– Niente tv, siamo grillini.
Il diktat di Beppe Grillo svela l’abilità comunicativa del comico, dell’uomo di spettacolo, capace di raccontare una storia e di affascinare meglio di tanti altri.

L’ordine del portavoce (un paradosso), infatti, serve non solo a individuare il mezzo con cui comunicare, il web, ma è utile alla definizione del posizionamento del Movimento 5 Stelle. Scegliere di non partecipare ai talk show significa porsi al di fuori del circuito della politica, marcare una differenza, e rafforzare una certa retorica negativa per cui la cattiva maestra televisione continuerebbe ad essere ancora tale, luogo privilegiato dello spettacolo della casta, inaccessibile alle persone. Le quali, manco a dirlo, stanno dove sta lui, Grillo, in Rete.

Una verità di fondo c’è. Il dibattito pubblico si svolge per una parte consistente online e, soprattutto, Internet ha inciso profondamente nell’immaginario collettivo, ha cambiato la cultura delle persone. Non conta quanta gente davvero partecipi alle discussioni politiche online, è mutata l’idea stessa di dibattito, di confronto, di politica. Sono ormai trasformate le aspettative dei cittadini, la rappresentanza è diventata qualcos’altro. Grillo, quindi, coglie un tema importante. La classe politica italiana, per lo più, pur usando la Rete lo fa male. È, in un certo senso, analfabeta e parla un linguaggio incomprensibile sul web. Però, Beppe, commette, se possibile, un errore ancora più grave.

Grillo impedendo ai suoi, perché in sostanza è così, di partecipare ai programmi tv, dimostra di prediligere la forma comunicativa alle idee espresse, anche le proprie, svilendole. Il fatto di comunicare bene in Rete, magari tramite un blog, come il suo, molto seguito, o attraverso Twitter (l’account del leader di M5S conta ben 548.940 followers), non significa però doversi limitare. Prima di stare online, infatti, conta quello che si vuole dire online. Altrimenti si produce solo fastidioso, inutile rumore di fondo. Come un brusio nel dibattito politico, capace solo di distrarre, di far casino senza nulla aggiungere. Se infatti fossero le idee a contare per Grillo allora non dovrebbe preoccuparsi del luogo in cui vengono espresse. Sarebbero meritevoli ovunque.

Il divieto imposto, quindi, è tattico, uno strumento per posizionarsi, per sottolineare il profilo movimentista e rifuggire come peste la definizione di partito (quello che, cioè, M5S sta diventando e deve diventare se vuole competere nel campo della democrazia e nelle istituzioni). Il diktat però finisce per essere un’arma a doppio taglio nelle mani del comico genovese. Per lo stesso fatto di pronunciarlo rivela il proprio profilo: un anti-democratico, il contrario di quello che si aspetterebbe da un pasionario digitale.

Finisce così per rafforzare l’idea, sbagliata e contorta, tipica di tanti altri leader di partito e di candidati inesperti: in rete non basta starci, come se si dovesse occupare uno spazio fisico, in modo pesante. Conta, invece, saper dialogare.
Grillo non lo fa, non perché non sia seguitissimo. Ma perché sa solo dare spettacolo di sé. Il dibattito, anche quello in Rete, è tutto un altro paio di maniche.