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Al Cairo nazionalisti e islamisti si contendono il trono di Mubarak

– “Sì, abbiamo sbagliato nel dopo Tahrir, perché abbiamo lasciato che gli islamisti ci derubassero della rivoluzione. Ma non è terminata, e continueremo a rivolgerci a tutti gli egiziani per ottenere i diritti che i martiri hanno conquistato”.

Questa drammatica intervista, rilasciata all’Ansa da Abdel Ghani Hendi, quadro del partito “11 febbraio”, è un grido di dolore per una rivoluzione tradita e dirottata sin dai suoi primi mesi. Siamo infatti arrivati al dunque: da ieri sono iniziate le elezioni presidenziali. Il nuovo capo dello Stato, il primo democraticamente eletto, si insedierà solo nella seconda metà di giugno, dopo un ballottaggio.

Ma già da oggi possiamo vedere che non c’è più nulla di nuovo all’ombra delle piramidi. La rivoluzione giovane di Piazza Tahrir non ha seguito. I candidati sono tutti delle vecchie scuole di pensiero: o nazionalisti (continuatori della politica di Mubarak sotto altre forme) o islamici radicali, che vogliono importare in Egitto la teocrazia dell’Arabia Saudita. O anche peggio. Abdel Ghani Hendi attacca con energia gli islamisti, che accusa “di aver rubato la rivoluzione fatta a tutti i livelli dai giovani egiziani e di volersi impadronire delle elezioni presidenziali”. “Tutti coloro che vogliono un posto o un seggio – ammonisce il giovane – devono sapere che la sedia sulla quale siederanno è macchiata del sangue dei martiri, i cui diritti sono sempre usurpati. Dio non tollera l’ingiustizia e segue da vicino questo paese”.

Abdel si pente del fatto che “siamo stati presi da Tahrir e dagli incidenti al consiglio dei ministri ed in via Mohamed Mahmoud, e abbiamo dimenticato di rivolgerci ai villaggi e alla gente semplice, che sono stati monopolizzati dagli islamisti con il danaro, con gli aiuti alimentari e con la loro ideologia”. Se gli islamisti “amassero veramente l’Egitto avrebbero speso tutti questi miliardi per la propaganda elettorale, per dare cibo ai villaggi poveri o invece per garantire loro progetti durevoli? Un presidente è un servitore del popolo, e non il suo padrone”.

Un personaggio agli antipodi di Abdel Ghani Hendi, il generale Omar Suleiman, ex capo dei servizi segreti e primo “reggente” dell’Egitto dopo la cacciata di Mubarak, si pone gli stessi problemi sull’ascesa degli islamisti. Anche se prevede (e implicitamente auspica) ben altre soluzioni: “un golpe militare, nel caso in cui i Fratelli Musulmani arrivassero a controllare i vertici dello Stato”. Suleiman lo considera pressoché inevitabile “… perché una volta saliti al potere, (gli islamici, ndr) in due o tre anni potrebbero creare una sorta di guardia presidenziale che sarebbe in grado di attaccare l’esercito, trascinando così il paese ad una guerra civile simile a quella irachena”.

Ma Suleiman, essendo uomo di regime, di un regime laico e nazionalista, forse ragiona ancora in base a schemi d’altri tempi. I tempi in cui la vittoria del partito islamista in Algeria fece scattare un golpe nel 1992, dando inizio a una sanguinosissima guerra civile. O dieci anni prima, quando Hafez Al Assad poteva schiacciare un’insurrezione islamica a Hama, provocando decine di migliaia di vittime, senza provocare consistenti reazioni internazionali. Oggi è molto più difficile intervenire con la forza. Un partito islamico è al governo in Turchia da un decennio e non c’è stato alcun golpe. Centinaia di ufficiali sono sotto processo o incarcerati per il solo sospetto di un progetto di colpo di Stato. In Tunisia sono gli islamisti che dominano l’Assemblea Costituente.

