di SIMONA BONFANTE – L’altra sera a Ballarò, il sottosegretario al Lavoro Maria Cecilia Cella ci ha ricordato una cosa: che la ‘compensazione fiscale’ non è una cosa nuova per il nostro paese, ché l’aveva già fatta Visco, a suo tempo. Un atto di civiltà, una stupefacente attestazione di liberalità – conveniva la prof. Peccato, tuttavia, che i contribuenti del nostro paese abbiano scelto di celebrare l’evento abusandone in maniera esagerata: ‘compensavano’ di tutto – pare. È per questo che il provvedimento è stato abbandonato.

Così è per l’Imu, e per tutta l’infinita, irrazionale, ingestibile serie di norme, prescrizioni, oneri burocratici che lo Stato italiano ci impone. Per ‘prima casa’ – prevede la norma introdotta dal governo Monti – si deve intendere quella in cui si risiede e “dimora abitualmente”. Si dirà: ma se uno risiede lì ma vive in affitto altrove, e non ha altre proprietà immobiliari, quindi quella, per lui, rimane prima casa, perché dovrebbe pagare come fosse seconda? Ecco, il tizio pagherà più di quanto gli spetti perché pare che, ai tempi dell’Ici, un sacco di gente abbia ritenuto di poter intestare alla moglie o al figlio gli immobili del padre, segnare là la residenza dei rispettivi, e garantirsi così la gratuità della ‘prima casa’.

I comportamenti sleali: ecco, è questo quello che ci frega. Regole analoghe, nelle civiltà liberali, indirizzano i comportamenti naturaliter verso la correttezza, essendo la sanzione inflitta morale prima ancora che penale. In Italia, no. Ma cosa immaginiamo di poterci aspettare dal ddl anti-corruzione? La deterrenza, il controllo, il contrasto alla pratica? Ma quella pratica è diffusa a dispetto della quantità delle regole, della severità delle pene, della buona fede del regolatore; è diffusa, anzi, proprio in virtù delle troppe regole, della assoluta incertezza della pena e dell’impotenza del decisore a tradurre la buona fede in buone pratiche, ché per quello ci vuole la complicità della troppo lunga, estesa, coercitiva cinghia di trasmissione della macchina pubblica, che a depotenziare sé stessa non ci pensa proprio.

Lusi e Bossi sono quella cosa lì: creature della slealtà geneticamente indotta da quel potere vano, vizioso e viralmente contagioso che lo Stato auto-conferisce a sé stesso. Il potere di appropriarsi della proprietà, dunque della libertà, del privato e della conseguente contro-slealtà del privato. Per affrontare tutto questo serve solo una cosa: capire che l’obiettivo dello Stato deve essere limitare sé stesso, non tappare le falle – sempre più ampie, sempre più insidiose – dalla sua stessa stazza provocate.

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