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Obama, il solare non si promuove con i dazi

– Lo scorso marzo l’amministrazione Obama ha reso nota l’intenzione di imporre un dazio sulle importazioni di pannelli solari cinesi, diretti concorrenti delle aziende fotovoltaiche americane a cui hanno recentemente sottratto ampie fette di mercato grazie a prezzi altamente concorrenziali.

A detta del governo americano, la Cina avrebbe violato il diritto del commercio internazionale sovvenzionando illegalmente l’export dei pannelli. In realtà, la politica di Pechino sui sussidi al fotovoltaico non differisce molto da quella di Washington: si tratta, in entrambi i casi, di massicce iniezioni di denaro pubblico che drogano il mercato energetico e, molto spesso, non finiscono per rendere un buon servizio alla causa del consumo energetico sostenibile. In questo senso il caso dell’americana Solyndra è emblematico: cavallo di battaglia della propaganda elettorale di Obama, l’azienda ha usufruito di oltre 500 milioni di dollari in sussidi riuscendo ciononostante a dichiarare bancarotta nel 2011.

Lo scorso giovedì, dopo mesi di concertazioni, l’esecutivo ha annunciato l’introduzione del dazio dal sapore decisamente protezionista e dalle cifre bulgare: si parla di una tassa dal 31 al 249% del valore del prodotto. Se da un lato però la gabella si tradurrà in immediato consenso verso Obama a pochi mesi dalle elezioni, nel lungo periodo i costi per il paese saranno di gran lunga maggiori dei benefici. Occorre infatti tenere a mente che la Cina è pur sempre il principale creditore del debito pubblico americano ed è soprattutto nella posizione di forza per imporre a Washington ricatti commerciali e diplomatici. Per di più, la tassa comporterà un inevitabile aumento dei prezzi che andrà a gravare su un settore già fortemente ridimensionato dalle politiche di austerity di molti paesi. Il tutto contribuirà al lento e inesorabile fallimento del solare come strada percorribile verso il consumo sostenibile di energia.

Tuttavia, la ragione che più di altre ha spinto il governo ad infliggere all’America una tassa sconveniente è la possibilità di ritrarre la Cina come capro espiatorio del pessimo andamento delle politiche ambientali fortemente volute da Obama e dello svanire dell’illusione degli impieghi nella green economy che, come sostiene qualcuno in preda a raptus (mutatis mutandis) leghisti, vengono rubati agli americani dai cinesi.

Al di là della retorica la sensazione è che la vicenda, dominata da tatticismi elettorali e ritorsioni politiche, abbia poco a che vedere con la promozione e il sostegno alle energie rinnovabili e che la partita si giochi piuttosto su un colbertismo di sicuro impatto mediatico ma di dubbia efficacia economica.
La trovata di imporre dazi così esosi sull’importazione di pannelli solari, frutto di una pianificazione economica che ha lo stesso volto a Pechino come a Washington, è l’emblema di un governo che ha saputo meglio di altri convincere gli elettori che il futuro del pianeta può essere garantito soltanto dall’intermediazione dello Stato e da vagonate di denaro pubblico.

Ciò di cui hanno bisogno oggi le energie rinnovabili, siano esse prodotte a Shangai o nella Silicon Valley, non sono né i dazi né i sussidi ma il coraggio di investire in ricerca e innovazione per imporsi sul mercato da agenti indipendenti, affrancandosi dall’asservimento a governi tanto più ambientalisti nella propaganda quanto più dirigisti nella pratica.

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Twitter @danielevenanzi


Autore: Daniele Venanzi

Romano, studente di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Sapienza. Contributor di Libertiamo, Linkiesta, l'Occidentale e The Front Page; autore del blog Mercato & Libertà. È redattore di Disarming the Greens, blog che si occupa di questioni ambientali e green economy da una prospettiva di mercato. Nel 2011 ha tradotto l'appendice all'Autobiografia di Friedrich Von Hayek, edita da Rubbettino. È vincitore della Scuola di Liberalismo 2013 di Roma organizzata dalla Fondazione Einaudi, con tesina sulla public choice e la crisi del welfare state.

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