di LUCIO SCUDIERO – Dalle amministrative di domenica è arrivata la sanzione ufficiale di un processo che solo gli “interessati” e gli stolti continuavano a fingere di non capire, e che cioè non c’è più margine di recupero per i partiti residuali della Seconda Repubblica e per le loro “combinazioni”. Se ieri Casini, con un tweet serale che ha eccitato i protagonisti e gli analisti della politica, voleva dire questo, ha fatto bene a dirlo (anche se, magari, poteva dirlo meglio e in modo meno equivocabile).

Anche il PD, che parrebbe un’eccezione, in realtà non lo è, “costretto” com’è alla vita, a braccetto con forze impresentabili alla sfida di governo, per liquefazione degli avversari. Il centro sinistra allargato dà oggi l’impressione di poter vincere elettoralmente, ma non politicamente. Con il rischio, ancora presente, che se Bersani si sbilancia da un lato rischia una scissione dall’altro. Gli altri partiti, invece, sono finiti, e il commissario liquidatore, Beppe Grillo, oggi rispetto a ieri ha in più in tasca l’atto ufficiale di nomina del tribunale, che poi sono gli elettori.

Ma non ha perso il governo Monti, né i partiti che lo sostengono per il motivo di sostenerlo. Perdono perché sono arrivati a “doverlo” sostenere, per giunta obtorto collo. Perdono perché hanno fallito, chi più chi meno, la sfida di governo degli ultimi dieci anni. Perdono perché hanno quasi perduto il Paese. E se c’è ancora quel “quasi”, il merito è di Mario Monti, arrivato a riscattare il “baraccone Italia” quando i suoi creditori ipotecari avevano già avviato il processo esecutivo per il recupero dell’insoluto.

Degli aspetti critici e criticabili delle politiche intraprese dall’esecutivo abbiamo detto in più occasioni e diremo ancora, entrando nel merito delle singole questioni. Che le tasse sono troppo alte e la spesa pubblica ancora troppo grassa, che sul lavoro andava scelto il modello Ichino anziché la concertazione coi sindacati, che le liberalizzazioni si son viste solo passare salvo poi vederle investite da un tassì. E via enarrando.

Ma non c’è un solo insuccesso imputabile all’esecutivo che non sottolinei, una volta di più, le peggiori responsabilità del sistema partitico italiano, che ai tentativi di riforma ha continuato a rispondere con la guerriglia del particulare.

E’ proprio per questo che il partito di Monti oggi serve più che mai. Perché, al netto di chi, per stanchezza, protesta e insofferenza, deciderà di votare per Grillo, rimane tremendamente scoperta quella domanda politica di pragmatismo, equità, sobrietà, benessere e riformismo di cui l’Italia della crisi economica non può fare a meno.

Il “partito di Monti”, beninteso, non si fa necessariamente con Monti o coi suoi ministri, ma si fa organizzando una proposta politica di profilo alto, tecnicamente robusta e politicamente convincente. Il “partito di Monti” si fa, aggiungo, a partire da chi Monti l’ha intuito e reso possibile, ma oltre loro. Il “partito di Monti” si fa, a dirla tutta, con una leadership forte, che non sia ostentatamente nuova, ma neppure impresentabile perché logorata dai trapassi di “Repubblica” già vissuti, una leadership non “rottamatrice”, ché così sarebbe una finzione che dirigisticamente si sostituisce a un’altra, bensì efficace ed efficiente nella raccolta di consenso, dunque valida nel mercato politico del 2013, quando l’Italia sarà ancora in brache di tela e le pulsioni demagogiche al picco.

Questo “partito di Monti” nessuno dei partiti ancora in vita lo potrà agire, ma qualcuno di essi lo può inaugurare. A patto di farlo subito senza riserve, ché è già tardi.

Fate presto!

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