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Modello canadese: i partiti “nazionali” facciano la politica “nazionale”

– Siamo in una fase di scomposizione dello scenario politico ed è convinzione comune che alle elezioni del prossimo anno per il rinnovo del Parlamento si presenterà agli elettori un assetto politico diverso rispetto a quello che abbiamo conosciuto negli ultimi anni.
Alcuni cantieri sono ormai aperti e nuovi contenitori sono destinati a nascere di qui alla prossima primavera.

In questo scenario è legittimo interrogarsi sulla forma partito che sia più in grado di offrire risposte adeguate di rappresentanza e di partecipazione che vengono dal paese – anche alla luce del sostanziale fallimento dei modelli partitici della Prima e della Seconda Repubblica.

Sarebbe utile, in particolare, una riflessione sull’efficacia di un sistema che vede i medesimi partiti protagonisti della competizione elettorale a tutti i livelli, da quello più strettamente locale fino a quello nazionale ed europeo – o se sarebbe preferibile una più marcata separazione tra la dimensione nazionale e quella di periferia.

Meriterebbe, in particolare, attenzione il modello politico che si è sviluppato in Canada, dove i partiti “federali” si occupano esclusivamente del livello di politica federale, mentre ciascuna delle province canadesi ha sviluppato nel tempo il proprio sistema partitico e le proprie specifiche geometrie politiche.
In tutte le province quindi operano partiti specifici che trovano la loro ragion d’essere in quel territorio ed i politici scelgono: o fanno politica federale o fanno politica provinciale.

Alcuni partiti provinciali hanno un qualche legame con un determinato partito federale, ma nella maggior parte dei casi sono totalmente indipendenti, tanto che spesso non è possibile mappare “uno ad uno” i partiti di una certa provincia con i partiti nazionali. Può capitare che coloro che militano in due partiti provinciali diversi e in concorrenza si riconoscano nello stesso partito federale oppure che gli appartenenti allo stesso partito provinciale votino per partiti federali diversi.

Ad esempio, l’Alberta è la provincia più “a destra” del Canada ed i due primi partiti che nelle recenti elezioni si sono contesi il governo locale, il Progressive Conservative Party e la Wildrose, sono entrambi composti da politici che per la maggior parte alle elezioni federali votano per il Partito Conservatore “federale”.
Il British Columbia ha invece una forte sinistra e quindi, in quella provincia, lo schema federale sostanzialmente tripolare (Conservatori, centristi del Liberal Party e sinistra dell’NDP) si è tradotto in uno schema bipolare in cui esiste un unico grande partito di centro/centro-destra che si contrappone alla sinistra.
Nel Québec, anche in virtù delle peculiarità storico-linguistiche, c’è pure un sistema partitico molto disomogeneo da quello federale. Ad esempio, nelle ultime elezioni federali la regione francofona ha votato in maggioranza per la sinistra dell’NDP, mentre il suo equivalente provinciale, Québec Solidaire, non sta certo sfondando. Inoltre la minoranza anglofona, su base provinciale, tende a sostenere i centristi del Parti Libéral – in quanto percepiti come i meno “identitari” – indipendentemente da come poi distribuisce i suoi voti alle elezioni federali.

Va detto che in Canada l’ “effetto traino” tra dimensione federale e dimensione provinciale è minimo. Ad esempio a metà degli anni ’90 i conservatori federali subirono un tracollo elettorale che quasi azzerò il loro partito – ma allo stesso tempo i vari partiti conservatori in quel periodo continuarono ad andare a gonfie vele in molte province, tra cui l’Ontario, la provincia più popolosa e per certi versi rappresentativa.

Perché dovremmo seriamente considerare il “modello canadese” in Italia? Per varie ragioni.

Innanzitutto perché la presenza nella dimensione locale è spesso ragione di degrado politico dei partiti nazionali, che finiscono per invischiarsi in infinità di beghe e di operazioni di piccolo cabotaggio che ne diminuiscono la credibilità.
Un partito nazionale che fa anche la politica locale finisce per avere troppo potere da spartire, più di quanto sia gestibile in modo trasparente – troppe candidature e troppe cariche interne.

Ed il problema è che ogni volta che nasce un nuovo partito nazionale di qualche potenziale successo, arriva subito l’onda di politici locali pronti a salire sul tram. Non si tratta necessariamente di persone che si riconoscono particolarmente nelle idee di quello specifico partito, ma più spesso di gente che semplicemente punta a farsi “trainare” dal nuovo brand per interessi prima di tutto personali.

