Nel tepidarium, ovvero dal disimpegno politico all’impegno civile

– Nell’antica Roma, le terme erano strutturalmente concepite come una successione di stanze, con in testa il frigidarium, circolare e con copertura a cupola, con acqua fredda; quindi il calidarium, rivolto a mezzogiorno e con bacini di acqua calda. In mezzo ai due estremi era situato il tepidarium, una stanza che – il nome ci aiuta – era adibita a camera di “mediazione”, di passaggio dal troppo freddo al troppo caldo.

Ecco, mi permetto di usare – tentando di evitare forzature – le terme dell’antica Roma come metafora della situazione che il nostro Paese sta vivendo in quest’ultimo periodo. Ci troviamo tra due estremi: la politica, fredda, ingessata e in crisi. E l’antipolitica, rampante, calda e accalorata. L’una sta dimostrando la sua fallibilità, è inesorabilmente vicina alla deadline della propria autoriforma. L’altra, forte del fatto di parlare alla pancia dei cittadini (che sono anche elettori) sta inanellando un successo dietro l’altro.

Dunque, per non prendere un brutto raffreddore, se non – peggio – un’influenza, o una polmonite, occorre fermarsi un attimo nel tepidarium, e riflettere. E mentre elaboriamo i nostri pensieri, abituando le membra al cambio di temperatura e al passare dei tempi, rendiamoci conto che le sfide che ci aspettano sono tante e decisive. La mia generazione, quella di ventenni che stanno vivendo un periodo storico in cui vari meccanismi sono in movimento, deve assolutamente trovare una sintesi. Ne va del suo futuro. E non soltanto del suo. Parafrasando Hegel, un pensatore che non sempre mi è stato simpatico, mi rendo conto che è giunta l’ora di operare quel ragionamento che il filosofo tedesco adoperava nella sua dialettica, e cioè quello del «togliere conservando». Dobbiamo spazzare via quanto di vecchio, stantio, logoro e inutile abita ancora la nostra società, ma dobbiamo – con attenzione – conservare dove è giusto farlo, con senso di responsabilità, con onestà, cum grano salis.

La sfida – nei fatti – è quella di evitare l’espandersi di questo sentimento di disamore verso la cosa pubblica, che inevitabilmente sfocia in irrazionali voti di protesta, che poco o nulla servono in questo momento. Dobbiamo togliere, cassare, eliminare, a partire dal linguaggio, per arrivare ai comportamenti, alle (non) decisioni, ai discorsi, ormai lontanissimi dalla società civile – di questa politica. Ma dobbiamo, assolutamente, conservare un criterio, una visione di fondo, un modus operandi parlato e non urlato, ragionato e non improvvisato, frutto del lavoro di persone competenti e non di capipopolo. Perché l’Italia di oggi di tutto ha bisogno, fuorché di schiamazzi.

Intestiamoci quindi – mi rivolgo alla mia generazione – la sfida di accompagnare la società civile, vera risorsa del nostro Paese, in questo delicato passaggio tra temperature opposte, per scrivere insieme un nuovo racconto che lasci fuori tanto la vecchia quanto la anti-politica.

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Twitter @FraOnorato


Autore: Francesco Onorato

Nato a Nardò, nel Salento leccese, nel novembre 1989. Ha conseguito la laurea triennale in Scienze politiche e Relazioni internazionali alla Sapienza di Roma, ateneo nel quale prosegue i suoi studi. Giornalista e blogger, lavora presso Il futurista. È autore della raccolta di poesie "Istantanee".

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