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Per evitare il caos, serve un cambiamento radicale. Doppio turno e sistema presidenziale

Se ancora ce ne fosse stato bisogno, il voto amministrativo, con l’ulteriore e pesante calo dell’affluenza, lo sfaldamento del Pdl, il Terzo Polo non pervenuto, un Pd che si accontenta di vincere facile (cito Serenella Accorsi da Facebook) e per voce del suo incredibile segretario minimizza i dati di Parma e Palermo, la vittoria – appunto – del candidato 5 Stelle a Parma,  lancia l’ennesimo segnale di pericolo a un ceto politico fatto in gran  parte di sordi.  

Senza nulla voler togliere al nuovo sindaco Pizzarotti, il voto della città emiliana ci dice che ormai solo una promessa riesce a convincere gli elettori: la promessa di un cambiamento radicale. Ma quella promessa deve essere fatta da facce che non richiamino la politica ammuffita e inconcludente che sta asfissiando l’Italia.  Un bell’impasse, non c’è che dire. Politici e partiti di oggi appaiono sempre più impresentabili e privi di credibilità, non sanno autoriformarsi e qualunque cosa dicano ormai provocano solo infastidite alzate di spalle. E così a molti l’unica possibilità di cambiamento sembra poter provenire dal demagogo Grillo e dalla sua squadra di giovani. Come dare torto a questi molti?

E’ dunque impensabile un cambiamento che passi attraverso un processo se non controllato, perlomeno regolato? Dobbiamo rassegnarci a sperare in un caos rigeneratore, senza avere, però, la minima idea di che cosa sarà generato?
Forse sì, perché ad ascoltare i discorsi di tanti esponenti politici – non tutti, ma chi si distingue rappresenta l’eccezione – la consapevolezza di essere sull’orlo del baratro stenta a farsi strada, mentre permane l’idea di potersi ancora baloccare con giochetti, riformette, promessucce e robette del genere. Tanto che osservandoli il desiderio liberatorio di vederli spazzati via è difficile da reprimere.

O forse no. Forse esiste un’ultima possibilità prima che tutto esploda. I leader politici, ABC, tanto per intenderci, dovrebbero avviare in modo deciso, oggi, non domani, oggi, una riforma radicale delle regole del gioco. Una riforma costituzionale che preveda l’elezione diretta di un Presidente governante, secondo il modello francese, perché gli elettori hanno ripetutamente mostrato, negli anni e sino ad ora, di voler individuare a chi attribuire responsabilità e fiducia e chi, eventualmente, punire. Secondo il modello francese perché quel modello prevede che il Presidente governante tragga la propria forza anche da una maggioranza parlamentare, il che rende ardua la strada per outsider privi di una forza organizzata alle spalle: si tratta di un accorgimento importante per salvaguardare il buon funzionamento della democrazia e valorizzare il ruolo dei partiti (noi non siamo la grande democrazia statunitense ed è bene non rischiare certi scivoloni latinoamericani).

Poi occorre una riforma delle regole della competizione elettorale, una riforma radicale che rimescoli le carte.  Penso – lo abbiamo già scritto in molti, nella speranza che la forza delle idee possa farsi strada in questo disgraziato paese – ad un sistema  maggioritario a doppio turno. Aggiungo: con il divieto per i candidati di essere sostenuti al primo turno da più di una lista e con una contestuale riforma dei regolamenti parlamentari che impedisca la formazione di gruppi non corrispondenti alle liste presentatesi alle elezioni.  In questo modo il tema non saranno più le alleanze verso sinistra, verso destra, verso il centro, sopra o sotto, che non costituiscono altro che la premessa dei futuri poteri di veto in futuri governi eterogenei. Il tema saranno i leader e i partiti, la loro capacità di rifondarsi, riorganizzarsi e aggregare, di competere nel mercato elettorale con le loro facce e le loro proposte davanti agli elettori.

