Per capire quali rischi corra Futuro e Libertà e il progetto politico che è chiamato a serbare – al di là delle sigle, delle scelte organizzative e delle esigenze della congiuntura –  non bisogna guardare solo al peggio, ma anche al meglio delle resistenze in nome della “diversità” post-missina. Dunque, non solo alla sventata condiscendenza per il lessico familiare della destra (e non solo della destra) italiana a proposito della cosiddetta “lobby ebraica”. Ma anche al tentativo di rileggere al contrario la (recente) storia finiana: non come uno sforzo per affrancare dalla mitologia post-fascista la tensione generosa e frustrata della destra italiana, ma per ancorarla alle sue radici pre-berlusconiane.

Fini, insomma, come custode della memoria del “ghetto” in cui l’arco costituzionale rinchiudeva l’elettorato missino, non come protagonista della liberazione della destra dai tabù e dai ricatti della memoria (di quella propria e di quella altrui) e della sua pacificazione col gioco democratico, con la laicità politica, con la natura storica e relativa delle ragioni e dei torti e con la vocazione repubblicana, che riscatta l’ideale nazionale dalle angosce della vulgata nostalgica.

Se per molti Fini è il contrario di quanto è oggettivamente stato, soprattutto nella fase di massima tensione con Berlusconi – che questo in fondo gli rimproverava: di non stare al suo posto, di non volere più fare il fascista in doppiopetto e di essere perciò diventato “di sinistra” – occorre forse discuterne con meno negligenza. Riportiamo di seguito un brano eloquente dello spirito con cui molti “finiani” rileggono (anzi: riscrivono) la rottura col Cavaliere (è il commento postato da Andrea Benzi sulla bacheca Facebook di Filippo Rossi):

Sarei falso se non dicessi che, a mio modesto parere, hai sbagliato dal punto di vista politico e culturale. Hai cercato di fare tutt’uno fra “berlusconismo” e “fascismo”, schierandoti di fatto nell’alveo dell’antifascismo di maniera, responsabile della rovina nazionale e della corruzione sociale e del fallimento della Repubblica del 1946, ed ignorando che il più forte attacco al “berlusconismo”, quello letale e finale che superava le chiacchiere parlamentari dei “compromessisti” storici, era arrivato dal successore di Giorgio Almirante e da un uomo che era sorto politicamente nel MSI. Hai toccato una corda sensibile, in quanto seppure sfilacciata e composta da tanti fili che quel giorno a Mirabello si erano rintrecciati, era pur sempre quella alla quale era stato appeso Berlusconi. Una corda che aveva tenuto duro nonostante 15 anni di spartizione di potere, di governo insano, di compromessi inaccettabili. Ed aveva tenuto duro perché proveniva da quelle “radici” lontane, dall’onore di El Alamein…caro…non dalla falsa filantropia radical-chic o liberista-bancaria dei think-thank.

Sono parole serie e anche profonde, ma sprofondate nella memoria ancestrale e in fondo “privata” della frustrazione missina. Che vanno perfino più indietro del “non rinnegare e non rimpiangere” almirantiano. Può diventare questo, il finismo di lotta? Un luogo senza tempo popolato di giovani e meno giovani innamorati del folclore fascista e delle rimozioni post-fasciste? La proiezione di un delirio auto-cannibalistico, in cui (mi pare chiaro, no?), il nemico è ora diventato Monti e quella sua quinta colonna bocconiana e radical-liberista, che guida i deputati di FLI? Visto che nelle riunioni di partito – e non solo nelle conversazioni su Facebook – se ne parla apertamente, parliamone pure pubblicamente e liberamente. Ma parliamone per davvero.

Pubblicato su Il futurista quotidiano del 18 maggio 2012

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