La luna non è fatta di formaggio, l’economia non è fatta di complotti

I temi dell’economia saranno al centro della prossima campagna elettorale. È opportuno di conseguenza soffermarsi sul modo in cui essi entrano, storicamente e oggi in particolare, nel discorso politico del nostro Paese. La disgraziata convergenza di pregiudizi intellettuali e anti-intellettuali, infatti, rende difficile discutere in modo costruttivo argomenti che dovrebbero essere affrontati in un delicato equilibrio tra strumenti tecnici e visione etica, e vengono invece discussi sulla base di suggestioni estetiche che parlano esclusivamente all’immaginario.

La congiuntura è chiara. La crisi comporta crescita bassa quando non negativa e perdita di occupazione. Le fasce più deboli della popolazione sono colpite duramente; i giovani e le donne diventano sempre più marginali rispetto al mercato del lavoro, soprattutto al Sud.  Sono note anche le aree problematiche dell’Italia: la produttività stenta ad aumentare, l’innovazione è modesta, il Paese non attrae investimenti a causa della scarsa certezza dei contratti, della lunghezza dei procedimenti civili, della presenza di rendite di posizione legate alla cattiva politica (quando non alla criminalità organizzata) in quasi tutti i settori produttivi. I ricercatori italiani contribuiscono solidamente al progresso scientifico, ma lo fanno per lo più in atenei stranieri. La pressione fiscale è assai elevata, anche perché di fatto concentrata sulle spalle di alcune categorie di contribuenti. Il Governo in carica ha iniziato un percorso di rigore e di liberalizzazione, ma sono fortissime le resistenze.

Gli ambiti a cui mettere mano sono molti; le possibili linee di confronto tra proposte politiche alternative sono numerose. Sta emergendo però il serio rischio, già prefigurato a tratti nei risultati delle elezioni amministrative, che raccolgano consenso crescente candidati le cui posizioni, a prescindere dall’appartenenza di partito, si possono sintetizzare in una sola frase: “La luna è fatta di formaggio”. Qui non vogliamo parlare, purtroppo, solo delle forze legate all’antipolitica.

Il meccanismo è semplice. Si parte da un effettivo fattore di disagio: l’economia arranca, le famiglie e le imprese ne soffrono. Si individuano le cause della crisi in un concetto astratto e appetibile dal punto di vista emotivo, poi si propone una ricostruzione falsa ma sufficientemente generale da non essere immediatamente confrontabile con i dettagli della realtà. La luna è fatta di formaggio, noi non abbiamo da mangiare solo perché il nemico (sociale, politico, etnico) ci impedisce di raggiungerla! Basterà sgominare questo nemico e potremo finalmente incedere verso gustosi assaggi. Si intercettano voti sulla scorta del fascino esercitato dall’ottimismo; si fa uso del potere così ottenuto o per rincorrere in buona fede un’illusione o, peggio, per tutelare in mala fede i propri interessi personali. I risultati sono comunque disastrosi, poiché fondati su assunzioni scorrette.

Chiarisco con qualche esempio. Di questi tempi – anche se, a ben vedere, è un nostro vizio antico – proliferano gli umanisti che trattano i fatti economici come concetti metafisici. Non è la concettualizzazione virtuosa di von Hayek e nemmeno quella di Daniel Kahneman, Vernon Smith e altri studiosi che hanno esplorato, al di là della meccanica degli scambi e della moneta, le fondazioni psicologiche e, in alcuni casi, le implicazioni morali dell’agire economico degli individui. È piuttosto un esercizio volto a dare un giudizio complessivo e sbrigativo sul “sistema capitalista”, o meglio sui danni fatti all’uomo da questo sistema, quasi che le responsabilità potessero essere del mondo e non delle persone. Non stiamo parlando qui solo di marxisti dichiarati come Diego Fusaro, giovanissima promessa della filosofia che nella sua recente opera Minima Mercatalia mette in netto contrasto il mercato con le potenzialità ontologiche dell’uomo. Anche pensatori senz’altro lontani dall’estremismo, come ad esempio lo psicanalista Massimo Recalcati in Ritratti del desiderio, insistono sul legame tra consumismo e morte della capacità di desiderare, tra corsa al successo terreno e morte dell’uomo spirituale.

