– Si stanno moltiplicando, in questa fase di contrazione economica, gli appelli alla “giustizia sociale”, intesa come implementazione di politiche di redistribuzione della ricchezza. Da più parti si chiedono ormai tasse più fortemente progressive ed una scure sui patrimoni.

Quello che sostanzialmente accomuna coloro che in piazza, al bar o alla macchinetta del caffè chiedono a gran voce che “anche i ricchi piangano” è la convinzione di non essere certo parte della categoria dei ricchi.
Vi è come la sensazione generale che i cosiddetti ricchi siano “gli altri”, che siano una piccola minoranza che in qualche modo tiene in scacco tutto il resto della società. E’ una visione, peraltro, ampiamente propagandata dai partiti di Sinistra che hanno tutto l’interesse a far credere alla gente che la maggior parte dei cittadini abbia da guadagnare dal “socialismo”.

Bersani, ad esempio, ha più volte ripetuto che non avrebbe voluto l’IMU, bensì un’imposta patrimoniale (non lo è forse l’IMU?). Il messaggio che vuole fare arrivare ai suoi elettori è attraente: l’IMU di Monti la paga la “gente comune”, mentre la cosiddetta “patrimoniale” a quanto pare l’avrebbe pagata qualcun altro. Dovrebbe far riflettere, tuttavia, che il PD non si è certo messo di traverso quando si è trattato di far approvare questa nuova imposta sugli immobili…

Nei fatti lo stereotipo del “paperone”, che ha la Porsche, l’elicottero ed è abbronzato come Briatore è utilizzato sapientemente dai politici come simbolo del “pollo da spennare” – serve per avere i voti di tanti elettori che non realizzano che, pur non essendo “paperi”, saranno loro i veri “polli”.
L’idea che la via italiana al socialismo possa significare sacrificare gli interessi di una ristretta fetta di benestanti a quelli del resto del paese è molto ingenua, non solo per ragioni di sproporzioni numeriche, ma anche perché sarebbe il modo più rapido di far fuoriuscire dal paese molti capitali oltre che le persone a più alta capacità contributiva.
La realtà è che la “guerra” ai ricchi sarà essenzialmente un attacco alla classe media, al suo tenore di vita ed alle sue relative certezze.

Del resto la ricchezza in Italia è – almeno finora – una condizione diffusa e la sua “geografia” non corrisponde troppo ai cliché.
Ad esempio parte importante della ricchezza in Italia è detenuta dagli anziani che hanno lavorato e risparmiato tutta la vita – quindi chi chiede che “paghino i ricchi” non si rende conto che il più delle volte sta solo chiedendo che a pagare siano i propri genitori o i propri nonni.

Poi in generale in Italia ci sono tanti proprietari di case – ed in un paese come il nostro, con prezzi degli immobili molto alti e stipendi inferiori alla media europea e tendenzialmente piatti, è chiaro che avere o non avere una casa è effettivamente un fondamentale elemento di discrimine sociale, ben più di quanto lo sia un differenziale a livello di salario.

Se hai una casa puoi considerarti ragionevolmente ricco – se poi, per esempio, la tua casa è in una città come Roma, allora hai buone possibilità di far parte del 10% più ricco degli italiani. Chissà se lo sanno quei romani che – manco abitassero nell’entroterra calabrese – ce l’hanno con chi possiede patrimoni…
L’IMU è una pessima imposta e farà del male al paese – ma questo lo può pensare un liberale. Se tu invece sei tra quelli secondo cui ci vuole più “giustizia sociale”, l’IMU pagala subito tutta d’un fiato e non ti azzardare a lamentarti!

Ma c’è un altro modo per essere “ricchi” oggi in Italia. E’ disporre di un impiego con un contratto a tempo indeterminato, meglio se con una grande azienda e certamente meglio ancora nel settore pubblico. Se hai un lavoro nel pubblico, hai la quasi certezza di un flusso di stipendi costante nel lungo periodo, sostanzialmente decorrelato dal ciclo economico e come “bonus” ti trovi anche un accesso al credito a condizioni estremamente vantaggiose. Insomma una situazione imparagonabile rispetto a quelle non solo dei disoccupati, ma anche di precari e di piccole partite IVA che guadagnano poco, lavorano in maniera intermittente e senza alcuna rete di protezione.

Insomma questi dipendenti pubblici che votano per lo statalismo e che invocano l’equità sarebbero disposti a rinunciare ad una parte della loro busta paga per aiutare i veri svantaggiati di oggi, cioè chi il posto fisso se lo sogna?

Poi, negli ultimi mesi, capita di continuo di sentire levarsi un altro mantra: “Vogliamo un’Europa più sociale” – uno slogan di moda che nella mente di chi lo scandisce traduce la convinzione di essere tra coloro che beneficerebbero della “solidarietà” altrui.
Nei fatti, i sostenitori della perequazione a livello europeo danno per scontato che ciò significhi che noi italiani avremo accesso a tante nuove risorse che adesso ci sono negate dalla tirchieria di qualche banchiere teutonico. Non sono scalfiti neppure lontanamente dall’idea che in un’Europa “unita” magari dovremmo essere noi a sborsare soldi agli altri, perché saremo anche un paese in declino, ma siamo tuttora più ricchi di tanta parte del continente. Limitatamente all’UE, il nostro PIL per abitante è davanti a quello di Grecia, Cipro, Slovenia, Repubblica Ceca, Malta, Portogallo, Slovacchia, Estonia, Ungheria, Lituania, Polonia, Romania e Bulgaria.

Verrebbe davvero voglia di chiedere ai tanti fautori di un'”Europa più sociale” quante centinaia di euro sarebbero disposti a devolvere ogni mese affinché rumeni, bulgari, ungheresi, slovacchi o maltesi potessero beneficiare dei nostri stessi livelli di spesa sanitaria o di assegni pensionistici alti come i nostri – e se sarebbero disposti magari a sostenere politiche di “azioni positiva” per aiutare gli europei dell’est a trovare lavoro in Italia.

In fondo i “socialisti” nostrani chiedono di “premiare il lavoro” e di “colpire la rendita”: allora dovrebbero riconoscere che oggi gli italiani vivono in gran parte di rendita, sul fatto di essere stati “liberati” dagli americani anziché dai sovietici e sul boom economico degli anni ’50 e ’60 – e questo ancora garantisce loro un sostanziale “bengodi” rispetto a tanti altri cittadini europei che spesso oggi accettano, con spirito di sacrificio, di svolgere qualsiasi tipo di lavoro.

In definitiva, la facile retorica anti-ricchi sarebbe altrettanto facilmente smontabile – il fatto che troppo spesso non ci si riesca è purtroppo segno del profondo degrado del dibattito politico e culturale in Italia.