure gli uni contro gli altri? Con gli elicotteri della polizia a volteggiare sulla città. Siamo un paese difficile. Begli esempi imprenditoriali calati in tessuto antropologico che spesso racconta sempre e solo se stesso, grettezze e irrisoluzioni incluse. E come si fa ad innovare in questo contesto? Si può?

E poi il grande scandalo. Prima della finale i tifosi del Napoli hanno fischiato l’inno italiano. Il giorno dopo titoloni sui giornali, autorità attonite, indignate. Ma a ben vedere, forse, i fischi all’Inno son partiti quando sul maxischermo dello stadio Olimpico è comparso il volto della massima autorità presente in tribuna … il presidente del Senato, Renato Schifani. Confesso, anch’io stavo lì lì per fischiare … sarà pure la seconda carica dello Stato, ma sempre di Renato Schifani si tratta. I napoletani non hanno fischiato l’Inno, ma hanno sonoramente delegittimato il suo rappresentante. La cosa è ben diversa. In questo Paese si è sconnessa l’ autorevolezza istituzionale. E poi la Rai, altra quintessenza di certi costumi italiani, cartina di tornasole dello stato dei rapporti tra Stato e parastato. Tra il primo ed il secondo tempo del match il pubblico ha assistito (perplesso?) ad una lunga elefantiaca intervista (che più che in ginocchio era stesa in terra) … a Renato Schifani. E il perché di questa intervista?. Genetica Rai. Genetica italiana.

Ecco come anche una semplice partita di calcio è una piccola ma valida metafora delle potenzialità e delle zavorre  del nostro amato paese.

P.S. Come un segnale di speranza … alla fin fine … ha vinto il grande Napoli (tiè!).


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

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