di CARMELO PALMA

– Pubblichiamo alcuni stralci dell’intervento con cui Carmelo Palma ha introdotto ieri la terza edizione dei Seminari di Libertiamo

Il tema e il titolo del seminario di quest’anno è “Includere – competere”. Per un lungo periodo della vita italiana – quella dell’ultimo ventennio certamente – questi termini hanno segnato un’alternativa.

A sinistra – semplifico, ma non troppo – si è ritenuto che per includere occorresse arginare la competizione sociale, quella locale, come quella globale e rifiutare argomenti di efficienza economica. Come se il modello sociale europeo non fosse stato vincente, per un lungo periodo, proprio perché economicamente competitivo. E non fosse stato inclusivo proprio perché in grado di garantire diritti e benessere, non frustrazione e miseria.

A destra – anche qui semplifico, ma non troppo – si è ritenuto che per preservare la coesione del Paese – quella politica e quella culturale – bisognasse “conservare” a forza un modello di organizzazione economica e civile sostanzialmente “autarchico”, difensivo ed esclusivo, refrattario ad accettare che ciò che non c’era mai stato potesse esserci e quindi riluttante a fare i conti con la realtà. Tutto ciò che era straniero – i lavoratori come i capitali – diverso – il colore della pelle come i gusti sessuali – o “strano” – come l’idea che l’Italia non fosse più fatta solo da italiani di sangue o che l’economia italiana potesse riconvertirsi in settori di attività non tradizionali – è stata rifiutata come un segno del declino e non come una straordinaria e necessaria opportunità.

Nel corso di questi tre giorni – a partire dagli interventi che adesso introdurrò e poi dall’intervista del Presidente Fini – discuteremo di questo tema per spiegare che inclusione e competizione sono un binomio inscindibile. Che non bisogna avere paura di competere se si vuole includere, né di includere se si vuole competere.

Mi si consenta una ulteriore e ultima considerazione. Questo discorso vale sul piano civile, economico e sociale. Ma vale anche sul piano politico. Il sistema dei partiti – malgrado i dispositivi tecnici che hanno imposto una dialettica formalmente bipolare – è rimasto in questi anni culturalmente minoritario.
Nessun partito – né i piccoli, né, tanto meno, i grossi – ha accettato di diventare un vero country party, un vero partito-Paese.

Così sia il sistema politico sia i singoli partiti si sono mostrati – chi più chi meno – inefficienti e incapaci di rappresentare l’intero della società italiana, presi com’erano a rappresentarne le parti – ovviamente l’una contro l’altra. Questo tema – quello del rapporto tra inclusione e competizione e dell’abbandono di un modello “di partito” esclusivo e difensivo – non è argomento del nostro seminario, ma rimane oggetto della nostra attenzione perché è uno snodo cruciale – uno dei più decisivi – della crisi italiana ed uno dei fattori cui si deve il crollo, ormai definitivo, del sistema politico della Seconda Repubblica.

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Twitter @carmelopalma