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Il finismo esiste se rompe (e non conserva) le ‘tradizioni’

– Intervengo sulla questione aperta da Carmelo Palma raccontando una storia, a lui e a quanti – per percorsi diversi o per età – non possono conoscerla, e ricordandola a chi invece l’ha vissuta.

Ce ne andammo, 20 anni fa, dal vecchio Msi. Ce ne andammo in una notte di luglio: io Fabio Granata, Peppe Nanni, Tomaso Staiti e non pochi altri. Eravamo dirigenti nazionali, qualcuno deputato o consigliere regionale, avevamo vissuto gran parte della nostra vita in quel mondo, pagando senza riserve il conto dell’isolamento, dell’ostracismo. Da anni ci consideravamo ed eravamo considerati eretici, avevamo tracciato percorsi evolutivi che ci avevano portato lontano dai motivi della nostra originaria adesione. Una “metafora esaurita”, dicemmo del nostro partito, non più capace (se mai lo avesse fatto) di esprimere un’azione efficace, una funzione politica.

Ce ne andammo la sera che Gianfranco Fini fu eletto segretario per la seconda e definitiva volta. Non era la sua persona in discussione ma la presa d’atto dell’inutilità del tentativo di riformare un universo chiuso in logiche in cui non ci riconoscevamo più. Ce ne andammo, come mi è capitato più volte di dire, tre anni prima di lui.

Non cercavamo la “bella destra” ma volevamo contribuire a creare qualcosa di inedito, dare corpo alle novità di una società che era cambiata, qualcosa all’altezza dei tempi. Ci affacciammo in quelli che allora apparivano i soggetti capaci di interpretare il cambiamento: La Rete, i Verdi, Allenza Democratica. Nessuno ci chiese abiure, perché i nostri passaggi erano stati espliciti, maturati pubblicamente, dichiarati, la nostra rottura sincera. Rinunciavamo a certezze, anche in termini di carriera. Senza chiedere nulla in cambio.

Qualcuno di noi (io no) vide nella nascita di An una possibilità e aderì a quel progetto sperando che fosse quello il fulcro della novità che avevamo cercato.
Sono seguiti dieci anni di sonno della politica e di rassegnazione. Finché un uomo solo ha cominciato a rompere il conformismo di chi misurava le proprie posizioni soltanto in base alla coerenza con il presunto sentimento di qualche base elettorale, a svincolarsi dal paralizzante dovere dell’appartenenza. A tradire le certezze, in nome del buon senso e del principio di responsabilità.

Quello che ha affascinato in Fini, non è stata, appunto, una evoluzione coerente, non è stata la capacità di ammodernare, ma il cambiamento di campo, la rottura radicale. La rottura innanzitutto con la tradizione culturale della destra e poi, attraverso quel passaggio, con l’immobilismo di tutta la classe dirigente italiana, logora e incapace di porsi laicamente di fronte alle questioni della contemporaneità. Una visione del futuro senza alcun interesse per gli alberi genealogici e libera dal trucco delle appartenenze.

Non voglio mettermi a fare il finologo, sport in cui molti si esercitano per pesare quante volte e in quale occasione il leader ha adoperato la parola destra o chissà che altro. Registro soltanto che questa e non altra è stata la forza attrattiva che ha esercitato su tanti, tantissimi (me compreso) che non ne avevano condiviso la storia. La cosa che ha fatto esistere il “finismo” è solo l’energia che le sue prese di posizione hanno sviluppato e che determinò un fenomeno di simpatia quantitativamente ingente e qualitativamente non classificabile secondo gli schemi vigenti.

Incertezze e qualche ambiguità tattica hanno ridimensionato, nei due anni trascorsi, il significato e la portata di quel fenomeno, producendo una sorta di ossificazione intorno ad un nucleo di persone con un trascorso più omogeneo.

Se c’è una possibilità di riattivare quel percorso di interpretazione del nuovo emerso tra il luglio e il novembre del 2009 (e io credo che ci sia, che le dimensioni della rivoluzione in corso ce ne carichino di responsabilità), non può certo passare attraverso la rivendicazione di una storia, di una appartenenza, ma semmai attraverso il suo contrario: la capacità di aver saputo rompere con ogni tradizione.

Paradossalmente l’esigenza di definirsi in base a ciò che si è stati dà ragione a chi accusa Fini di avere dissipato un patrimonio. Mentre la speranza che possiamo, con lui, continuare a suscitare è quella di indicare un metodo e una prospettiva nuove.


