L’Italia della politica: Paura e Rabbia VS Purezza e Paranoia

– Non serve minimizzare le sconfitte ed esaltare le vittorie, né vivisezionare i dati guidati da un’unica aprioristica ratio, quella di rintracciare la giustificazione necessaria “a spiegare tutto”. Ostinandosi tenacemente “a cercare alibi”, come sosteneva il giorno successivo al voto delle amministrative Massimo Franco sulle pagine del Corriere della Sera.

Non è in alcun modo funzionale alla risoluzione del problema. Che resta. Continua a sussistere perchè si naviga a vista, facendo ricorso ai medesimi punti di riferimento. Proprio per questo il collasso dei partiti sulla scena è destinato a proseguire. Per la manifesta incapacità a farsi diversi da quel che sono. Altro da quel che rappresentano.

A un certo punto, nel film The Iron Lady, Margaret Thatcher dice che il padre le ha insegnato che tutto parte dalla testa e che alle idee bisogna tutto sottomettere. Probabilmente soltanto una “presunzione fatale” dalla quale è necessario allontanarsi. Non sembrano le idee a farsi strada, a riscuotere successo. A guidare la Storia ora è altro. Mentre la Politica sembra essersi quasi cristallizzata nei suoi movimenti, nelle modalità di approccio, nell’impossibilità di offrirsi davvero ad un nuovo che, se “accettato”, la escluderebbe nella quasi totalità delle sue attuali rappresentanze, la Società appare sempre più attenta al proprio particulare, scossa in maniera crescente da paura e rabbia. Sentimenti che hanno molte sembianze, con accenti anche differenti tra loro.

Dalla casalinga ex berlusconiana, che abbraccia Oliviero Diliberto alla manifestazione “Giù le mani dalle pensioni”, con la maglietta sulla quale campeggia “Fornero al cimitero”, al No Tav “Pecorella”, che insulta il poliziotto con il quale dice di voler dialogare, all’indignado “Er Pelliccia” di Roma, che lancia un estintore per spegnere i roghi. Sfoghi senza controllo non condivisibili nella forma, ma comprensibili, almeno per certi versi, nelle motivazioni.

Ma accanto a tante persone “in libertà”, spinte comunque da un disagio, ci sono i “cattivi maestri”, figure anch’esse in libertà, i quali forse strumentalmente contribuiscono ad alimentare le tensioni. Come il Toni Negri che, sulla rivista “Alfabeta2” di febbraio, gioca con i “gradi necessari” di violenza per una “radicale trasformazione”. Come il Giulio Tremonti che elogia l’autore di Impero a Servizio pubblico di Michele Santoro, affermando che “la politica sta tornando dalla parte giusta, non la finanza, ma il popolo”. Come, ancora, il Beppe Grillo che sul suo blog prima dice che bisogna capire le ragioni di chi mette le bombe ad Equitalia, poi, tuona tranchant, che se non si vota, “sarà guerra civile”. Chiedendo una Norimberga per i politici.

Evidentemente prendendo qualcosa più che uno spunto dal suo libro contro i partiti, Siamo in guerra (Chiarelettere, pp. 188, euro 13,60). Come Casa Pound schierata ad oltranza contro banche e stranieri, ma anche come Gianluca Iannone, il suo leader, esultante su Facebook per la morte del magistrato che “aveva avuto a che fare con loro”.

Il continuo fluire di queste strutture emotive, come di quelle sociali e politiche, ne ha finora impedito la sedimentazione, persino lo sviluppo, costringendole ad una pericolosa “liquidità”. Pericolosa perchè visibile, rilevabile solo occasionalmente. Ad esempio in Val di Susa tra i No Tav, oppure nelle lotte cittadine contro banche e borsa.

La paura è il sentimento che da un lato anima le masse e dall’altro le spinge alla reazione, ad un ritorno alle radici.Così quelle masse, una moltitudine indistinta che ha perso qualsiasi identità politica, terrorizzata dalla povertà che avanza, dalla perdita di diritti che riteneva inalienabili, è diventata un nuovo elettorato da conquistare. Scontenti da accontentare, da attrarre. Anche coinvolgendoli. Su questo, su questo voto radicale di protesta, ha fondato il suo successo il neo-qualunquismo dei grillini.

