Medicina contro burocrazia. La vincente affronta il default

– Scandalo, orrore, indignazione.
Una video-inchiesta di Antonio Crispino, sul sito del Corriere della Sera, ci informa del fatto che, almeno a Roma, è molto facile che un medico, senza nemmeno visitare approfonditamente il paziente, acconsenta, dietro pagamento di 50 euro e/o promessa di tornare, a fargli un certificato per le malattie più varie, con tutto ciò che ne consegue di assenza dal lavoro, peso sulle casse dell’INPS eccetera.

Gli scandali della mutua italiana sono stati già ben riassunti, una quarantina di anni fa, da questo celeberrimo film con Alberto Sordi; da allora ad oggi sono cambiate un po’ di leggi, ma non la sostanza della questione.

Stando all’autore più citato di Libertiamo, è almeno dal XVII secolo che, in Italia, ogni norma ispirata dalla volontà di contrastare comportamenti illegali serve soltanto, nei fatti, a penalizzare chi vuole rispettare la legge, mentre premia le persone con pochi scrupoli, che a non rispettarla, visto lo stato comatoso della nostra giustizia (anche quello rimasto più o meno invariato dal Seicento ai giorni nostri), rischiano poco e niente.

Nel caso specifico dei medici di base, le leggi post-Il Medico della Mutua sono state per lo più mirate (soprattutto nelle grandi città come Roma) ad evitare l’accumulo indiscriminato di pazienti nelle mani di pochi medici, o a limitare il rimborso per i farmaci non salvavita: peccato che tutto questo, in un Paese dove la flessibilità e la mobilità sociale e geografica sono oggetto di una negazione così totale che stupirebbe persino Freud, si ritorca, ancora una volta, per lo più contro i giovani e in generale i “flessibili”.

A noi nati dopo il 1980 e ai non privilegiati di altre epoche è consigliata (per non dire imposta) la flessibilità all’italiana, ma naturalmente questo non si traduce in una semplificazione della burocrazia per chi si trasferisce spesso e/o presenta l’imperdonabile difetto di non avere un posto fisso: a Roma, se non si risulta residenti ma solo domiciliati, e se si ha un contratto di lavoro precario (come la maggior parte dei giovani, attualmente), ottenere l’assistenza sanitaria di base diventa un percorso degno di Ulisse.

Con la differenza che il leggendario condottiero ebbe vent’anni per portare a termine le sue imprese, mentre noi, incalzati da contratti che nella migliore delle ipotesi durano un anno, nella peggiore un mese, dobbiamo lottare, oltre che contro i mostri burocratici al cui confronto Scilla e Cariddi diventano barboncini da salotto, anche contro il tempo.

Il primo ostacolo da affrontare sono le moderne location e i comodissimi orari di apertura delle ASL, dislocate per lo più in lande desolate non raggiunte da nessun mezzo pubblico degno di questo nome, e aperte di solito, quando va bene, dalle 9 alle 12 dei giorni feriali (non tutti, eh, ché lo stress da superlavoro, si sa, è sempre in agguato). Il massimo della flessibilità concessa (octroyée, per i più colti) a noi flessibili da questi uffici è l’apertura un paio d’ore durante la mattinata del sabato, giorno che i più fortunati di noi hanno libero: la mirabile visione che ci colpisce gli occhi, quando alle 8 del sabato designato arriviamo davanti all’agognato sportello, è un’infinita fila di persone che probabilmente hanno passato la notte lì, per avere qualche speranza di cavarsela senza doversi prendere una settimana di ferie.

Ma i gentilissimi impiegati allo sportello, in limpidissimo torpignattarese intermediato da qualche frase in burocratese della Prima Repubblica, ci spiegano che non possono fare niente per noi (lo stress da superlavoro, si diceva, può mietere vittime in ogni momento). Dobbiamo prima andare all’ASL di appartenenza, farci revocare il medico di base, uccidere il giaguaro, richiedere una nuova tessera sanitaria che però arriva alla residenza di prima, farci firmare dal datore di lavoro una dichiarazione del fatto che effettivamente lavoriamo a Roma per lui, affrontare il dragone nascosto nei sotterranei, salvare la principessa, riesumare il nostro contratto di lavoro, allegarlo alla pratica ed infine, forse, ottenere di poter scegliere un medico da cui andare se per caso ci serve un antibiotico o se abbiamo qualche fastidio troppo lieve per il pronto soccorso.

Ottenere un medico, poi, per quanto tempo? Un tempo fisso, un anno, due anni? Ma naturalmente no, miei piccoli lettori: esattamente fino alla scadenza del contratto. Il che significa che, se ho un contratto di tre mesi, al quarto, ammesso che me lo rinnovino, devo fare un’altra trafila per il prolungamento dell’assistenza sanitaria.

Stando così le cose, c’è tanto da stupirsi o da scandalizzarsi se poi il sistema dei falsi certificati a pagamento prospera? Se ottenere legalmente un certificato medico o una ricetta viene reso impossibile, chi può pagare paga, e li ottiene illegalmente, e che ne abbia davvero bisogno o meno diventa la questione meno importante.

E chi non può pagare? Si arrangia, come sempre, purché chi campa alle sue spalle possa continuare a magnificare il fatto che in Italia “abbiamo la sanità gratis per tutti”. Ce lo meritiamo, Alberto Sordi.


Autore: Marianna Mascioletti

Nata a L'Aquila nel 1983. E’ stata dirigente politica dell’Associazione Luca Coscioni e tra gli ideatori del giornale e web magazine Generazione Elle. Fa cose, vede gente, cura il sito.

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