Seguo in queste ore le polemiche su passato, presente e futuro della destra italiana e su quanto il progetto finiano vi appartenga o se ne discosti. Una parte dei dirigenti e dei militanti di Futuro e Libertà insiste per mantenere partito, simbolo e identità “separata” rispetto ad un’eventuale aggregazione che trasformi il progetto del Terzo Polo (la sostanza di quel progetto, al di là dei nominalismi) in un qualcosa che non sia più terzo, ma primo o almeno secondo. Senza nulla voler togliere all’importanza della storia che questi dirigenti e questi militanti hanno vissuto, mi sembra stiano sbagliando. Propongono un metadiscorso, una politica che parla di politica; proprio quello che ai cittadini interessa sempre di meno, con buone ragioni. E, al di là del metodo, c’è un errore nel merito.

Ci sono momenti in cui l’amor di Patria si dimostra sventolando la bandiera, altri – come quello presente – in cui il sentimento nazionale è meglio espresso da pedanti ragionieri e buone madri di famiglia che, giorno dopo giorno, cercano di far quadrare i conti perché le prossime generazioni abbiano un futuro. È necessario, è vitale che questo lavoro sia svolto. È necessario anche che sia difeso nei suoi frutti. Questo richiede una potenza di fuoco elettorale a due cifre ben abbondanti, altrimenti si rischia di replicare all’infinito la fatica di questi mesi: a fronte di un governo virtuoso, che intende predisporre finalmente le misure di cui abbiamo bisogno, la parte del parlamento riottosa, non lungimirante e attenta solo a interessi di parte, spara a zero rallentando con toni suicidi il processo di cambiamento.

Non si possono liberalizzare le professioni per i veti del PDL, non si procede con la opportuna determinazione sulla strada della riforma del lavoro per i veti del PD. La congiuntura economica internazionale non aiuta, si moltiplicano le manifestazioni di scontento, si allarga lo spazio della ricerca del potere per il potere, travestita da antipolitica. Persino l’elementare richiamo alla disciplina di bilancio viene messo in dubbio sempre più spesso, come se il deficit spending garantisse sviluppo impetuoso. Per portare il Paese sulla strada del risanamento economico e morale non serve issare vessilli e chiedersi “chi siamo” in termini astratti, ma mettere mano con paziente disciplina a questioni concrete e urgenti, in presenza di una massa critica che permetta di fare una differenza nel mondo reale e non solo nel racconto dei proclami. 

Occorre lavorare alla costruzione di una maggioranza parlamentare sostanziale, solidamente aggregata intorno a un obiettivo centrale: l’aumento della produttività del lavoro, strada principe per una crescita sostenibile nel tempo. Per raggiungere quest’obiettivo si deve passare da un miglior funzionamento dei mercati, sia quelli degli input sia quelli dei prodotti e dei servizi. Si deve insistere sull’innovazione, sull’istruzione, sulla certezza dei contratti, sull’integrazione europea, sulla fiducia nelle istituzioni, sulla partecipazione civica. Più volte su queste pagine abbiamo suggerito punti di dettaglio, individuato debolezze, proposto casi di studio.

Non è possibile, e non sarebbe in fondo nemmeno rispettoso delle regole del gioco democratico, tentare di cambiare il mondo con il quattro per cento dei consensi o pensare di poterlo fare. Comprendiamo bene le ragioni di chi preferirebbe essere primo in provincia che secondo a Parigi, ma non è questo il momento; e poi non è detto che, forti di un’esperienza ricca di buoni esempi e di buone idee, si resti secondi a lungo.