– Nel lontano 1902 nasceva a Vienna il filosofo, matematico e fisico Karl Raimund Popper, autore di autentici capolavori della filosofia politica quali “La società aperta e i suoi nemici” e “Miseria dello storicismo”. La strenua difesa popperiana della democrazia liberale parte dal rifiuto delle teorie rivoluzionarie e dall’affermazione della supremazia di una metodologia riformista e gradualista, denominata “piecemeal social technology“.

Secondo Popper, il principale errore di coloro i quali pensano di cambiare il mondo con una rivoluzione è quello di lasciarsi dominare da un impeto “estetico” irrazionale che “spinge a sradicare tutte le istituzioni e tradizioni” e conduce ad esiti inevitabilmente violenti consistenti nello sradicare, purificare, purgare, espellere, bandire e uccidere ogni simbolo della società preesistente. Alla violenza rivoluzionaria il filosofo austriaco contrappone la nonviolenza riformista, che per mezzo di interventi graduali e progressivi riesce meglio a dominare i mutamenti sociali ed è in grado di tutelare “quel bene prezioso ed irrinunciabile che è la libertà”, creando “un’atmosfera in cui l’apertura critica delle condizioni sociali esistenti non è repressa con la violenza e nel cui contesto si rendono possibili ulteriori riforme”.

Ripercorrendo gli esiti di alcune delle più celebri rivoluzioni della storia, Popper arriva a dimostrare che “gli ideali rivoluzionari e i loro sostenitori finiscono quasi sempre con l’essere vittime a loro volta della rivoluzione”: ne sono una testimonianza la rivoluzione francese (che ha condotto alle esperienze dispotiche di Robespierre e Napoleone), la rivoluzione inglese del XVII secolo (sfociata nella dittatura di Cromwell), le rivoluzioni socialiste del Novecento (con le conseguenti dittature di Stalin in Unione Sovietica, di Mao in Cina, di Castro a Cuba, etc. etc.).

Il principale difetto insito nel metodo rivoluzionario consiste, secondo l’intellettuale viennese, nella constatazione che, prima o poi, i rivoluzionari arrivati al Governo saranno costretti a ricorrere essi stessi ad una forma surrettizia e male organizzata di riformismo ” a spizzico”. Nel passare dalla teoria della contestazione politica alla pratica dell’amministrazione concreta, il rivoluzionario è obbligato, suo malgrado, a trasformarsi in un “improvvisato riformista di qualità scadente”, che prova ad attuare riforme senza averne la capacità e le competenze, ma soprattutto senza possederne la necessaria “forma mentis“.

Ecco, allora, perché si dimostra di gran lunga preferibile il metodo riformista che, nel rinnovare e trasformare progressivamente il volto di una collettività, deve porsi esclusivamente due limiti da non oltrepassare: la tutela della libertà degli individui e la conservazione del metodo democratico (inteso non come “mero” governo della maggioranza, ma come metodo che salvaguarda con pari forza le istituzioni che consentono alla minoranza di operare e portare avanti le proprie battaglie politiche). Nel rispetto di tali vincoli le riforme gradualmente operate possono consentire a chi governa di cogliere con soluzione di continuità gli incessanti mutamenti che la società attraversa, senza costringere gli individui a bruschi, violenti e rivoluzionari cambiamenti totali.

Le riflessioni del filosofo austriaco, che si dimostrano ancora oggi (anzi, oggi più che mai) attuali, ci insegnano a non fidarci dei rivoluzionari da palcoscenico che fanno incetta del voto “di pancia” e di protesta e ci impongono di non riporre fiducia in coloro i quali approfittano della povertà e della fame della popolazione per coltivare il proprio ricchissimo orticello.

In un’Europa attraversata da rigurgiti di qualunquismo, i rivoluzionari alla “Le Pen” o alla “Grillo”, che vestono oggi gli stretti panni dell’antipolitica militante, non potranno non essere domani pessimi politici improvvisati, incapaci di realizzare riforme e persino di garantire l’ordinaria amministrazione, ma per naturale indole propensi ad utilizzare le armi della violenza verbale o fisica, della prevaricazione e dell’arroganza, per mantenere il potere acquisito con la rivoluzione fatta con il sangue e con la buona fede degli altri.

La storia del Novecento testimonia che movimenti qualunquisti e pseudo-rivoluzionari come quelli recentemente esplosi in Francia, Grecia e Italia, sono sempre sorti in concomitanza di situazioni socio-economiche caratterizzate da paura e lacerazione, ma prima ancora fornisce la prova che i prodotti “di scarto” inevitabili di fenomeni del genere sono, nella più indolore delle ipotesi, continui soprusi e repressioni ai danni della libertà degli individui, atteso che il potere conquistato attraverso le insidie della violenza (di qualsivoglia natura essa sia ) ha possibilità di conservarsi solo mediante l’uso della violenza.

Non dimentichiamo,allora, l’insegnamento di Popper e non diamo credito agli ipocriti rivoluzionari che, costruendo le proprie fortune sulle disgrazie altrui, spuntano puntuali come sciacalli in tempi di “crisi”: il riformismo, la moderazione e la nonviolenza cambiano la società più di mille rivoluzioni.