E’ così che all’ombra del successo di certi leader nazionali si sviluppa un “sottobosco” di politicanti locali il più delle volte di scarso valore, in quanto il loro consenso non è costruito su una buona politica sul territorio, ma sulla loro abilità di intestarsi la rappresentanza locale di un progetto nazionale di più ampio respiro.
Al contrario, se la politica di prossimità la facessero partiti territoriali – diciamo organizzati su base regionale – i politici locali dovrebbero costruirsi un consenso dal basso sugli ambiti che riguardano la dimensione istituzionale per cui concorrono.

Purtroppo la partecipazione dei partiti nazionali toglie dignità alla politica regionale e locale, inibendo un dibattito sul merito dei programmi e sugli effettivi ambiti di competenza delle istituzioni per le quali di volta in volta si vota. Ogni elezione finisce per essere un’ordalia sui massimi sistemi, anche quando magari si dovrebbe parlare invece, più pragmaticamente, della sanità laziale o della mobilità urbana di Torino.

Nei fatti la maggior parte della gente non va a votare pensando alla Polverini o a Fassino, bensì ai leader nazionali che vede quotidianamente in televisione. Insomma non si vota per il proprio Comune o per la propria Regione, si vota per “dare la spallata” – e così l’elezione del sindaco di Milano diviene tristemente un referendum sul governo nazionale, con il Presidente del Consiglio Berlusconi che addirittura si candida (!) per il Consiglio Comunale meneghino.

Se in Italia i partiti di destra vanno bene a livello nazionale, tutti i loro candidati locali ne ricevono una spinta fondamentale – se i partiti di destra sono in disgrazia a livello nazionale, tutti i loro candidati locali sono fortemente penalizzati. E tutto ciò è largamente decorrelato dalle credenziali e dall’operato effettivo delle persone che si presentano di fronte agli elettori.
Finché le condizioni al contorno in cui si svolge la competizione politica locale restano queste, parlare di federalismo, di sussidiarietà e di effettiva accountability degli eletti resta un’ipocrisia.

Tra l’altro, sganciare la dimensione regionale dalla dimensione nazionale, in Italia, produrrebbe un altro effetto positivo – quello di creare le condizioni per una vera democrazia competitiva anche in regioni in cui oggi l’alternanza è un miraggio.
La Toscana, ad esempio, ha una distribuzione politica molto più a sinistra della media nazionale ed in queste condizioni è chiaro che, se il bipolarismo locale prevede la riproposizione diretta dei confini ideologici e sociologici di quello nazionale, la sinistra è destinata a restare eternamente al potere e la destra in un’eterna condizione di irrilevanza e marginalità. In un sistema “alla canadese”, la Toscana potrebbe avere la sua destra e la sua sinistra e non ci sarebbe per niente da scandalizzarsi se la “destra” la facesse magari l’ala riformatrice del PD – che la facesse qualcuno che assomiglia a Renzi, piuttosto che qualcuno che assomiglia a Matteoli. E conseguentemente non ci sarebbe da stupirsi se il leader di quella “destra toscana” magari poi votasse per la sinistra a livello nazionale.

Insomma nei prossimi mesi, in cui proveremo a costruire il partito che non c’è e che ci sarà, chiediamoci veramente se ci interessa che si presenti anche per il consiglio comunale di Casorate Sempione, oppure se pensiamo che sia più utile che si limiti al livello politico nazionale, lasciando la politica regionale e locale a partiti che siano emanazione dei territori.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

3 Responses to “Modello canadese: i partiti “nazionali” facciano la politica “nazionale””

  1. Luca Martinelli scrive:

    Ma se tipo i partiti nazionali facessero politica, tanto per cominciare? :)

  2. antonio scrive:

    Articolo interessante. Ormai è acclarato da tutti che bisogna assolutamente ridiscutere la forma-partito. Questo modello canadese non lo conoscevo e a primo impatto non mi dispiace affatto. C’è da discuterne, anche perchè quanto descrivi nell’articolo in particolare in questo spezzone (E’ così che all’ombra del successo di certi leader nazionali si sviluppa un “sottobosco” di politicanti locali il più delle volte di scarso valore, in quanto il loro consenso non è costruito su una buona politica sul territorio, ma sulla loro abilità di intestarsi la rappresentanza locale di un progetto nazionale di più ampio respiro.
    Al contrario, se la politica di prossimità la facessero partiti territoriali – diciamo organizzati su base regionale – i politici locali dovrebbero costruirsi un consenso dal basso sugli ambiti che riguardano la dimensione istituzionale per cui concorrono.) è quanto di più vero si possa dire riguardo al radicamento di Futuro e Libertà sul territorio.

  3. ho fatto una proposta direi simile: http://t.co/HAURKm4h
    Mi farebbe piacere sapere cosa ne pensa. Grazie

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