Categorized | Economia e mercato

L’Italia industriale, quando il Paese aveva un progetto di sè

– “Le prospettive di crescita dell’Europa e forse dell’Italia, in particolare devono prendere le mosse dal triangolo istruzione-innovazione-ricerca per indirizzare i giovani talenti verso la ricerca“, ha affermato il premier Mario Monti, dopo l’incontro milanese con il Commissario europeo per la Ricerca e l’Innovazione, Maire Geoghegan-Quinn, agli inizi di maggio. Il 10 dello stesso mese, durante una conferenza stampa a Palazzo Chigi, il Ministro per la Coesione sociale, Fabrizio Barca ha presentato la seconda fase del piano di azione e coesione, un’operazione riguardante specificatamente il Sud. Nella quale é previsto che 900 milioni di euro siano destinati per stimolare la competitività e l’innovazione delle imprese. Più di recente, il 19, in occasione della 23° edizione del discorso di apertura del Forum PA, Monti ha ribadito quanto l’ammodernamento della macchina burocratica pubblica, la digitalizzazione dei processi e l’intensificazione di programmi di formazione e aggiornamento innovativo delle persone siano imperativi forti per il Paese.

Gli obiettivi enunciati in più occasioni. Agenda digitale e semplificazione che coinvolgano tecnologie emergenti come il cloud computing, interattività 2.0 e open data, ma anche innovazione in settori nodali come scuola e università, smart cities e mobilità, energia e sicurezza, digitalizzazione dell’amministrazione e infrastrutture, economia della rete e green economy. Elementi imprescindibili per provare a disincagliare il Paese dalla sua arretratezza. Temi politici necessari per uscire da un’incompiutezza quasi cristallizzata dalla sua lunga esistenza. Per riavviare un discorso solo iniziato, più volte, ma sempre interrotto. Per divenire quel che non é mai stato ed ancora non é. Per l’incapacità o forse, la non volontà, della classe politica del Paese di innovare davvero. Come spesso accade, nell’intento di nascondere errori anche macroscopici, si cerca di fare tabula rasa del passato. Si prova a fare un reset della storia che non ci piace. A rispolverare meritoriamente una pagina molto più che infausta della storia italiana ha provveduto un convegno al recente salone del libro di Torino dal più che esplicito titolo, “La letteratura industriale in Italia: dall’utopia della fabbrica ideale al tradimento del patto sociale”. Con un protagonista, raccontato, indiscusso. Adriano Olivetti, l’industriale e comunitarista, ma soprattutto uno degli innovatori che la nostra classe dirigente ha tenacemente ostacolato. Per certi versi paradigmatica dell’approccio nei confronti del nuovo é la celebre frase che Antonio Segni, a quei tempi presidente del Consiglio, pronunciò rispondendo a New York ad un giornalista che gli chiedeva cosa pensasse dell’acquisizione della Underwood da parte di Adriano Olivetti. Come annotò Italo Calvino in Diario americano, il futuro Presidente della Repubblica rispose che “Una grande ditta come la Underwood non avrà certo da temere dalla nostra piccola Olivetti”. Era il 1959. Sono gli anni del boom economico. Anni felici nei quali, parallelamente allo scatto in avanti, naturale e quasi fisiologico, non si seppe progettare il “dopo”. Quando la parabola avrebbe esaurito la sua forza iniziale. Programmando e favorendo lo sviluppo. Supportando l’innovazione tecnologica e le ambizioni del capitalismo. A queste responsabilità si sono sottratti, nel tempo, i tanti governi che si sono succeduti.