Questo atteggiamento non è diffuso esclusivamente tra i cattedratici: è in scena in questi giorni la rappresentazione teatrale Chicago Boys, definita dagli autori “un’esaltazione surreale del capitalismo, del consumismo e della liberalizzazione più sfrenata”; e, nonostante la popolarità di questo strano nesso tra libertà economica ed eccessi orgiastici, dalle colonne del maggiore quotidiano nazionale appena la scorsa settimana una giovane pornostar  dipingeva la crisi economica come giusta nemesi per “l’ennesima squallida famiglia che passa le domeniche al centro commerciale”.

Ora, nulla quaestio sul fatto che esistano profili eticamente rilevanti nei comportamenti economici, se non altro perché esistono profili eticamente rilevanti in tutti i comportamenti. E nulla quaestio nemmeno sul fatto che ci siano attività più costruttive e socializzanti che passare i fine settimana al centro commerciale. Ma in questo ci ha visto meglio di molti intellettuali italiani la Chiesa Cattolica, di solito additata invece come istituzione che tende a interferire a sproposito. Nella tradizione recente della dottrina sociale, infatti, ribadita anche nella recente enciclica Caritas in Veritate, si riconosce la dignità di proprium all’economia, ovvero di un ambito che ha le sue regole, le quali sono conosciute al meglio con strumenti tecnici di per sé neutrali.

La dicotomia efficienza/inefficienza non è sovrapposta a quella bene/male, insomma, non è la stessa cosa. Agli economisti spetta trovare soluzioni efficienti e a tutti gli uomini, compresi gli economisti, fare il bene; tra interazione e identità c’è una differenza non da poco. Il problema non è purtroppo solo di categorie di analisi. La soluzione più frequentemente proposta al “cattivo capitalismo”, disumanizzante, brutto e violento perché fissato sulla scarsità delle risorse, finisce per essere l’intervento di uno Stato santificato, dotato di umana compassione nei confronti dei poveri, pronto a riconoscere il diritto al lavoro, alla casa, alla pensione, talvolta anche alla felicità.

C’è spesso affinità tra la rappresentazione del welfare state ideale e quella del deus ex machina del teatro; e, se gli appelli alla sobrietà e al dominare il desiderio di oggetti più che esserne dominati sono senz’altro ragionevoli, è vero che sono sempre più spesso annegati dal loro contrario, ovvero la richiesta infantile di avere tutto e subito per mano pubblica. Non è chiaro dove si debbano prendere i soldi, problema che peraltro nella nostra tradizione è del tutto di second’ordine, una questione – come si diceva ai tempi del fascismo – da “bottegai ebrei”.

I diritti sono diritti, è ingiusto negarli, non bisogna negarli. Votatemi, votateci perché vi daremo i diritti. Sulla base di quali risorse non è chiaro. Come queste promesse non alimentino clientele non è chiaro. Tagliare la spesa è un orrore liberista, secondo alcuni. L’assenza di controllo e di disciplina di bilancio nelle pubbliche amministrazioni fa il gioco di tutte le mezze figure che vivono negli interstizi degli appalti, nei sottoscala delle commesse, ma c’è chi la fa sembrare una battaglia di libertà. Non è chiaro, infine, come un simile ragionare non perpetui una mentalità servile. Faccende di poco conto: la luna è fatta di formaggio, quando saranno stanziate risorse pubbliche per una spedizione spaziale la raggiungeremo, ci sarà lieta abbondanza.