Un tale cambiamento, presidenzialismo alla francese e doppio turno, avrà dei costi. I leader più in vista si dovranno mettere in gioco e sapere che dovranno misurarsi anche con competitori  che potranno farsi spazio con le nuove regole, una parte delle loro truppe verrà certamente sacrificata (d’altro canto l’attività politica non è un privilegio acquisito) e ognuno di loro non sa se potrà vincere o perdere le successive elezioni. Ma nuove forme di aggregazione, nuovi processi di rinnovamento nei partiti, un nuovo modo di presentarsi agli elettori e nuove facce potranno farsi strada.

In molti si domanderanno perché mai i nostri leader politici dovrebbero affrontare questi rischi, compiere questo salto nel buio. La risposta è molto semplice: perché – se non se ne fossero accorti – stanno precipitando nel baratro. Per loro e le loro truppe non ci sono più margini di manovra se non compiere questo azzardo. Un azzardo che darebbe una speranza anche al nostro Paese. Oggi la classe politica va incontro alla propria disintegrazione trascinando con sé l’Italia. I cittadini lo hanno capito e stanno reagendo.  Gli elettori hanno posto la domanda, i politici saranno così stupidi, autolesionisti e irresponsabili da non rispondere? Noi non vogliamo attendere che distruggano il nostro Paese, questa è la loro ultima mossa possibile.


Autore: Sofia Ventura

Nata a Casalecchio di Reno nel 1964, Professore associato presso l’Università di Bologna, dove insegna Scienza Politica e Sistemi Federali Comparati. Studiosa dei sistemi politici in chiave comparata, ha dedicato la sua più recente attività di ricerca ai temi del federalismo, delle istituzioni politiche della V Repubblica francese, della leadership e della comunicazione politica.

6 Responses to “Per evitare il caos, serve un cambiamento radicale. Doppio turno e sistema presidenziale”

  1. Camelot scrive:

    Sommessamente. Forse sarebbe il caso che voi politologi iniziaste a proporre cose possibili e a dimostrare di capire almeno un minimo di politica. Scendete da Marte, suvvia.
    Partiamo dal semipresidenzialismo. In primo luogo, in Parlamento non c’è, né mai ci sarà, una maggioranza qualificata, ex articolo 138 della Carta, utile a tradurlo in legge costituzionale. In secondo luogo, come evidenzia questa rilevazione demoscopica condotta da Pagnoncelli (ed altre sono concordi), la stragrande maggioranza degli italiani è contraria al presidenzialismo perché lo considera anticamera del Fascismo. Dunque, non essendoci una maggioranza parlamentare a favore del semipresidenzialismo, né una popolare, la riforma in oggetto, in questa dimensione spazio-tempo, non potrebbe tradursi in fatti. A che giova proporla? Dio solo lo sa.
    Passiamo al maggioritario a doppio turno (chi scrive, ma questo poco rileva, è a favore del turno unico à l’anglosassone). Tale legge elettorale, come qualche sera fa ha ribadito anche Roberto D’Alimonte, dagli studi di Porta a Porta (anche se pochi giorni dopo, come lei saprà meglio di me, ha cambiato inspiegabilmente idea), danneggerebbe il centrodestra, in generale, e il Pdl in particolare. Gli elettori moderati, infatti, non amano recarsi per due turni di fila alle urne (come le elezioni amministrative ognora evidenziano); quelli della Lega, che col doppio turno potrebbero esser fatti fuori dal ballottaggio, poi, non votano, come sa chiunque si occupi di politica, se non per propri candidati.
    Morale della favola: col doppio turno passerebbero, quasi ovunque, il candidato del Pd e quello del Pdl; ma, mentre quello del Pd, al ballottaggio, riuscirebbe ad attrarre su di sé i voti degli elettori della sinistra estrema, quello del Pdl non riuscirebbe a raccogliere i voti degli elettori della destra estrema e della Lega. Con questa legge elettorale, dunque, si regalerebbe ovunque la vittoria alla sinistra.
    Se questo è l’obiettivo, la si proponga pure.