Qualche mese dopo l’operazione Underwood, scomparso prematuramente Adriano Olivetti, la cordata finanziaria che prese in mano le redini dell’azienda eporidiese decise la chiusura della Divisione elettronica. Nonostante nel 1959 avesse realizzato il primo computer al mondo, l’Elea 9003. Il motivo della dismissione fu spiegato da Vittorio Valletta, amministratore delegato Fiat. L’informatica, per lui, era “una minaccia, un neo da estirpare”. L’occasione perduta. Il sogno svanito. Ma ad indiziare che quell’operazione, scellerata, non fu isolata e quindi provocata da considerazioni errate ma, piuttosto, inserita in un disegno più organico, sopraggiungono altri casi. Quelli di Enrico Mattei, di Felice Ippolito, di Domenico Marotta. Uomini chiave in Eni, Cnen e Istituto Superiore di Sanità. Le loro vicende, ricostruite da Marco Pivato in Il miracolo scippato. Le quattro occasioni sprecate della scienza italiana negli anni Sessanta (Donzelli, pagg. 198, euro 18,00), raccontano come siano stati vanificati gli sforzi per una leadership tutta italiana nel settore dell’elettronica. Ma l’occasione più grande, l’illusione coltivata, é senza dubbio quella dell’Olivetti. Già dal secondo dopoguerra, nel Canavese, si andò elaborando una cultura d’impresa a tutto tondo. Si delineò con sempre maggior chiarezza (e consapevolezza) la convinzione che il raggiungimento dell’ “umanesimo industriale”, definizione utilizzata da Elio Vittorini per una campagna pubblicitaria nel 1939, fosse possibile soltanto un coinvolgimento di mondi per molti contrapposti, attori differenti. Affianco all’universo dell’industria quello dei libri, degli scrittori, delle riviste e delle case editrici. Non é dunque casuale che nella letteratura dell’epoca si trovi un cospicuo numero di titoli che abbiano come riferimento la Olivetti ed il suo più rappresentativo personaggio. Da Lessico famigliare di Natalia Ginzburg e Il conte di Giorgio Soavi, nei quali l’ingegner Adriano é il protagonista, a Donnarumma all’assalto di Ottiero Ottieri e Memoriale di Paolo Volponi, romanzi nei quali il racconto é il pretesto per rendere visibili, problemi reali e stati d’animo. Ai quali, vanno aggiunti, L’amore mio italiano di Giancarlo Buzzi e Il congresso di Libero Bigiaretti. L’attenzione verso la corporate identity, minimo comun denominatore nell’esperienza dell’Olivetti, pur contribuendo a connotarla, in realtà non é l’elemento distintivo rispetto ad altre aziende. A fare la differenza, a definirne l’unicità, é l’idea originale di capitalismo insito nel progetto di fabbrica -comunità, da attribuire agli esperimenti sociologici di Ivrea e Pozzuoli.

E’ proprio questa complessità che eleva l’Olivetti al di sopra di altre aziende. Non si occupa soltanto di progettare e realizzare congegni. Produce idee, interrogandosi sulle sorti del moderno e sul valore etico del progresso. Un ruolo assunto prima e svolto, dopo, con grande consapevolezza. “Il mondo che nasce”, un articolo che inneggia ai “tempi nuovi”, é il titolo dell’editoriale scritto da Ignazio Silone per la rivista “Comunità”, nel numero del marzo del 1946.

Olivetti cercò di dare forma a quell’utopia, utilizzando anche il mezzo architettonico. Volendo che la vecchia “fabbrica di mattoni rossi”, come veniva chiamata la struttura in cemento armato e tamponamenti in mattoni che dal 1908 ospita il primo nucleo degli stabilimenti, venisse sostituita da edifici al passo con i tempi. Gli ampliamenti vengono affidati ai giovanissimi Luigi Figini e Gino Pollini, appartenenti a una nuova generazione di architetti italiani. Le strutture portanti in cemento armato, che richiamano nell’impostazione compositiva e tecnica i modelli di architetture per l’industria che stanno maturando negli Stati Uniti e in Europa, permettono di formare grandi luci per lo spazio del lavoro, illuminato da ampie finestre a nastro.

Quell’esperienza, che aveva come aspirazione quella di instaurare un dialogo tra vocazioni al lavoro e territorio, si é interrotta. Il tentativo di umanizzare le macchine, strappandole dall’iperuranio nel quale spesso si trovano, senza quell’esito che anche il Paese avrebbe meritato, naufragato. L’idea iniziale, polverizzata. Approccio morale ed imprenditoriale confinati ad essere distinti. Partendo da lontano forse é più facile capire i mali del presente. Forse con Olivetti é iniziato il tradimento al Bene Comune del Paese.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

Comments are closed.