Categorized | Partiti e Stato

Né antipolitici, né poltronisti: la “terza via” indicata dai referendum sardi

– Per la serie “le novità arrivano da dove non te le aspetti”. Mentre l’opinione pubblica italiana era impegnata dallo scudetto della Juventus, la coscienza politica dei cittadini era focalizzata sulle elezioni amministrative e sul “dato internazionale” delle elezioni Presidenziali francesi.

In generale, rimanendo sull’ambito squisitamente politico, questa tornata elettorale potrebbe essere fondamentale per il futuro politico italiano e per l’avvenire dell’Europa, ma il segnale più importante è arrivato, appunto, da qualcosa di completamente (e scandalosamente) sottaciuto sino a due giorni fa.

Infatti, mentre si faceva a gara di elucubrazioni sui risultati che sono venuti fuori dalle urne, in Sardegna è avvenuto un piccolo miracolo: un referendum regionale con 10 (dieci!) quesiti, boicottato da quasi tutti i partiti e dai giornali locali e nazionali, ha ottenuto il quorum (che in Sardegna è di 1/3 degli aventi diritto) e ha dato uno schiaffo a quella che viene chiamata – in Sardegna ancor più coerentemente con la realtà dei fatti – la “casta”.

Nel merito, i referendum avevano quesiti sia abrogativi che consultivi, su vari argomenti, alcuni dei quali utili più che altro a dare un pesante segnale alla politica isolana. I primi cinque referendum riguardavano l’assetto degli enti locali: infatti, i primi quattro erano abrogativi delle leggi regionali istitutive delle 4 nuove province di Gallura, Medio Campidano, Sulcis, Ogliastra mentre il quesito 5 chiedeva l’opinione dei cittadini sull’abolizione delle quattro province storiche (Sassari, Cagliari, Nuoro e Oristano). Pur aspettando i risultati dello spoglio, è pacifico che nella quasi totalità sia andato a votare chi era per il “sì”, per cui si può affermare che siano state spazzate via le province costituite nel periodo 1997-2002 e che si sia dato un segnale politico forte su cosa pensa il cittadino sardo circa gli enti locali (su cui la Regione Sardegna ha autonomia maggiore delle altre).

Il sesto quesito era forse quello più ambizioso e più carico di significati. Recitava, infatti, “Siete voi favorevoli alla riscrittura dello Statuto della Regione Autonoma della Sardegna da parte di un’ Assemblea Costituente eletta a suffragio universale da tutti i cittadini sardi?”. Ebbene, il senso di questo quesito risiede tutto nelle difficoltà che ci sono state negli anni per creare una Legge Statutaria di modifica dello Statuto Regionale Sardo. La modifica della Carta, datata 1948 e – a detta dei più – deliberata in tutta fretta “scopiazzando” quella creata per la Regione Sicilia, è stata argomento di elucubrazioni lunghe e pedanti, in particolare nell’ultimo decennio. Ora, con questo “invito”, i sardi hanno reso noto al palazzo che intendono votare un’Assemblea Costituente.

Il settimo quesito, anch’esso consultivo, riguardava invece il metodo elettorale. Si chiedeva ai cittadini se fossero favorevoli a un sistema politico regionale di tipo presidenziale, regolato da primarie. Finalmente un segnale chiaro ai partiti sul fatto che devono modernizzarsi e non rappresentare più quell’insieme di pedanterie che li ha caratterizzati negli anni dei “partiti di massa” e che oggi è anacronisticamente perpetuato anche da quelli di ultimissima formazione.

L’ottavo quesito chiedeva di abrogare “ l’art. 1 della legge regionale sarda 7 aprile 1966, n. 2 recante “Provvedimenti relativi al Consiglio regionale della Sardegna” e successive modificazioni” che, in sostanza, è la legge che regola status e benefit dei consiglieri regionali. Si creerebbe sicuramente un vuoto legislativo con l’abrogazione della legge, ma è evidente che questo è forse il primo caso in Italia in cui i cittadini votano per contrastare – peraltro con successo – uno dei fattori che maggiormente dà fiato alle trombe dell’anti-politica: gli stipendi d’oro.

I quesiti nove e dieci, infine, interrogavano il cittadino su due questioni inerenti il “peso” della politica. Nel nono, infatti, si chiedeva l’orientamento su una possibile “abolizione dei consigli di amministrazione di tutti gli Enti strumentali e Agenzie della Regione Autonoma della Sardegna”, il decimo riguardava la riduzione dei consiglieri regionali da un numero di 80 (ottanta!) a 50.

Il risultato finale di questo referendum, aldilà delle conseguenze dirette, delle vacatio legis, dei ricorsi già presentati e che verranno ripresentati (a detrimento di chi lo farà), lancia dei segnali forti a tutta Italia: innanzitutto quello che la politica, se fatta con passione vera per degli ideali e non per i possibili benefit (che il quesito 8 vuole abrogare), può ancora cambiare in meglio le cose; in seconda battuta, ma non con minore importanza, i cittadini grazie allo strumento della rete possono oggi superare le “barriere all’entrata” della politica, superare la disinformazione e il silenzio, per fare – loro sì – politica moderna.


Autore: Antonio Mastino

Classe 1983, viene dalla ridente isola di Sardegna. Laureato in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali, ha formato la propria esperienza nell'analisi internazionale al Ce.S.I. - Centro Studi Internazionali, curando in particolar modo gli scenari geopolitici dell'Africa Sub-Sahariana e dell'Estremo Oriente.

One Response to “Né antipolitici, né poltronisti: la “terza via” indicata dai referendum sardi”

  1. Cantone Nordovest scrive:

    Vince l’antipolitica – scrive oggi 2012 mag-8 il Giornale di famiglia

    Be’ la chiave di lettura che io utilizzo quando mi accosto al Giornale è questo : prendere atto che il problema esiste (altrimenti non ne parlerebbero) e ribaltare il senso della loro conclusione

    Anche in questo caso , ribaltando appunto il senso , è vero invece che a vincere è proprio la politica – cioè la voglia di fare politica , di impegnarsi e di partecipare . Vince la voglia di DEMOCRAZIA DIRETTA e perde lo schema della democrazia delegata .

    La democrazia delegata , ormai è chiaro , produce una casta che vive di una rendita politica talmente elevata da massacrare economicamente le famiglie italiane (intendo quelle che sono fuori dal circuito delle rendite politiche)

    Beppe Grillo cinque anni fa portò in Parlamento tre proposte di legge firmate da 350.000 cittadini (ne bastavano 50.000 , di firme) . ebbene : non sono mai state , non dico approvate , ma nemmeno DISCUSSE ! (v. articolo di G. Antonio Stella sul Corriere di oggi 2012 maggio-8) . E la chiamano democrazia …

    Facebook > Cantone Nordovest

Trackbacks/Pingbacks