Dall’altra parte dello spettro antropologico e politico c’è un fenomeno del quale tanto abbiamo parlato ultimamente, anche questo radicato nella psiche nazionale, anche questo radicalizzato dalla crisi: il complottismo. Da mesi i movimenti etnicisti, le destre estreme, gli attivisti antiglobali gridano alla cospirazione: a seconda di chi la descrive, è responsabilità dei massoni, degli ebrei (di nuovo!), dei ricchi, della Germania, delle banche, dell’Europa. L’elemento comune a queste affollate derive è l’ipotesi che un losco manipolo di grandi capitalisti governi il mondo in segreto, magari con la complicità degli alieni o di schiere di angeli caduti. Le effettive malversazioni di cui si sono resi responsabili alcuni potenti alimentano il clima di sospetto e di diffidenza; se va bene ci si ferma a qualche volgarità urlata in piazza, se va meno bene si diffondono tesi xenofobe, se va ancora peggio diventa un problema di sicurezza nazionale, perché come la cronaca ci ricorda tristemente c’è anche chi ritiene che sia ragionevole sparare addosso ai simboli del capitale. La luna, infatti, è fatta di formaggio; per distribuirne finalmente a tutta la tribù sarà sufficiente eliminare i padroni con il cappello a cilindro, casomai con la forza.

Ecco, di questo dovranno parlare le donne e gli uomini di buona volontà nei dibattiti a venire. Non esiste un’unica possibile soluzione ai mali economici d’Italia, anche se ce ne sono di migliori e di peggiori. Concentriamoci sui dettagli dei problemi e su come superarli, considerando le dimensioni tecniche insieme a quelle etiche, la fattibilità politica insieme alle conseguenze di lungo periodo. Consideriamo insieme la categoria della rinuncia e quella dello sviluppo, l’idea della solidarietà e quella della sostenibilità. Ragioniamo su come includere competendo, su come competere includendo. Ma, soprattutto, cominciamo fin d’ora a ripetere a tutti, ogni giorno, che la luna non è fatta di formaggio.


Autore: Claudia Biancotti

Nata a Moncalieri nel 1978, é economista presso la Banca d'Italia. Studia i metodi statistici per le indagini campionarie, ma anche la distribuzione del reddito, l'economia della felicitá e un po' di neuroeconomia. DISCLAIMER: Le opinioni qui espresse sono strettamente personali e non impegnano l'istituzione di appartenenza.

2 Responses to “La luna non è fatta di formaggio, l’economia non è fatta di complotti”

  1. Antonio S. scrive:

    C’è una parte di verità in quello che dici, è una giusta critica al pensiero comune della politica elettoralistica.
    La politica pensa solo alle prossim elezioni quindi anche i programmi economici hanno questa prospettiva. E quindi tutto diventa tutto e subito. Lo è adesso e lo è stato in passato togliendo l’ICI per esempio.
    Ma, c’è sempre un ma.
    Abbiamo un sistema economico in declino, e dei paradigmi economici che non spiegano più niente, non vanno oltre la punta del naso dell’ovvio.
    Ovvero un sistema ormai desueto, che non riesce più a garantire una qualità della vita adeguata. Che non è più cumulativa, della serie oggi stiamo meglio di ieri, e ad ogni “giro” aggiungiamo qualcosa al benessere. Ma è distruttiva, regressiva, frantuma e rompe la coesione sociale.
    Questo è un dato di fatto, e non un complotto.
    E a questo gli economisti dovrebbero rispondere.

  2. lodovico scrive:

    Pretendere di risolvere gli infiniti problemi d’Italia in un sol colpo e con la bacchetta magica certo è impossibile. Si può appoggiare Monti per alcune cose che sta facendo ma se in Italia riformare le abitudini o la spesa pubblica (compresa quella delle Regioni eo provincie che per certi versi è autonoma) e quella dei Comuni è arduo e comporta tempi lunghi non comprendo la politica che il governo stà compiendo togliendo valore a quelle poche riforme del precedente governo.Mi riferisco ai dipendenti pubblici ed ai loro dirigenti inamovibili. Certo le assunzioni con concorso pubblico rendono tutto più difficile ma il dettato costituzionale si può in parte aggirare con le nuove assunzioni.

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