  2. Rocco Di Rella scrive:

    Io credo che la morente Prima Repubblica ci ha lasciato nel 1993 un modello elettorale che funziona e che la Seconda Repubblica ha completamente ignorato. L’elezione a doppio turno dei sindaci e dei presidenti delle province ha dimostrato di essere un ottimo meccanismo istituzionale. Io ripartirei dal Provincellum. E’ un modello uninominale proporzionale a doppio turno e con premio di maggioranza. Al provincellum apporterei due modifiche: il divieto di alleanze tra partiti al primo turno e uno sbarramento al 5%. Le alleanze scatterebebro solo tra primo e secondo turno e riguarderebbero solo i partiti che hanno raccolto più del 5% dei voti validi. L’elezione del Presidente della Repubblica può raccordarsi con questo Provincellum rivisto. Al primo turno i cittadini avrebbero due schede: una per eleggere il Presidente e una per eleggere i deputati (sono un monocameralista convinto!). Al secondo turno la scheda sarebbe una sola e i nomi dei due candidati presidenti sarebbero affiancati dai simboli dei partiti ad essi apparentatisi dopo il primo turno e che abbiano raccolto più del 5% dei voti. Il Presidente eletto disporrebbe sempre della maggioranza dei deputati (55%), ma mai della maggioranza dei due terzi dei componenti. I rischi di coabitazione, ancora presenti nel sistema francese, sarebbero così annullati. Per evitare derive cesaristiche assocerei la decadenza dal mandato presidenziale all’esercizio del potere di scioglimento della Camera (se il Presidente scioglie la Camera, decade anche dal suo mandato; questo meccanismo fu intelligentemente proposto da Georges Vedel).Ovviamente non darei al Presidente il potere d’indire referendum, ma eliminerei il quorum per i referendum abrogativi per rafforzare il potere di controllo da parte delle minoranze. Per farla breve: provincellum ed elezione diretta del Presidente della Repubblica possono rappresentare una buona soluzione della crisi italiana. L’abolizione del quorum per i referendum abrogativi e la decadenza automatica dal mandato presidenziale in caso di esercizio del potere di scioglimento della Camera possono prevenire abusi ed eccessi da parte del Capo dello Stato. Torniamo ad essere una Nazione e diamoci un Re, che, ovviamente, non dovrà più salire al trono per motivi dinastici, ma dovrà essere incoronato dal suo popolo ogni 5 anni.

  3. Gulliver Nemo scrive:

    Non sono un politologo, ma sono sufficientemente attento per capire che i sondaggi di Pagnoncelli ormai non fanno nemmeno più ridere. Gli italiani sono abbastanza maturi per capire che è necessaria una riforma costituzionale che preveda l’elezione diretta del Capo dello Stato (o quantomeno del Governo, stile Cancellierato). Sul modello di presidenzialismo o semipresidenzialismo, il dibattito è meno appassionante, ma di sicuro la maggioranza degli italiani non vorrebbe piú un Presidente della Repubblica (non eletto dai cittadini) che nomina un Presidente del Consiglio (non eletto dai cittadini), che governi con la fiducia di un Parlamento di nominati dalle segreterie di partito, che rappresentano (senza vincolo di mandato) una minoranza del corpo elettorale. Sul sistema elettorale sarei per l’uninominale maggioritario di collegio a turno unico… ma bisogna finirla di pensare a riforme elettorali o istituzionali soltanto con la logica di breve periodo del “cui prodest”. Ormai non è più tempo di alchimie per far vincere il centro-destra o il centro-sinistra… l’Italia sta andando a fondo!

  4. marcello scrive:

    Per fare una repubblica presidenziale serve molto tempo. Sicuramente non si può fare come dice il monarca che è sempre stato contrario al doppio turno e la sua mossa dà l’impressione o di voler tenere il calderolum o di fare un sistema senza contrappesi e dove non si parla minimamemnte di liberarsi delle reti televisive. Spero che qualcuno non lo risollevi l’ennesima volta dandogli retta. Si approvino quelle riforme che già sono in cantiere.

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