– Il declino dell’Italia è evidente da venti anni, anche se le politiche sottostanti al declino sono vecchie perlomeno di cinquanta.

I tentativi di uscire dalla crisi sono sempre stati caratterizzati dalla mancanza di volontà di ridurre il peso dello stato, dalla incapacità di toccare gli interessi costituiti e da una propensione a prendersela con i più deboli, come i giovani, principali vittime delle riforme pensionistiche, del dualismo del mercato del lavoro, della stagnazione economica, del debito pubblico e delle rigidità gerontocratiche.

Una popolazione incapace di capire che per salire prima sulla metro bisogna facilitare il deflusso di chi vuole uscirne, anziché bloccarlo mettendosi davanti a tutti (illudendosi così di poter entrare per primi), non è in grado di gestire un’eventuale libertà che non ha mai avuto, e di cui dunque non sa nulla. Agli italiani manca la capacità di autogovernarsi, ciò che Tocqueville diceva degli americani è impensabile per gli italiani.

D’altra parte, una classe politica e burocratica abituata a vivere agiatamente sulle spalle della società, senza avere le qualità morali, culturali e intellettuali per fare qualcosa di buono o perlomeno per evitare di fare danni, non può decidere di sacrificare i propri privilegi per il futuro del paese. Chiedere loro di non schiacciare la società italiana sotto il proprio peso è come pregare un rapinatore armato per non essere derubati.

La “casta” continuerà così a dissanguare l’Italia, e gli italiani continueranno a seguire gli apprendisti stregoni illudendosi che risolveranno loro i problemi. La politica sanguisuga e l’antipolitica populista sono due facce della stessa medaglia: quella di uno stato incompetente e corrotto e di una società infantile, viziata e paurosa.

La via di uscita dovrebbe essere che gli italiani decidano di fare a meno dei loro padroni, costringendo la classe politica a perdere i propri privilegi e tagliando senza pietà il costo della macchina burocratica e amministrativa, e inizino a vivere autonomamente senza più vendere il proprio voto in cambio di miseri contentini, come fanno da decenni, se non da secoli.

Non essendo in grado di fare ciò, gli italiani continueranno a votare in cambio di piatti con sempre più brodaglia e sempre meno lenticchie, persistendo nell’illusione che le Tangentopoli, i Di Pietro, i Berlusconi, i Monti e magari in futuro i Grillo di turno salveranno la situazione. Man mano che il paese persevererà nel suo meritato declino, aumenterà il rischio di involuzioni politiche populiste, se non autoritarie, e non sembra che nessuno sia in grado di prendere in mano il timone e cambiare rotta.

Non c’è da stupirsi: un popolo immaturo e incapace di governarsi non può desiderare di essere libero, e se ci riuscisse sarebbe un disastro, essendo incapace di autogovernarsi; e uno stato corrotto e incompetente non può decidere di punto in bianco di diventare equo ed efficiente. Chi spera che gli italiani si sveglino e prendano in mano il proprio destino, come chi spera che le sanguisughe che controllano la macchina politica e amministrativa cambino ragione sociale o vengano sostituite da brave persone, si illude.

Fortunatamente, la società italiana è troppo vecchia, stanca e disillusa per desiderare i fuochi di artificio: non mi aspetto tragedie come una deriva autoritaria, mancando le energie per realizzarla. Mi aspetto però la tragicommedia di un persistente declino strutturale, con il pubblico occasionalmente distratto dall’avanspettacolo del populismo dell’antipolitica e dell’ipocrita ricerca dei capri espiatori (Germania, Cina, evasori fiscali, speculazione finanziaria…) per scusare l’incapacità dello Stato Italiano non dico di fare qualcosa di buono, ma perlomeno di non fare danno.