Così dopo una lunga stagione, guidata sia in politica che in economia, da falsi moderati, è giunta l’ora del “radicale mite”, cioè del ritorno alla radice umana senza violenza. Sono tesi non nuove ma sulle quali, forse, si è poco riflettuto. Probabilmente sottovalutandone l’appeal. Piero Bevilacqua in Elogio della radicalità (Laterza, pp. 184, euro 16,00), ispirandosi a Marx, sostiene che la radicalità è umana (“Essere radicale significa cogliere la radice delle cose, ma la radice delle cose è l’uomo stesso”) e, soprattutto, propone la decrescita.

A Marx rimanda anche La lotta di classe dopo la lotta di classe di Luciano Gallino (Laterza, euro 12,00), dove si sostiene che lo scontro sociale sia in corso. Tra i tanti, tantissimi, poveri ed i pochi ricchi, i nuovi padroni. Grandi proprietari, top manager, alti dirigenti finanziari e politici. Per Gallino la lotta di classe, dal basso, è possibile soltanto con una riforma della finanza che colpisca la classe dominante. Tesi, quelle di Bevilacqua e Gallino, che hanno avuto un loro coagulo in un “Soggetto politico nuovo”, con un proprio programma apparso sul Manifesto del 29 marzo. Inseguono il “benecomunismo” per difendere il patrimonio umano e culturale dai vizi del capitalismo.

I nuovi radicali si definiscono per via negativa. No Global, No B Day, No Tav. Si oppongono ai doveri postmoderni imposti al territorio e alla società. Michele Roccato e Terri Mannarini, nel libro Non nel mio giardino. Prendere sul serio i movimenti Nimby (Il Mulino), si chiedono se i cittadini attivi di fronte al progresso siano un ostacolo oppure una risorsa.

Nelle città fino a questo momento gli scontri, i segni chiari del malessere, sono stati episodici. Nell’autunno del 2011, a Roma, con gli indignados. In maniera più soft nel marzo del 2012, a Milano, con la versione italiana di Occupywallstreet, organizzata da Giorgio Cremaschi del coordinamento No Debito. Presenti disoccupati e pensionati, gente comune ed intellettuali, accanto a sindacati e partiti. Ma il vero cuore del radicalismo liquido è in Val di Susa. Qui si resiste all’Alta Velocità con un movimento locale guidato da Alberto Perino e gli anarco-insurrezionalisti del centro sociale torinese Askatasuna.

Il radicalismo è rifugiarsi nel mito di un’età originaria pura, da recuperare, lottando contro chi l’ha corrotta. Insomma è anche il mito fondante di Antonio di Pietro, l’eroe di Mani pulite, protagonista del ventennio della purezza e della paranoia. Quello cioè governato da Berlusconi. Così i giustizialisti si fanno interpreti del radicalismo sociale. Opponendo un “no” quasi aprioristico a tutto quel che gli si prospetta. Tasse, Riforma dell’articolo 18 e Alta velocità. Così Grillo e Di Pietro, dimenticando le loro vecchie posizioni sull’argomento, diventano convinti No Tav. Allo stesso modo sull’articolo 18, Di Pietro, dicendo che Monti “ha sulla coscienza i suicidi per la crisi”, individua il capro espiatorio. Ed il leader del Movimento 5 stelle non è da meno. Lo chiama “Rigor Mortis” e lo mette in una bara.

Il messaggio è che i poteri forti corrompono i valori. Nel contempo distinti e distanti. Mentre, Grillo e Di Pietro, anche nella loro fisicità, nella loro mimica, sono pienamente umani e dunque “veri”. Entrambi non solo soltanto leader di movimenti e/o partiti, ma autentici “conduttori della paura della gente”. Abili indirizzatori di odio collettivo verso di alcuni bersagli che divengono causa della crisi. Leader populisti che fomentano la paranoia sociale per proporre se stessi come terapia antipolitica.

Non è la risoluzione del problema. Che rimane. Ma almeno il tentativo (molto abile) di tornare a far politica. Facendo parlare le persone. Di più. Facendole partecipare “senza se e senza ma”.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

Comments are closed.