Non è il sistema elettorale, ma la situazione economica ad orientare il voto europeo

– Come è noto, lo scorso fine settimana c’è stata una simultanea verifica elettorale “europea”, a causa dell’occasionale svolgimento di elezioni di diversa natura in alcuni Paesi membri dell’UE. Tra queste, hanno avuto ampia eco, comprensibilmente, le elezioni presidenziali francesi e quelle politiche greche, alle quali bisogna aggiungere alcune consultazioni locali svolte in Gran Bretagna, in Germania e in Italia.

Come accade sempre, vi sono state numerosi analisi dei risultati elettorali, tra cui una in particolare ha ritenuto di correlare l’esito al diverso sistema elettorale. In definitiva, il sistema a doppio turno francese avrebbe consentito di convogliare la protesta crescente verso un candidato idoneo a garantire la governabilità, mentre i diversi sistemi elettorali in Grecia e in Italia avrebbero determinato una situazione di governabilità.

Tale conclusione, che ha subito riportato in auge il modello francese nell’infinito dibattito italiano sulle riforme istituzionali ed elettorali, nella sua frettolosa semplicità finisce con il perpetuare l’errore commesso già venti anni fa, cioè di attribuire una funzione salvifica alle formule elettorali, smarrendo il punto focale delle questioni.
Al riguardo, si desidera evidenziare che né in Grecia né in Italia si è votato con un sistema proporzionale puro e che anzi il sistema italiano per l’elezione dei sindaci è anch’esso un sistema a doppio turno che, come è evidente, non ha impedito un esito “alla greca” (ove è comunque previsto un significativo premio di maggioranza).

La tesi c.d. elettorale sembra allora errata, perché non coglie il proprium di queste elezioni. Infatti, in Grecia, e in parte in Italia, non si è levato un urlo di rabbiosa protesta,  bensì di tragica disperazione, che sarebbe delittuoso lasciare inascoltato. Quindi, forse, le vere ragioni della divergenza devono essere ricercate nella diversa modalità con cui  le politiche di austerità hanno inciso nella comunità sociale interessata.

In altri termini, in ordinamenti sociali in cui, almeno finora, le politiche restrittive hanno prodotto effetti minimali, come in Inghilterra e in Francia, o addirittura dei vantaggi, come in Germania, il voto si è mantenuto nell’ambito del fisiologico funzionamento politico, con un voto di protesta che ha penalizzato le forze di governo, senza, però, stravolgimenti eccezionali, mentre dove ha assunto, o, come nel caso italiano, cominciato ad assumere, toni drammatici si è indirizzato verso forze politiche contraddistinte da un estremismo antisistemico.

D’altronde, se il valore della borsa francese avesse perso il 60% negli ultimi due anni e il PIL avesse subito la medesima contrazione di quello greco, con le conseguenze a noi note, siamo sicuri che il più maturo sistema a doppio turno delle elezioni presidenziali francesi non avrebbe comunque prodotto un risultato analogo, magari con la Marine Le Pen al ballottaggio o addirittura Presidente della V Repubblica? Inoltre, la tesi elettorale come spiega il fatto che il periodo di maggiore espansione economica della Repubblica italiana si sia avuto con un sistema proporzionale puro, mentre quello caratterizzato dalla minore crescita, cioè fondamentalmente il periodo della c.d. Seconda Repubblica, si è avuto con un sistema improntato ad una logica maggioritaria e bipolare? Oppure come spiega che la locomotiva tedesca continui a marciare, malgrado il proporzionale?

È ovvio che non si intende nascondere l’importanza dei sistemi elettorali per consentire il miglior equilibrio possibile tra rappresentanza e governabilità, ma come dicevamo si tende a sopravvalutare il loro effetto e a sganciarlo dall’esame effettivo delle forze politiche italiane, contraddistinte da un apparentemente elevato tasso di mutamento  che nasconde un sostanziale immobilismo delle loro classi dirigenti, con la paradossale conseguenza che in Italia possiamo vantare sia il record europeo di ricambio partitico (si fa fatica a tenere a mente tutte le sigle dei partiti che si sono succeduti negli ultimi venti anni e che si accingono di nuovo a cambiare, mentre nel resto di Europa la geografia politica è non solo immutata, ma anche molto più lineare), sia quello di longevità del personale politico.

Allora si può lasciare perdere la tesi elettorale e iniziare insieme agli altri Paesi dell’Unione a ripensare, invece, le scelte compiute nella gestione della crisi del debito pubblico. Non si tratta, beninteso, di tornare ad allargare spensieratamente i cordoni della, esangue, borsa della spesa pubblica. È innegabile che sia necessario adottare un più rigoroso controllo della spesa pubblica, nonché una sua riduzione quantitativa e una sua riqualificazione qualitativa, anche attraverso la riconfigurazione del modello del welfare europeo per garantirne la sostenibilità finanziaria e una maggiore equità.

Ciò, però, non può avvenire senza porsi minimamente il problema di evitare di ridurre in povertà intere popolazioni o comunque sue larghe fasce, mantenendo posizioni di rendita ingiuste e ormai intollerabili da un punto di vista morale e, soprattutto, politico, con particolare riferimento ai costi della “politica” (in senso globale ossia al generale uso di risorse pubbliche per incrementare il proprio consenso elettorale), dell’intermediazione pubblica in economia (che agevola il dilagare di fenomeni corruttivi) e dell’evasione fiscale (che rende insostenibile il gravoso carico fiscale per chi le tasse non può non pagarle).

In definitiva, le severe e dolorose scelte di austerità possono essere comprese e accettate soltanto se accompagnate da misure improntate ad una maggiore equità sociale e solidarietà, anche a livello interstatuale e rivolta in prospettiva al rilancio dell’economia, mediante l’accellerazione del processo federale europeo con la dotazione di una governance economica e politica adeguata alle sfide del mondo contemporaneo.

Se invece non si presterà ascolto al grido di disperazione che sale dalle nostre genti, allora potremo nuovamente assistere alla triste deriva antidemocratica – di destra o di sinistra – che già la vecchia Europa ha conosciuto lo scorso secolo. In altre forme, ma altrettanto pernicisose. D’altronde, sarebbe assurdo pretendere che chi vive la disperata condizione di un’improvvisa povertà, compia comunque scelte elettorali razionali e di buon senso!


Autore: Giacomo Canale

Consigliere della Corte costituzionale e dottorando in diritto pubblico presso l'Università degli Studi di Roma Tor Vergata, dove collabora con la cattedra di diritto costituzionale. Ha frequentato il 173° corso varie Armi dell'Accademia Militare di Modena e prestato servizio in qualità di addetto di sezione presso il Reparto Affari Giuridici ed Economici del personale dello Stato Maggiore dell'Esercito. Le opinioni qui espresse sono strettamente personali e non impegnano l'istituzione di appartenenza

3 Responses to “Non è il sistema elettorale, ma la situazione economica ad orientare il voto europeo”

  1. libertyfighter scrive:

    Ammesso che “razionale e di buon senso” sia scegliere le forze politiche che hanno prodotto Monti e il conseguente collasso economico dovuto alle tasse.

  2. marcello scrive:

    Il sistema migliore resta proprio il doppio turno perché in questo modo non si fanno dei cartelli elettorali, come è stato finora e i governi non si decidono dopo le elezioni, ma si consente al secondo turno di orientare il voto sulla base dei risultati ottenuti al primo.

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