La domanda è che fine farà l’Europa, non la Grecia. Dal vertice UE, nessuna risposta

di MARIO SEMINERIO – Altro, ennesimo, nulla di fatto alla cena informale ma non troppo convocata dal presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, per discutere di Grecia, austerità e crescita. La cosa non sorprende, visti i multipli veti incrociati tra i cosiddetti leader. I quali, per colmo di malasorte, anziché uscire dal convivio e dalle photo opportunity con garruli annunci di “soluzioni” più o meno definitive alla crisi, sono stati perseguitati dagli ormai incontenibili boatos circa l’approntamento di contingency plans da parte dei Tesori nazionali per gestire l’ipotesi di uscita di Atene dalla moneta unica.

Giunti a questo punto, ci sono poche certezze e molte ipotesi di lavoro. Tra le certezze, sappiamo che che Alexis Tsipras ed il suo partito, Syriza, tentano di “ricattare” la Ue e Berlino per ottenere lo stop a nuove misure di austerità e ristrutturazione del debito del paese, pur restando nell’euro. Tsipras non fa mistero di ritenere di avere la mano di carte vincente, perché se la Grecia uscisse dall’euro verrebbe meno l’architrave di tutta la costruzione monetaria europea, la presunta irrevocabilità dell’appartenenza all’euro. Che manca nei trattati costitutivi non per sbadataggine dei costituenti europei ma proprio per deliberata scelta, intesa ad evitare suggestioni di defezione. Purtroppo per quell’astuto intendimento, la crisi ha toccato un tale livello di gravità, pressoché tutto costruito negli ultimi due anni dall’insipienza a comprendere e/o da veti nazionali ad agire, che ormai non si parla d’altro che di abbandono della moneta unica. Peraltro sottostimando gravemente le potenziali, drammatiche conseguenze di questo evento.

Che accadrà, ora? Parlare di eurobond ha effettivamente poco senso, in assenza di una vera unione fiscale e di un bilancio dell’Eurozona che superi la dimensione nazionale. Né si può razionalmente chiedere ai tedeschi di firmare una fideiussione in bianco a favore del resto dell’area, con questo assetto istituzionale. Malgrado ciò, sarebbe utile prendere atto che gli spread ed i rendimenti non sono la sanzione morale e moralistica di vizi e virtù fiscali di singoli paesi, ma solo l’effetto delle azioni di investitori (domestici ed internazionali) che votano con i piedi. Ormai non più per punire questo o quel paese, ma per esprimere disagio e timore per una governance europea paurosamente deragliata e che sta apparentemente dirigendosi verso il redde rationem.

Gli eurobond sarebbero stati la versione agli steroidi del famoso firewall, il fondo salva-stati, che invece è nato affetto da congenito rachitismo. Il drammatico appello di ieri del premier spagnolo Mariano Rajoy, che chiede di intervenire e di farlo presto, perché il crescente costo del debito spagnolo sta ormai vanificando ogni iniziativa di riforma e ristrutturazione dell’economia del paese, dovrebbe fare riflettere ed angosciare. Imprigionati in un gioco di sospetti reciproci di moral hazard (senza dimenticare l’enorme beneficio che la Germania trae dal rischio di implosione del sistema, con il proprio titolo sovrano ormai collocato a rendimento zero sulle scadenze più corte), ancora una volta potrebbe spettare alla Bce il compito di fare il pompiere se le cose volgessero al peggio, il mese prossimo. Forse una nuova asta LTRO triennale, forse la ripresa massiva del programma di acquisto di titoli di stato. Il problema, ora, non è chiedersi cosa succederà alla Grecia in caso di uscita, ma cosa succederà al resto dell’Eurozona in quel caso, soprattutto a noi italiani ed al nostro enorme fabbisogno pubblico da rinnovare ogni mese.

Agire al vertice europeo del 27-28 giugno potrebbe essere troppo tardi. Nell’immediato serve subito uno schema di assicurazione comunitaria sui depositi bancari, per evitare corse agli sportelli che in alcuni paesi sono già in atto. Poi serve un piano “solenne” di rallentamento del passo di consolidamento fiscale, che allunghi di due-tre anni tutti i target di pareggio di bilancio. Poi serve una ricapitalizzazione della Banca europea degli investimenti, tale da mettere in moto investimenti infrastrutturali comunitari. Per vincere le resistenze britanniche, si mandi in soffitta il velleitario ed inutile progetto di una Tobin Tax.

Si badi, questi sono interventi comunque minimali, di pronto soccorso, ed assai poco strutturali. Il tempo non ci consente più di progettare massimi sistemi. Anche se restasse nell’Eurozona, la Grecia necessiterà comunque di ristrutturare il proprio debito, cioè di gravare sui contribuenti europei, e questo è il segreto di Pulcinella.
Se neppure queste misure arriveranno, e se la Bce non entrerà pesantemente in campo con una iniziativa “nucleare”, dovremo prepararci al peggio. Tutti.

____________________

Twitter: @Phastidio


Autore: Mario Seminerio

Nato nel 1965 a Milano, laureato alla Bocconi. Ha quasi vent'anni di esperienza presso istituzioni finanziarie italiane ed internazionali, dove ha ricoperto ruoli di portfolio manager ed analista macroeconomico, ed è attualmente portfolio advisor. Ha collaborato con la rivista Ideazione e con l’Istituto Bruno Leoni. Giornalista pubblicista, è stato editorialista di LiberoMercato, diretto da Oscar Giannino. Collabora o ha collaborato con Liberal Quotidiano, Il Foglio, Il Fatto Quotidiano, Il Tempo, Linkiesta.it.

One Response to “La domanda è che fine farà l’Europa, non la Grecia. Dal vertice UE, nessuna risposta”

  1. Randolph Carter scrive:

    grazie Seminerio. Leggerla è sempre interessante.

Trackbacks/Pingbacks