Gli stessi candidati islamisti in Egitto si sono fatti più prudenti, proprio come i loro “fratelli” tunisini prima di loro. Parlando di democrazia e diritti delle donne, dicono all’Occidente di essere cambiati. Che prove abbiamo per dar loro torto? Gli egiziani copti e i musulmani moderati, i giovani (come Abdel Ghani Hendi) e le donne liberali ne sono terrorizzati. Ma i messaggi e l’immagine proposti dai candidati favoriti dai Salafiti o dai Fratelli Musulmani è ambigua, confusa, contraddittoria: per questo impedisce a chiunque di prendere posizione, di condurre una campagna coerente contro la loro ideologia.

Prendiamo, ad esempio, Abdul Moneim Aboul Fotouh, il candidato votato dal partito salafita (ultra-fondamentalista) Al Nour. Si presenta come un talebano? No. Si definisce un islamico moderato e in campagna elettorale si è detto certo di poter raccogliere i voti della sinistra e dei liberali. Il suo programma prevede l’aumento dei fondi pubblici per l’istruzione e per la sanità. Ha deciso, la scorsa settimana, di tenere un comizio speciale per sole donne. Abdul è anche l’unico candidato ad avere un consigliere politico donna, Rabab al-Mahdi, docente di scienze politiche, liberale, che si mostra senza il capo coperto dal velo. “Le donne egiziane dovrebbero sostenerlo perché ha provato con i fatti, e non con le parole, la sua posizione sull’uguaglianza di genere per le donne, l’uguaglianza religiosa e l’uguaglianza sociale”, ha detto la al-Mahdi alla Bbc, sostenendo che il suo candidato rappresenta una nuova ala dell’Islam di cui le donne liberali non dovrebbero aver paura. Allora: sono i salafiti che, votandolo, hanno preso un abbaglio collettivo? O è Fotouh che sta dissimulando le sue idee? Lo si potrà capire, purtroppo, solo dopo una sua eventuale vittoria.

Meno ambiguo e più deciso sulle posizioni islamiste è Mohamed Morsi, leader di Libertà e Giustizia, espressione politica dei Fratelli Musulmani. Avrebbe preferito rimanere dietro le quinte e fare l’ideologo. Ma le autorità egiziane hanno bocciato il candidato ufficiale del partito, il milionario Khairat el Shater e allora è dovuto scendere in campo in prima persona. Tirandosi dietro tutto lo strascico di dichiarazioni già rilasciate e pubblicate, sulla sua volontà di introdurre la sharia a tutti i livelli della legge egiziana, alla rottura con Israele.

A questi candidati islamici, che già godono di un parlamento dominato dalla loro parte, non si contrappongono i partiti e i movimenti di Piazza Tahrir, come si diceva all’inizio. Ma vecchi residuati del vecchio regime. O della vecchia opposizione ancor più nazionalista di Mubarak. Il favorito alla presidenza, nonché l’uomo preferito dall’Occidente, resta Amr Moussa, che fu ministro degli Esteri del vecchio dittatore durante gli anni ’90 ed è noto, nell’ultimo decennio, come segretario della Lega Araba. Non lo si può certamente definire un amico di Israele. Ma a Gerusalemme sanno che, con lui, finora, nessun Paese della Lega Araba ha tentato di distruggere lo Stato ebraico. Quindi è già una garanzia di stabilità. Ma niente di sostanzialmente nuovo.

Un altro residuato (bellico) del vecchio regime è Ahmed Shafiq, ex comandante in capo dell’aeronautica (la stessa arma di Mubarak) e primo ministro fino alla rivoluzione. Ha voltato le spalle al dittatore solo all’ultimissimo minuto e si fa propaganda a colpi di denunce e sequestri dei beni degli ex gerarchi del Cairo. Poi c’è chi era all’opposizione perché troppo nazionalista, anche per gli standard di Mubarak. Ed è il caso di Hamdeen Sabahi, nasseriano convinto e nemico dichiarato di Israele, che in campagna elettorale ha definito come uno “Stato ostile, razzista ed espansionista, che non vuole alcuna pace”. L’eroico nuovo Egitto…


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

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