Autore: Umberto Croppi

Nato a Roma nel 1956. Direttore generale della Fondazione Valore Italia (Esposizione permanente del Made in Italy e del Design italiano), docente a contratto presso la Facoltà di Scienze della Comunicazione dell'Università La Sapienza di Roma, membro del Consiglio Superiore delle Comunicazioni, di cui è stato presidente della IV^ sezione (nuovi media). È responsabile nazionale per la cultura di Futuro e Libertà.

3 Responses to “Il finismo esiste se rompe (e non conserva) le ‘tradizioni’”

  1. lodovico scrive:

    La tradizione culturale di destra non è mai stata quella rappresentata dal MSI che vedeva nello stato il coronamento del sociale e dell’economico. Certo tutto nasceva dal desiderio di rivincita e dal nazionalismo ma anche questi non sono valori della destra. Per la Destra le riforme si fanno conservando parte dei precedenti istituti e si modificano con pragmatismo quelle parti che non funzionano. Nel FLI vedo ancora molta confusione e nessuna risposta intorno ai limiti dello Stato, delle Regioni, delle Provincie, dei comuni etc.Se deve nascere un nuovo partito parta dallo Stato e dai suoi compiti che per la destra devono limitarsi a quello che il privato non vuole fare.

  2. Andrea Benzi scrive:

    Capisco solo parzialmente. Sta bene rompere, sta bene guardare avanti.
    Ed ancor più sta bene rompere con le varie tradizioni. Ma allora che ciascuno lo faccia. La cesura con il passato sia “comandamento” per tutti. Altrimenti diventa la solita solfa “antifascista” o il tentativo di catturare quella sorta di araba fenice, vale a dire quel “liberal-riformismo” che è concetto ancor più vecchio (e non antico, sia chiaro…) del fascismo giusto per fare un paragone immediato. Voglio dire: anche il “liberal-riformismo” è concetto stantio e non più applicabile, in quanto risalente ed obsoleto. La polemica fra riformismo e massimalismo si sviluppa ed anima la politica nazionale prima del 1914…Non c’è un contenuto che è “male”, non c’è un contenuto che è “bene”. Dovrebbero esserci proposte che si misurano in un dibattito assembleare che le sintetitizzi, ma non se ne vedono tante, nè di proposte, nè di dibattiti. I congressi sono solo serviti a porre la griglia di partenza per le prossime candidature (così sperano gli “eletti”…)
    Penso francamente e senza nessuna offesa, credetimi, che l’operare all’interno della cosiddetta elite che dovrebbe essere messa radicalmente in discussione, vi abbia in qualche modo assopito e “narcotizzato”. Non siete capaci di elaborare un concetto radicalmente alternativo. Oggi Grillo ha vinto in una delle città più importanti di Italia e di Europa (sede di un’importante ente comunitario), già capitale di un ducato preunitario più o meno sovrano per tre secoli.
    La risposta a questa sana democrazia del popolo di Parma, che ha sbaragliato il Partito democratico ed umiliato il PDL, non sta nelle elaborazioni dell’ovattato mondo delle fondazioni o dei consigli di amministrazione o dei gabinetti ministeriali o parlamentari. Non sta nel liberal-riformismo perchè mai, dico mai, il liberal-riformismo è servito come medicina politica per arginare una rivoluzione. Il liberal-riformismo è medicina politica omeopatica che solo gli Inglesi hanno saputo ben dosare in più secoli. Non è rimedio da fare con due decreti legge e abbassando il numero dei parlamentari, è forse più cultura dello stato, prassi della politica, che politica vera e propria.
    Ma a questo punto temo che FLI, nato non a caso da un gruppo parlamentare ma divenuto “qualcosa” sul campo di Mirabello ed a Bastia Umbra, non voglia che essere proprio questo: un tentativo, nobile ed onesto per gran parte dei suoi attori, di intravedere la solita risposta “lib-lab”, “radical”, “riformista” ad un sistema che, per malfunzionamento endogeno, non accetterà che una rivoluzione dalla quale sarebbe un delitto, ed una colpa politica impedonabile, che tanti soggetti, che avrebbero voluto con onestà un mondo diverso e più giusto, risultassero inesorabilmente esclusi come se fossero stati i responsabili del disastro incombente.
    Fini decida cosa vuole fare, se unire la sua forza al “sistema” inseguendo l’araba fenice di riforme che non verranno mai fatte, o porsi come alternativa, seppure istituzionale, all’Italia che non ce la fa più davvero.

  3. Maurini scrive:

    Il peggio articolo che leggevamo da anni..rompiamo col passato..ma credo anche col presente visti i risultati..

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