Il 4 per cento? Per Fli non è un obiettivo politico e neppure ‘patriottico’

Seguo in queste ore le polemiche su passato, presente e futuro della destra italiana e su quanto il progetto finiano vi appartenga o se ne discosti. Una parte dei dirigenti e dei militanti di Futuro e Libertà insiste per mantenere partito, simbolo e identità “separata” rispetto ad un’eventuale aggregazione che trasformi il progetto del Terzo Polo (la sostanza di quel progetto, al di là dei nominalismi) in un qualcosa che non sia più terzo, ma primo o almeno secondo. Senza nulla voler togliere all’importanza della storia che questi dirigenti e questi militanti hanno vissuto, mi sembra stiano sbagliando. Propongono un metadiscorso, una politica che parla di politica; proprio quello che ai cittadini interessa sempre di meno, con buone ragioni. E, al di là del metodo, c’è un errore nel merito.

Ci sono momenti in cui l’amor di Patria si dimostra sventolando la bandiera, altri – come quello presente – in cui il sentimento nazionale è meglio espresso da pedanti ragionieri e buone madri di famiglia che, giorno dopo giorno, cercano di far quadrare i conti perché le prossime generazioni abbiano un futuro. È necessario, è vitale che questo lavoro sia svolto. È necessario anche che sia difeso nei suoi frutti. Questo richiede una potenza di fuoco elettorale a due cifre ben abbondanti, altrimenti si rischia di replicare all’infinito la fatica di questi mesi: a fronte di un governo virtuoso, che intende predisporre finalmente le misure di cui abbiamo bisogno, la parte del parlamento riottosa, non lungimirante e attenta solo a interessi di parte, spara a zero rallentando con toni suicidi il processo di cambiamento.

Non si possono liberalizzare le professioni per i veti del PDL, non si procede con la opportuna determinazione sulla strada della riforma del lavoro per i veti del PD. La congiuntura economica internazionale non aiuta, si moltiplicano le manifestazioni di scontento, si allarga lo spazio della ricerca del potere per il potere, travestita da antipolitica. Persino l’elementare richiamo alla disciplina di bilancio viene messo in dubbio sempre più spesso, come se il deficit spending garantisse sviluppo impetuoso. Per portare il Paese sulla strada del risanamento economico e morale non serve issare vessilli e chiedersi “chi siamo” in termini astratti, ma mettere mano con paziente disciplina a questioni concrete e urgenti, in presenza di una massa critica che permetta di fare una differenza nel mondo reale e non solo nel racconto dei proclami. 

Occorre lavorare alla costruzione di una maggioranza parlamentare sostanziale, solidamente aggregata intorno a un obiettivo centrale: l’aumento della produttività del lavoro, strada principe per una crescita sostenibile nel tempo. Per raggiungere quest’obiettivo si deve passare da un miglior funzionamento dei mercati, sia quelli degli input sia quelli dei prodotti e dei servizi. Si deve insistere sull’innovazione, sull’istruzione, sulla certezza dei contratti, sull’integrazione europea, sulla fiducia nelle istituzioni, sulla partecipazione civica. Più volte su queste pagine abbiamo suggerito punti di dettaglio, individuato debolezze, proposto casi di studio.

Non è possibile, e non sarebbe in fondo nemmeno rispettoso delle regole del gioco democratico, tentare di cambiare il mondo con il quattro per cento dei consensi o pensare di poterlo fare. Comprendiamo bene le ragioni di chi preferirebbe essere primo in provincia che secondo a Parigi, ma non è questo il momento; e poi non è detto che, forti di un’esperienza ricca di buoni esempi e di buone idee, si resti secondi a lungo.


Autore: Claudia Biancotti

Nata a Moncalieri nel 1978, é economista presso la Banca d'Italia. Studia i metodi statistici per le indagini campionarie, ma anche la distribuzione del reddito, l'economia della felicitá e un po' di neuroeconomia. DISCLAIMER: Le opinioni qui espresse sono strettamente personali e non impegnano l'istituzione di appartenenza.

4 Responses to “Il 4 per cento? Per Fli non è un obiettivo politico e neppure ‘patriottico’”

  1. Pietro M. scrive:

    Si sarebbe potuto fornire un programma di riforme completo e di indicazioni dettagliate sui tagli da effettuare, con o senza Parlamento o parti sociali.

    La migliore prova che Berlusconi non aveva la minima intenzione di fare le riforme è proprio la mancanza di un programma di proposte, per quanto irrealizzabili, su come cambiare il paese.

    La stessa carenza programmatica è evidente in Monti…

  2. Claudia scrive:

    Ma come fai a tagliare alcunchè “senza Parlamento o parti sociali”? Nomini un dittatore plenipotenziario?

  3. Pietro M. scrive:

    Ho detto proporre, non tagliare. Proporre significa spiegare agli italiani cosa va fatto e sviluppare un piano dettagliato per farlo. E poi prendere a capocciate il Parlamento finché non vota tutto. Quest’ultimo passaggio sarebbe fallito comunque, in ogni condizione. Ma il primo si sarebbe dovuto almeno provare. Almeno per lasciare ai posteri un insieme di idee, sia astratte che concrete, da cui partire, e per dire agli italiani che esiste un’alternativa. Ma l’alternativa non esiste, evidentemente.

  4. Cristian Cattalini scrive:

    Pietro,
    la questione non è così semplice, così limpidamente distinguibile tra il bene (coloro i quali vogliono tagli della spesa e tasse basse) e il male (coloro i quali vogliano alta spesa sociale e alte tasse).

    C’è anche una questione che riguarda i tempi di azione. Penso tu conosca Mario Seminerio. Scrive su queste “pagine” tra le altre cose. Personalmente lo considero un economista liberale, dove liberale sta allergico al predominio dello Stato.

    Bene, Mario ci spiega bene e spesso il perchè in questo momento NON è possibile varare in tempi brevi una vasta azione di riduzione rapida della spesa pubblica con conseguente riduzione rapida dell’imposizione fiscale. Lo spiega pragmaticamente e dal punto di vista di un non statalista.

    Quindi, per le condizioni date, per me Monti e la Fornero sono ancora e certamente un buon esempio, un buon inizio su cui basare il futuro. Lo sono per la riforma della Previdenza che hanno fatto, lo sono per la riforma del mercato del lavoro che stanno tentando di fare, lo sono per le liberalizzazioni che hanno tentato. Se mi indichi esempi che, date le condizioni di realtà, hanno saputo fare meglio in passato, allora mi farai cambiare idea.

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